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Intervista esclusiva | Vittorio Giardino, da un romanzo sperimentale alle trasposizioni impossibili dei suoi fumetti

12/11/2018 di Alessandro Gamma

Abbiamo incontrato il papà di Jonas Fink e Max Fridman, soffermandoci sul suo grande amore per il cinema e su progetti futuri un po' 'complicati'

vittorio giardino milano 2018

Ingegnere diventato presto fumettista di professione, il bolognese Vittorio Giardino è da molti anni ormai considerato uno tra i più importanti esponenti della Nona Arte europei. Tradotto in 14 lingue, è conosciuto per aver creato i personaggi del detective Sam Pezzo (a fine anni ’70), dell’ex agente dei servizi segreti francesi Max Fridman (nato nei primi anni ’80) e del giovane ebreo praghese Jonas Fink (inizi anni ’90). Non dimentichiamo però la sua interessante incursione nel fumetto erotico – verso la metà degli anni ’80 – con Little Ego, sfrontato omaggio al seminale Little Nemo di Winsor McCay. Dal tratto raffinato e riconoscibilissimo al primo sguardo, nei suoi lavori Vittorio Giardino racconta con puntigliosità – frutto di una maniacale ricerca – sopratutto i momenti più oscuri della storia dell’Europa, dal nazismo alla guerra civile spagnola, fino agli anni dello stalinismo e precedenti la caduta del Muro di Berlino.

Abbiamo avuto il piacere di incontrare faccia a faccia per un’intervista l’artista 71enne, durante la quale abbiamo parlato, tra le molte cose, di libri ‘fantasma’, classici hollywoodiani degli anni ’30 e ’40 e trasposizioni cinematografiche impossibili.

Lei è noto per prendersi tutto il tempo necessario per fare ricerche accurate colte a ricostruire minuziosamente il contesto di ogni suo nuovo lavoro. Ha mai pensato di scrivere un vero e proprio romanzo, magari inserendo a corredo soltanto qualche illustrazione?

Premesso che non credo di avere sufficiente esperienza e talento per poter affrontare un’opera letteraria, in realtà l’ho già fatto! Non lo sa quasi nessuno, ma alcuni anni fa [2011] ho pubblicato attraverso una libreria di Roma [S.C.M. Edizioni] – che ora ha addirittura chiuso – L’Avventuriero Prudente. Credo ne siano state tirate poche centinaia di copie [500] e non è mai stato distribuito al di fuori di quel contesto, pertanto è un libro praticamente fantasma. Prima o poi vorrei comunque riprenderlo e perfezionarlo, così da poterlo riproporre, mantenendo anche lo stesso titolo. Ho in testa molte idee che riguardano Max Fridman e so bene che non avrò abbastanza tempo per raccontarle tutte con i fumetti. Quindi mi sono detto: perché non provare a scriverle? La scrittura è un processo che, bene o male, richiede meno tempo rispetto a disegnare un fumetto. Sostanzialmente ne è venuto fuori un breve romanzo sulla vita di questo personaggio, dalla nascita fino a Rapsodia Ungherese, con un numero cospicuo di illustrazioni e con brandelli di fumetto di storie che avevo iniziato ma che non ho mai portato a termine.

Vorrei rimetterci le mani in tempi brevi – anche perché circa l’80% è praticamente già pronto – e con una consapevolezza maggiore poter realizzare un’opera dove si alternino parti soltanto scritte, parti scritte ma con molte illustrazioni e parti di vero e proprio fumetto. Una sfida piuttosto complicata, perché i ritmi con cui i diversi linguaggi di questi tre media vengono decifrati sono differenti tra loro. Inoltre L’Avventuriero Prudente presentava in appendice qualcosa che vorrei ora togliere, eventualmente per farne altro, magari un portfolio. Questa parte  è un po’ ‘esterna’ al concetto del libro; si tratta di una serie di omaggi a Max Fridman realizzati da amici e colleghi, tra cui ad esempio Altan e Giuseppe Palumbo. Nell’appendice mi piacerebbe anche inserire un compito assegnato ai suoi alunni qualche tempo addietro dal professor Ermes Invernizzi, che insegna Architettura al Politecnico di Milano. In sostanza aveva chiesto agli studenti di realizzare un progetto sulla villa in cui potrebbe abitare di Max Fridman, basandosi sugli indizi deducibili dalle storie disegnate. Unico obbligo, che si trovasse sull’Isola Comacina, sul lago di Como. Io vidi poi i risultati, idee molto diverse ma tutte interessanti. Una in particolare mi colpì, perché a corredo del progetto architettonico c’era una piccola storia dove Fridman appare dentro alcuni fotogrammi del film Casablanca. Un fotomontaggio molto inventivo, in cui vediamo insieme Max e Rick [Blaine, interpretato da Humphrey Bogart].

Visto che abbiamo toccato il cinema, vorrei che mi parlasse ora del ruolo che i film hanno giocato – e giocano – nel suo lavoro

Le influenze sono molte. Io guardo moltissimi film, ma – scandalo! – ne preferisco la (re)visione in DVD a casa, soprattutto per i film che amo. La ragione è che li voglio studiare a fondo. Ci sono scene che riguardo 20 volte perché voglio comprendere come abbia fatto il regista a darmi l’emozione che mi ha dato. A volte, nella prima visione al cinema, non riesco pienamente a capirlo. In ogni caso, rubo continuamente dal cinema per i miei fumetti. Ad esempio, nel finale di No pasarán, dove la figlia adolescente di Fridman sta facendo un saggio di danza ed è felice perchè il papà è riuscito inaspettatamente a venire a vederla, le ultime vignette sono assolutamente prese – ma in modo irriconoscibile, credo – dal finale di Billy Elliot di Stephen Daldry. Se ricordi, nel film il protagonista, divenuto primo ballerino, entra in scena e ‘vola’ in aria. Poi c’è una sorta di fermo immagine, quindi ‘ricade’ di nuovo bambino. Anche nel fumetto c’è un fermo immagine della figlia di Fridman che si slancia in aria e proprio lì si chiude il libro. Onestamente, quando ho pensato a questa ultima vignetta avevo ben in mente quella scena del film.

Quindi lei non guarda soltanto pellicole in costume o ambientate in particolari epoche storiche per prendere ispirazione …

Naturalmente ho criteri molto personali nel giudicare i film che mi piacciono, ma in generale tendono ad assomigliare a quelli del Mereghetti, almeno per quanto riguarda la cinematografia classica. Come dicevo, spesso il cinema lo studio per rubare soluzioni ma anche dialoghi, salvo poi adattarli al differente mezzo espressivo. Il fumetto ha un linguaggio totalmente diverso, malgrado le apparenze, tanto è vero che i film tratti dai fumetti ben raramente riescono a surclassare la fonte. Ricordo che Alfred Hitchcock diceva: “Per fare un bel film bisogna partire da un brutto romanzo” … Se si parte da un grande libro si comincia già svantaggiati … Ho visto almeno tre adattamenti di Guerra e Pace e nessuno si è minimamente avvicinato a quanto scritto da Lev Tolstoj. Mi piacerebbe avere maggiori conoscenze sugli sceneggiatori, perché trovo che i grandi film quasi sempre siano fondati su grandi sceneggiature, mentre è difficilissimo il contrario.

C’è un periodo cinematografico al quale è più affezionato?

Per me è straordinario il cinema americano degli anni Trenta e Quaranta, anche un po’ dei Cinquanta. E non soltanto i film drammatici, ma pure le commedie. Se penso ad esempio ad Accadde una notte di Frank Capra, rimango senza parole davanti a certi dialoghi … non ci sono parole fuori posto. Oppure La Vita è Meravigliosa. Quando, verso la conclusione, James Stewart si ritrova sullo stesso ponte sul quale aveva cercato di togliersi la vita e piangendo dice: “Ti prego, Dio, fammi vivere ancora!”, in quel momento, gli sceneggiatori cosa fanno? Fanno ricominciare a nevicare, chiaro segnale che le sue preghiere sono state accettate. Un dettaglio solo apparentemente insignificante, ma il silenzio che si protrae per 3 o 4 secondi – che sono tantissimi al cinema – rende palese a tutti cosa stia succedendo. La neve che cade mi emoziona più di qualunque parola. Non posso che ammirare il genio di chi ha pensato a un particolare del genere. Momenti così significativi ed emozionanti sono quelli che io mi sforzo continuamente di trovare e cogliere quando disegno i miei fumetti.

E nel panorama italiano?

Naturalmente potrei citarti anche tanti titoli italiani, alcune commedie scritte da Age & Scarpelli [nome d’arte con cui furono noti gli sceneggiatori Agenore Incrocci e Furio Scarpelli] sono da restare a bocca aperta. Ricordo poi vagamente – ma ero già al mondo da un po’! [ride] – che mi avevano colpito le polemiche seguite all’assegnazione ex aequo del Leone d’Oro alla Mostra del Cinema di Venezia a La grande guerra di Mario Monicelli e a Il Generala della Rovere di Rossellini al Festival [1959]. Due grandi film, ciascuno a suo modo, al di là della mera questione politica. Ma non posso dimenticare Roma città aperta e Paisà, come La dolce vita e Otto e mezzo. Capolavori assoluti, che conosco praticamente a memoria.

Vista questa passione smodata, ha mai pensato allora di lavorare direttamente nel settore cinema?

Recentemente ho partecipato da protagonista al documentario Le Circostanze. I Romanzi Disegnati di Vittorio Giardino [diretto da Lorenzo Cioffi], un’esperienza che mi ha insegnato non solo quanto sia difficile fare cinema, ma anche quante competenze tecniche e capacità organizzative richieda. Mi ha fatto capire che è un lavoro molto duro … Preferisco il mio. Al massimo potrei lavorare come sceneggiatore, ma non in altri ruoli. Francamente non capisco proprio alcuni colleghi che sognano di fare i registi … Forse non si rendono ben conto di cosa comporti. Totalmente un altro mestiere rispetto a quello in cui ti chiudi in una stanza e lavori a un tavolo da solo, rispondendo di quello che fai solo a te stesso.

E’ mai stato contattato per eventuali trasposizioni delle sue opere a fumetti?

Qualche volta hanno opzionato miei fumetti, ma io sapevo che non sarebbero mai arrivati a farne dei film, quindi ero felice. Per incassare l’assegno dell’opzione è bastata una semplice firma, senza pericolo che tali progetti diventassero qualcosa di effettivamente concreto. Il denaro più facile che abbia mai guadagnato. Le società che si occupavano di comprare queste opzioni sono state comunque contente, specie perché io non ho mai avuto velleità di dirigere personalmente il lungometraggio in questione. Non penso vedremo mai trasposizioni dei miei personaggi, sia perchè si tratterebbe di film in costume, quindi piuttosto costosi in partenza, sia perché andrebbero riscritti per il cinema. Qualche volta sono arrivati addirittura fino al trattamento, cioè abbastanza vicini alla realizzazione, ma anche lì non mi sono preoccupato più di tanto. Come mi ha detto una volta il mio amico Milo Manara, la materia prima con cui sono fatti i film sono i soldi. Non i sogni! Solo per il recente documentario mi hanno fregato, perché alla fine i soldi li hanno trovati. [ride] A parte gli scherzi, è stata un’esperienza di cui potrò far tesoro qualora si arrivasse un giorno davvero a realizzare un film tratto da un mio fumetto. Magari facendo più attenzione all’eventuale snaturamento di un personaggio. Pensa che in un trattamento per l’adattamento di Rapsodia Ungherese, avevano scelto di rendere protagonista assoluta la figlia di Max Fridman …

Se si trovassero i soldi, quale sarebbe il suo personaggio che porterebbe per primo al cinema o anche in TV?

Penso che per un film mi orienterei su Jonas Fink, perchè tutto sommato avrebbe set ragionevolmente accessibili, visto che le sue storie sono circoscritte a Praga, peraltro quasi sempre nel centro, con palazzi che non sono cambiati poi tanto nel tempo. Per quanto riguarda una eventuale serie televisiva sceglierei Max Fridman, invece, perché ho ancora molte storie in mente per lui. Potrei scrivere almeno una decina di sceneggiature. Anche se molte cose che disegno, dettagli ma anche personaggi secondari, nascono direttamente mentre ho la matita sul foglio. E considera che le mie sceneggiature iniziali sono lunghe almeno una volta e mezzo il libro finito. Taglio moltissimo già prima di cominciare, un’operazione molto dolorosa ma assolutamente necessaria. In ogni caso, perché un  adattamento funzioni bene, ritengo che non dovrebbe mai essere l’autore del libro o del fumetto a cercare un regista, ma il contrario. Penso sia fondamentale che sia il regista a doversi innamorare del progetto. Poi, ovvio, ci sono tutta un’altra serie di problemi, per primo appunto il trovare i fondi necessari a girarlo. Comunque, la libertà che si ha scrivendo o disegnando, il cinema non la consente. Tuttavia il cinema, in più del fumetto e del libro, ha il suono. Se potessi, più che il movimento vorrei proprio la possibilità di inserire nelle mie opere il sonoro, non tanto per i dialoghi, quanto per i rumori ambientali, capaci da soli di suscitare sensazioni uniche e inesprimibili con onomatopee.

Di seguito il video in cui Vittorio Giardino disegna i protagonisti del suo Jonas Fink:

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