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Titolo originale: Avatar: Fire and Ash , uscita: 17-12-2025. Budget: $350,000,000. Regista: James Cameron.

Riflessione: perché James Cameron continua ostinarsi su Avatar da 25 anni

04/01/2026 news di William Maga

Il filmmaker ha una risposta chiara

james cameron avatar 3 intervista

Quando James Cameron stava realizzando il primo Avatar, incontrò un dirigente del marketing convinto di avere la chiave per trasformare il film in una macchina da merchandising.

«Ecco cosa ti serve», gli disse. «Un giovane protagonista maschile, aspirazionale, con un’arma iconica». Alla fine della presentazione, Cameron fu diretto: «Non abbiamo niente di tutto questo. Mi dispiace».

Cameron non ha mai inseguito l’onnipresenza culturale basata su giocattoli e gadget. «Star Wars ha l’impronta culturale definitiva perché puoi fare gioco di ruolo», spiega. «Puoi indossare la maschera di Darth Vader, giocare con i Lego, brandire una spada laser. Avatar non è quello». Eppure, Cameron era convinto che, anche se nessuno avrebbe mai sognato di diventare un alieno blu alto tre metri come Jake Sully, le persone avrebbero voluto perdersi in quel mondo.

Ed è qui che nasce la vera ossessione di Cameron: l’esperienza cinematografica come evento unico.

«Ti siedi su una poltrona di un cinema e niente può competere con quello», ha raccontato a The Ringer lo scorso dicembre. «Non è qualcosa che ti arriva da ogni direzione, su ogni schermo. È un’esperienza singolare. Ed è voluto. Non stiamo costruendo delle Prius. Stiamo costruendo delle Ferrari».

cameron set capture avatar 3Oggi James Cameron è perfettamente consapevole delle critiche sull’impatto culturale di Avatar. Potrebbe citare i Lego, l’attrazione Avatar Flight of Passage a Disney World o persino le parodie del font Papyrus. Potrebbe citare i 5 miliardi di dollari al botteghino. Ma non lo fa. Preferisce sottolineare ciò che, secondo lui, i film fanno meglio: far sentire qualcosa allo spettatore, nel momento e oltre.

È per questo che, a 71 anni e finanziariamente inattaccabile, Cameron è ancora lì.

«C’è una connessione con qualcosa di grande e giusto», spiega. «Forse è un ricordo d’infanzia, forse una memoria culturale più antica. Le persone lo sentono. E poi escono dalla sala. Uno su mille farà davvero qualcosa: si interesserà alla conservazione degli oceani, alle balene, alle specie in via di estinzione. Io sono felice anche solo di quell’uno su mille».

Fin dall’inizio, Avatar è stato per Cameron un progetto ideologico: una riflessione sulla colonizzazione, sullo sfruttamento delle risorse e sulla violenza inflitta alle popolazioni indigene. Ma realizzarlo è stato un incubo creativo. «Il primo film è stato come il Progetto Manhattan», racconta. «Stavamo inventando una nuova fisica del cinema. C’era una quantità enorme di incertezza».

Dopo il successo del 2009, Cameron si fermò davvero. «Per un paio d’anni mi sono chiesto se volessi tornare in quel mondo». Poi la decisione: alzare ancora l’asticella. «Abbiamo creato una nuova forma di cinema. Ora cosa facciamo con tutto questo?».

A riportarlo su Pandora non sono stati i soldi, ma le persone. «Non la famiglia sullo schermo», chiarisce. «La famiglia che abbiamo creato dietro le quinte. Il rispetto, la fiducia, la consapevolezza di aver fatto qualcosa di straordinario».

Oggi Cameron insiste su un punto: Avatar non è solo paesaggi e battaglie.

«Le scene di cui vado più fiero non sono quelle d’azione», dice. «Sono Jake e Neytiri che parlano del loro matrimonio che si sta disintegrando. Quattro pagine, due personaggi».

Alla fine, il suo obiettivo è chiaro e dichiarato:

«Non voglio che Avatar sia pop culture. Voglio che sia qualcosa di più profondo».