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Voto: 6.5/10 Titolo originale: 어쩔수가없다 , uscita: 24-09-2025. Budget: $12,200,000. Regista: Park Chan-wook.

Recensione story: Lady Vendetta di Park Chan-wook (2005)

03/01/2026 recensione film di Marco Tedesco

Un'opera visivamente ipnotica e moralmente irrisolta, affascinante e problematica, che segna insieme l’apice e l’esaurimento del cinema della vendetta del regista sudcoreano

Lee Yeong-ae in Lady Vendetta (2005)

Nel panorama del cinema sudcoreano contemporaneo, Park Chan-wook occupa una posizione singolare: autore capace di fondere violenza estrema, melodramma e rigore formale, ha costruito con la cosiddetta trilogia della vendetta un corpus che interroga lo spettatore più sul dopo che sull’atto punitivo in sé. Lady Vendetta (Lady Vengeance), capitolo conclusivo dopo Mr. Vendetta e Oldboy, è forse l’opera più controversa: ammirata per lo stile e contestata per le sue scelte morali, rappresenta al tempo stesso un punto di arrivo e un segnale di crisi.

Il film racconta la storia di Lee Geum-ja (Lee Yeong-ae), donna angelica solo in apparenza, che esce di prigione dopo tredici anni per un delitto mai commesso. Accusata dell’omicidio di un bambino, ha accettato la colpa per proteggere la figlia e per sopravvivere al ricatto del vero responsabile, l’insegnante Baek. Una volta libera, Geum-ja mette in moto un piano di vendetta costruito con pazienza durante la detenzione, grazie a una rete di debiti morali contratti con le altre detenute. Il ricongiungimento con la figlia adottata all’estero e la caccia all’uomo diventano due traiettorie che procedono in parallelo, fino a scontrarsi in un finale che rifiuta qualsiasi catarsi consolatoria.

Rispetto ai film precedenti, Lady Vendetta adotta una struttura narrativa più frammentata e vertiginosa. Il racconto salta avanti e indietro nel tempo, accumula digressioni, incastri, ricordi che si aprono dentro altri ricordi. Questa costruzione, almeno nella prima parte, è uno dei grandi piaceri del film: Park Chan-wook dimostra una padronanza assoluta del mezzo cinematografico, comprimendo informazioni e sentimenti in immagini rapide, spesso ironiche, sempre controllate. La violenza, come già in Oldboy, è esplicita e disturbante, ma viene assorbita in un flusso visivo che la rende quasi astratta, più mentale che fisica.

Il confronto con Oldboy è inevitabile e illuminante. Se il protagonista maschile interpretato da Choi Min-sik era una figura reattiva, trascinata dagli eventi e accecata dalla propria ossessione, Geum-ja è l’opposto: pianifica, aspetta, manipola. La vendetta qui assume una dimensione collettiva e organizzata, non più il delirio solitario di un uomo ma il progetto lucido di una donna che ha trasformato il dolore in metodo. In questo senso, Lady Vengeance introduce una variazione interessante sul tema, anche grazie alla centralità della maternità e al legame madre-figlia, assente nei capitoli precedenti.

Tuttavia, proprio quando il film sembra pronto a compiere un passo ulteriore, emergono le sue ambiguità più problematiche. Nella parte finale, la narrazione frenetica si arresta bruscamente e lascia spazio a una messinscena cupa, quasi statica, dominata da colori spenti e da un tono solenne. La scoperta che Baek è responsabile di più omicidi porta Geum-ja a coinvolgere i genitori delle vittime, offrendo loro la possibilità di decidere la sorte del carnefice. La sequenza, pensata come riflessione estrema sulla giustizia e sulla responsabilità morale, scivola però spesso nel sensazionalismo: l’esibizione della sofferenza, l’insistenza sul dettaglio, l’uso enfatico della musica finiscono per indebolire la forza etica dell’idea.

Il problema non è la crudeltà, da sempre cifra del cinema di Park Chan-wook, ma la sua gestione. Là dove Mr. vendetta e Oldboy lasciavano spazio all’ironia tragica e a una disperazione senza appigli, Lady Vendetta sembra voler guidare lo spettatore verso una conclusione morale senza averne costruito davvero le fondamenta emotive. Il rapporto tra Geum-ja e la figlia, che dovrebbe rappresentare l’alternativa possibile alla spirale della vendetta, resta sullo sfondo, accennato più che vissuto. Il finale, malinconico e amaro, suggerisce il fallimento di ogni espiazione, ma arriva senza la profondità spirituale necessaria a renderlo davvero lacerante.

Eppure sarebbe riduttivo liquidare Lady Vendetta come un passo falso. Il film rimane un’opera visivamente potentissima, capace di immagini memorabili e di un immaginario che ha segnato il cinema asiatico e internazionale. Più che una semplice chiusura di trilogia, appare come un momento di transizione: Park Chan-wook sembra prendere coscienza dei limiti del tema che lo ha reso celebre. La vendetta, ridotta a puro motivo stilistico, mostra qui la sua stanchezza concettuale, ma proprio questa consapevolezza apre la strada a evoluzioni future.

Riletto oggi, Lady Vendetta non è solo un film sulla punizione e sul sangue, ma anche sul logoramento di un’idea. È il ritratto di un autore che spinge il proprio cinema fino al punto di rottura, mettendone in luce tanto la grandezza quanto le contraddizioni. Non offre risposte rassicuranti, né pretende di farlo. E forse, nel suo essere irrisolto e disturbante, rimane uno degli snodi più sinceri e necessari della filmografia di Park Chan-wook.

Il trailer di Lady Vendetta: