Home » Cinema » Sci-Fi & Fantasy » Men in Black: International | La recensione del quarto film della saga, diretto da F. Gary Gray

5/10 su 1967 voti. Titolo originale: Men in Black: International, uscita: 12-06-2019. Budget: $110,000,000. Regista: F. Gary Gray.

Men in Black: International | La recensione del quarto film della saga, diretto da F. Gary Gray

19/07/2019 recensione film di William Maga

Chris Hemsworth e Tessa Thompson sono la nuova strana coppia di agenti in un capitolo che prova a rilanciare il franchise senza grande ispirazione

Chris Hemsworth e Tessa Thompson in Men in Black International (2019)

Che geniacci i produttori di Hollywood a pensare che solamente perché due star che hanno sorprendentemente brillato in un dato film possano replicare la medesima ‘magia’ in un altro, semplicemente con la loro presenza sullo schermo e quasi nulla di più. Questo è sicuramente quello che hanno pensato alla Sony Pictures dopo aver visto il successo di Thor: Ragnarok di Taika Waititi (la recensione) proprio mentre stavano cercando dopo 7 anni il modo più interessante per rilanciare in grande stile – e secondo i dettami del 2019 – il franchise di MIB con Men In Black: International. Chi meglio del biondo e palestratissimo dio del tuono Chris Hemsworth e della sua compagna asgardiana Tessa Thompson per interpretare la nuova ‘strana coppia’ di agenti in completo scuro e occhiali da sole incaricati di gestire il traffico di alieni sulla Terra? I fan che speravano nel ‘miracolo’, dovranno però probabilmente ricredersi dopo aver visto questo quarto capitolo, diretto da F. Gary Gray (Straight Outta Compton).

Men in Black International film posterCome da tempo si sapeva, il film non segue più le vicende degli Agenti Jay (Will Smith) e Kay (Tommy Lee Jones), che vengono solo vagamente richiamati da un dipinto / Easter Egg durante lo svolgimento. Al contrario, apriamo con l’Agente H (Hemsworth) e il suo mentore, High T (Liam Neeson), nel bel mezzo di un’audace missione impossibile sulla cima della Torre Eiffel, a Parigi. Abbastanza inspiegabilmente, la storia poi salta indietro nel tempo di 20 anni fino a Brooklyn, dove la giovanissima Molly (Mandeiya Flory) vede per la prima volta gli ‘uomini in nero’ e incontra il suo primo tenero alieno.

Cresciuta con l’ossessione dei misteri dell’universo, l’ormai donna (Thompson) trova tenacemente il modo di farsi accettare dall’agenzia segretissima facendo colpo sull’Agente O (Emma Thompson), che le affida – come recluta in prova – la sua prima missione al fianco proprio dell’Agente H , che si rivela naturalmente molto più complessa e di enorme portata di quanto avrebbe mai potuto pensare, col destino del mondo che dipenderà dalla loro prontezza e determinazione.

Senza timore di essere smentiti, una gran parte del merito per ciò che ha reso i primi film di Men in Black così piacevoli da vedere erano le dinamiche straordinariamente ben funzionanti tra i ‘diversissimi’ Will Smith e Tommy Lee Jones, col primo – più giovane – esuberante e scavezzacollo in ogni situazione e l’altro – l’anziano e navigato – sempre impassibile e serafico. In Men in Black: International, la sceneggiatura scritta a quattro mani da Matt HollowayArt Marcum sceglie però – forse per paura di risultare ‘ripetitiva’ – di non giocare sul potenziale conflitto tra i due caratteri opposti degli Agenti (la differenza di età è giocoforza già tolta dall’equazione in partenza), rendendo così i due personaggi centrali ben poco interessanti.

Gli agenti H e M – facilmente accostati alla nota catena di negozi se letti in questo modo – si presentano allora come meri colleghi che non hanno molta alchimia al di fuori del salutarsi all’arrivo in ufficio e la sera quando staccano. Si fanno vaghi cenni a un’attrazione reciproca, ma si tratta di un’ulteriore incomprensione di ciò che ha reso Tessa Thompson e Chris Hemsworth così affiatati in precedenza. Purtroppo, nessuno dei due attori possiede il carisma del Will Smith prima maniera nel ringalluzzire e rendere interessanti dialoghi e situazioni all’apparenza blandi e piatti, quindi al pubblico non resta che perdersi per 120 minuti nei primi piani dei due protagonisti e poco altro.

Men in Black International (2019) pedino filmPer di più, a essere pignoli (leggi ‘conoscitori del franchise’) alcune delle ‘regole auree’, come ad esempio il non essere MAI visti con tecnologia aliena in pubblico, vengono bellamente ignorate quando una motocicletta extraterrestre volante sfreccia in lungo e in largo durante un inseguimento per il Suq di Marrakech. Altri punti della trama sono invece così telefonati che difficilmente qualcuno potrà leggerli come dei colpi di scena.

Più in alto si è fatto riferimento a un ‘secondo i dettami del 2019′. Ebbene, semplicemente, anche Men in Black: International non è esente dall’abitudine recente di inserire – a forza – qualche battuta di stampo femminista. Tutto molto progressista e giusto, certo, come quando l’agente M chiede ad alta voce come mai l’organizzazione faccia riferimento ai soli Men, escludendo le Women. Salvo però, una manciata di minuti dopo, vedere l’Agente H – tratteggiato come uno sciupafemmine alla James Bond – chiedere alla stessa M di fare la carina e accettare le avances spinte di un alieno ubriaco. Ah, la cara vecchia Hollywood cerchiobottista.

Saltando da un posto all’altro del mondo solo per far vedere che 140 milioni di dollari di budget vorranno pur dire qualcosa, tra i pochi punti di forza di Men in Black: International, c’è Pedino / Pawny, creaturetta aliena realizzata in gloriosa CGI cui a questo giro spetta l’ingrato compito di funzionare come spalla comica. Doppiato in originale dal comico di origini pakistane Kumail Nanjiani (The Big Sick – Il matrimonio si può evitare… l’amore no), riesce in effetti a tirar fuori dall’elmetto un paio di battute che fanno sorridere e ravvivano la scarsa verve generale in cui ristagna il film.

men in black international film 2019Il regista F. Gary Gray – memore dell’esperienza in Fast & Furious 8 (la recensione) – appare poco ispirato, forse troppo controllato dall’alto, non riuscendo a dare il giusto respiro alle emozioni che dovrebbero emergere tra un forsennato momento action e l’altro. La stessa Computer Graphic è di qualità alterna, rifulgendo soprattutto nella caratterizzazione della coppi di cattivi principali (Laurent e Larry Bourgeois) – peraltro anche loro poco più che solo abbozzati -, due mutaforma dall’aspetto primigenio di brillanti galassie apparentemente invincibili, il cui potenziale ci si dimentica di esplorare, riducendo così di molto l’impatto della loro presenza e del loro scopo ultimo. Stesso discorso si può fare per l’altro apparente villain di Men in Black: International, la misteriosa e potentissima Riza (Rebecca Ferguson), gettata sullo schermo all’improvviso per un lasso di tempo limitatissimo – dopo aver creato grandissima attesa per il momento – solo perché la troupe aveva voglia di una trasferta a Napoli.

A conti fatti, la maggior parte di ciò che funziona in questo sequel / soft reboot è preso in prestito da altri titoli, come la coppia di protagonisti (da Thor: Ragnarok) o i gemelli malvagi (da Matrix Reloaded), oltre ai numerosi riferimenti al capostipite, dalle musiche al classico arco di crescita della matricola che impara i trucchi del mestiere dal compagno senior. Chiaro, qualcuno dirà che è il classico blockbuster estivo senza pretese, accontentandosi della presenza di Chris Hemsworth e Tessa Thompson lontani dai soliti film Marvel, di battutine usa e getta e di adorabili alieni pucciosi (che strizzano l’occhio a I Guardiani della Galassia), il tutto avvolto in una trama inutilmente involuta. Ok.

Di seguito trovate il secondo trailer in versione italiana e internazionale (per meglio apprezzare le voci originali) di Men in Black: International, nei nostri cinema dal 25 luglio:

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