Voto: 5/10 Titolo originale: Mercy , uscita: 19-01-2026. Budget: $60,000,000. Regista: Timur Bekmambetov.
Mercy: Sotto Accusa, la recensione del fanta-thriller con Chris Pratt e Rebecca Ferguson
22/01/2026 recensione film Mercy - Sotto accusa di Gioia Majuna
Un'opera cge parte da un’idea potente sulla giustizia algoritmica ma la svuota di ogni coraggio, riducendo una distopia inquietante a un thriller confuso, timido e politicamente irresponsabile

In Mercy: Sotto Accusa, il regista Timur Bekmambetov prende una premessa che oggi fa davvero paura perché sembra a un passo dal reale: un tribunale automatizzato dove un’“intelligenza” decide in tempo reale chi merita di vivere. La domanda che il film mette sul tavolo è brutale e seducente: se la giustizia diventa un calcolo, quanto siamo disposti a chiamarla “ordine” pur di sentirci al sicuro? E soprattutto: quanto cambia la nostra tolleranza verso l’ingiustizia se a pronunciare la sentenza ha il volto impeccabile e la calma ipnotica di Rebecca Ferguson, qui Giudice Maddox, giudice, giuria e boia in un’unica figura.
Il mondo raccontato è una Los Angeles del 2029 in cui la città viene descritta come prigioniera di criminalità, tensioni sociali e povertà. È un futuro talmente vicino da risultare più inquietante che futuribile, ma anche sorprendentemente pigro nel modo in cui lo costruisce: il film sembra prendere in prestito l’arredamento visivo dei classici della distopia poliziesca – viene naturale pensare a Minority Report, RoboCop, Blade Runner – senza però aggiungere una visione nuova.
La “Corte Mercy” nasce come risposta rapida e spietata all’emergenza: gli imputati vengono legati a una sedia che può ucciderli, davanti a Maddox e a un sistema che ha accesso illimitato ai loro dati. Il paradosso è programmatico: la colpevolezza è presunta, e la difesa diventa una corsa contro il tempo, novanta minuti per frugare tra telefoni, messaggi, filmati, profili social, contatti, spostamenti. Una giustizia che non cerca la verità: cerca solo di abbassare una percentuale.
Il protagonista, Chris Pratt, interpreta il detective Christopher Raven, uno che quel meccanismo lo ha persino sostenuto, fino al giorno in cui si risveglia proprio sulla sedia, stordito dall’alcol e senza memoria, accusato di aver ucciso la moglie Nicole (interpretata da Annabelle Wallis). Da qui parte un filo di trama che ha un’efficacia immediata: un uomo inchiodato, un conto alla rovescia, il terrore di essere vittima di un errore informatico o – peggio – di essere davvero colpevole e aver cancellato il ricordo.
Raven ordina a Maddox di aprire archivi, tabulati, fotografie, e le informazioni “volano” davanti a lui e allo spettatore come se il cinema volesse trasformarsi in una stanza di controllo. Bekmambetov, che ama raccontare storie attraverso dispositivi e riprese di sorveglianza, spinge questa scelta fino alla saturazione: telecamere addosso, droni, videocitofoni, schermi su schermi. L’intento è l’immersione, ma spesso l’effetto è l’opposto: la storia si raffredda dentro l’eccesso di interfacce, e la tensione si disperde in un rumore di dati.
Il punto più frustrante, però, non è lo stile: è l’occasione mancata. Mercy: Sotto Accusa finge di voler discutere etica e potere, poi arretra proprio quando dovrebbe mordere. C’è un accenno alla violazione della vita privata: Raven ha spiato persino il telefono della figlia, e la ragazza – Kylie Rogers nel ruolo di Britt – lo mette di fronte alla contraddizione di un padre e di un poliziotto che predica fiducia ma pratica controllo. Il film potrebbe fare esplodere questa colpa “domestica” dentro la colpa pubblica, mostrando come la sorveglianza sia una dipendenza prima che una politica. Invece la scena resta un episodio, non diventa ferita narrativa: Raven ammette l’errore e continua come prima, e lo sguardo del film non prende posizione.
Lo stesso succede con Maddox. La Ferguson la interpreta con una recitazione calibrata, artificiale eppure magnetica, fatta di fissità e micro-variazioni che promettono profondità. Il copione, però, non decide cosa farne: Maddox dovrebbe incarnare l’orrore di un’autorità senza corpo, e invece viene progressivamente addomesticata, trasformata da minaccia in possibile alleata, come se bastasse un ritocco al sistema per rendere accettabile un tribunale che esegue sentenze capitali in tempo reale.
È qui che Mercy inciampa nel suo stesso tema: racconta uno Stato duro, militarizzato, capace di isolare “zone rosse” e normalizzare la violenza, ma poi lo tratta come un contesto quasi neutro, migliorabile con qualche aggiustamento di buona volontà. Per un film che mette in scena la pena di morte automatizzata, arrivare a una morale del tipo “anche le macchine imparano” suona disarmante, quasi irresponsabile.
Anche Pratt finisce intrappolato dall’impianto. Legato per gran parte del tempo, privato dell’energia fisica che spesso sostiene i suoi ruoli più popolari, deve reggere tutto con voce, sguardo e reazioni. Il risultato mette a nudo un limite: Raven dovrebbe essere un uomo ambiguo, forse violento, sicuramente compromesso, e invece oscilla tra rabbia e vittimismo senza mai diventare davvero un enigma morale. Il sostegno migliore gli arriva dai comprimari chiamati “a schermo”: Chris Sullivan come lo sponsor degli alcolisti anonimi Rob, e Kali Reis come la collega Jaq, figure utili alla trama più che persone con un peso autentico nella scelta finale.
In definitiva, Mercy: Sotto Accusa è un film di fantascienza che usa la paura contemporanea della giustizia algoritmica come motore, ma poi la tratta con una prudenza sorprendente, quasi compiacente. La sua idea più potente – il cittadino costretto a difendersi con i propri dati mentre una macchina decide se deve morire – meriterebbe una storia capace di mettere davvero in crisi lo spettatore, non solo di farlo correre dietro a un colpevole “reale”.
Rimane allora il volto di Rebecca Ferguson, rimane il conto alla rovescia, rimane l’intuizione che il futuro potrebbe non arrivare con il rombo delle astronavi ma con la voce gentile di un giudice digitale. Eppure, quando i novanta minuti finiscono, la sensazione è che il film abbia scelto la via più comoda: trasformare un incubo politico in un enigma da risolvere, e chiamarlo, con un sorriso, “misericordia”.
Di seguito trovate il nuovo trailer doppiato in italiano di Mercy: Sotto Accusa, nei cinema dal 22 gennaio:
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