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Voto: 8.5/10 Titolo originale: La región salvaje , uscita: 15-05-2016. Regista: Amat Escalante.

La Región Salvaje (The Untamed): la recensione del film di Amat Escalante

22/10/2016 recensione film di Sabrina Crivelli

Il regista messicano mette in scena un'opera affascinante e disperata, vincitrice del Leone d'Argento all'ultima Mostra del cinema di Venezia

Región Salvaje

Surreale e insieme quasi documentaristico La Región Salvaje (The Untamed) di Amat Escalante riesce a combinare elementi fantastici alla descrizione meticolosa e realista della realtà messicana, della quotidianità di una silloge di personaggi disperati in cerca della liberazione dalla propria prigionia, psichica più che materiale.

la-region-selvajeCome nella migliore cinematografia bunuelliana del periodo messicano, come i figli della violenza ad esempio, assistiamo quivi a un dramma denso, anzitutto sociale e antropologico. Si tratta di vicende umane anzitutto, in un piglio cinico, psicologico e materiale, delle dinamiche familiari dei tre protagonisti … intorno a cui ruota l’azione. È l’intollerabile quotidianità quella che ammorba la vita di Verónica (Simone Bucio), tra sesso meccanico, una relazione senza passione, i due figli e il lavoro dalla suocera in un’impresa casalinga di ravioli.

È la rassegnazione a vivere una menzogna lunga un’intera esistenza per Angel (Jesus Meza) intrappolato in un matrimonio che è palesemente una farsa e padri di due figli, in un ruolo sociale che gli impone di fingere di essere ciò che non è. È infine il triste destino del terzo, l’amante scomodo costretto a vivere sempre celato per Fabián (Eden Villavicencio) fratello di Verónica. Non c’è uscita per questi tre personaggi, incatenati a uno stratus frustrante, doloroso.

Una parabola esistenziale soffocante, dunque, dove la miseria interiore, quella del soggetto, è tratteggiata attraverso il particolare, una mattina in famiglia, Verónica ormai insofferente al marito, che per l’ennesima volta si è ubriacato, per tollerare quel terribile segreto nel suo cuore che non rivelerà mai a lei.

In una concretizzazione all’esterno dello squallore che ossessiona e dilania l’Io, anche i muri delle case ricoperti di scritte squallide, gli interni spogli, i vicoli che trasudano malessere, tutto della città sembra nocivo al soggetto, i dettami della moderna civilizzazione che ne reprimo la psiche, come l’ambiente nocivo e fatiscente, non esiste più bellezza o purezza.

E poi? Poi c’è la fuga, si concretizza in una capanna in mezzo al nulla, ai boschi, dove una coppia di scienziati alleva una misteriosa creatura, unico elemento realizzato in computer grafica eppure ben integrata con il resto. Materializzazione del puro istinto, Es freudiano e tentacolare, si tratta di un essere irreale, comparso in un cratere dove si concentra ora ogni pulsione ferina. È totale liberazione da ogni vincolo imposto, quello che promette Alejandra (Ruth Ramos), lei stessa entrata in plurimi “intimi contatti” con il polipomorfo amante (ricorda i celebri … del maestro Hokusai), puro piacere, che dà dipendenza, ma che non tutti tollerano. Mortale, per alcuni, lesivo per molti, esso stesso ha bisogno di nutrirsi di un rapporto estremo e carnale, per appagare la sua natura.

la-region-selvaje-3Tutto il resto rimane ammantato dal segreto, le sequenze lente, dense di rassegnata disperazione, di amarezza, ci proiettano in un mondo sconfortante, l’immagine filmica stessa lascia sospesi in quest’ansia esistenziale che tutto ammanta, che non lascia scampo.

Affascinante, proprio per questa estetica del sordido, del totale squallore, morale come nella superficie, ci porta a sprofondare lentamente, senza possibile salvezza, senza via di fuga, come d’altra parte non è possibile sfuggire ai personaggi stessi, Alejandra la prima che ci prova, poi delusa ancor una volta della mediocrità del reale, torna indietro, al mostro che l’avviluppa tra disgusto ed estremo piacere, pur sapendo che potrebbe morire ad ogni suo abbraccio.

Sottesa, in ultimo, percepiamo tra le righe la critica alla società macista e omofoba messicana, ancor più toccante perché non ha nulla di didattico, di propagandistico, è cruda e procede per immagini, non per slogan policici.

Paradossale, disturbante e per questo geniale, La región salvaje è stato apprezzato dalla critica, ha vinto il Leone d’argento – Premio speciale per la regia alla 73ª Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia (la nostra intervista a Escalante) di quest’anno e guardandolo se ne comprende il motivo: siamo spettatori della perfetta combinazione tra la materia e l’immateriale, l’archetipico e lo psichico, infine la materializzazione di una forza antropologica eppure che prescinde l’umano; come si può resistere a una simile fascinazione?

Il trailer di La Región Salvaje (The Untamed):

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