Home » Cinema » Horror & Thriller » Recensione | Hereditary – Le Radici del Male di Ari Aster

6/10 su 1208 voti. Titolo originale: Hereditary, uscita: 04-06-2018. Budget: $10,000,000. Regista: Ari Aster.

Recensione | Hereditary – Le Radici del Male di Ari Aster

di Sabrina Crivelli

Il regista esordisce con un horror stratificato e denso di presagi, che declina la nemesi storica classica al demoniaco in modo inedito

Film assai stratificato, ma al contempo non ermetico come un’opera lynchana, Hereditary – Le Radici del Male (la spiegazione dettagliata del finale) di Ari Aster fonde numerosissime suggestioni, dalla demonologia alla tragedia classica, dalle influenze filmiche al dramma familiare, declinando l’horror a un’auspicabile e ormai per nulla comune articolazione di immagini e contenuti. Ancor più, stupefacente è il fatto che l’horror costituisca il suo lungometraggio di debutto, la cui tecnica è davvero notevole, fin nel minimo dettaglio di regia, fotografia e sceneggiatura. Indiscutibile è l’influsso di taluni predecessori, ma si sa, in ogni epoca il cinema è sempre stato un po’ come il palinsesto di Santa Maria Antiqua a Roma, strato sopra strato si sommano le epoche, le estetiche, la storia stessa insomma … Un pubblico più forbito e/o preparato potrà immediatamente riconoscere un meccanismo narrativo assai affine al Kill List di Ben Wheatley,oppure nelle sequenze alcuni tratti in comune con A Venezia… un dicembre rosso shocking (Don’t Look Now) e Rosemary’s Baby (ascendente riconosciuto da Aster stesso), ma ogni fonte viene rimaneggiata con maestria, per dar vita a qualcosa di diverso e decisamente coinvolgente.

Soffermandoci dunque su Hereditary, in primis c’è la trama, che in uno sviluppo lineare, in un crescendo, dipana un’infinita moltitudine di particolari cui prestare attenzione, tutti funzionali al gran finale. La narrazione si apre con un triste evento, i Graham affrontano il lutto per la beneamata (ma assai problematica) nonna, Annie (Toni Collette), il marito Steve (Gabriel Byrne) e i figli Peter (Alex Wolff) e Charlie (Milly Shapiro). La protagonista, in particolare, vive una serie di sentimenti contraddittori; da un lato pensa di dover provare dolore, naturale reazione alla perdita di un consanguineo, dall’altra invece non riesce del tutto a sentire un vero legame con una genitrice con cui ha trascorsi tutt’altro che limpidi. Anzi, le due hanno condiviso insieme una serie di tragedie, tra cui il suicidio del padre e del fratello in sinistri e inspiegabili frangenti. Poco dopo il funerale, segue un secondo terribile evento, che sprofonda Annie in una completa disperazione. Una sconosciuta incontrata a un gruppo di sostegno e una seduta spiritica di famiglia potrebbero rappresentare un appiglio per la donna, ma l’entità con cui si trova a comunicare è ben differente da quella che avrebbe desiderato contattare … e assai più pericolosa e imprevedibile.

Moderna e originale rilettura del – sovente – assai ritrito genere di possessione demoniaca, Hereditary approccia anzitutto il sottogenere da un punto di vista inedito e piuttosto stimolante: quello del dramma familiare declinato al principio classico di nemesi storica, di ereditarietà della colpa o del retaggio degli antenati, che il titolo stesso richiama, ma che in questo caso non ha possibile catarsi (come accadeva in Le Eumenidi di Eschilo). Sin da principio, in più di una sequenze ambientata in classe viene menzionata l’inevitabilità della Τύχη (la sorte), citando prima Eracle e poi Ifigenia come esempi di eroi tragici che fronteggiano un inevitabile destino. Horror assai sfaccettato, la tradizione greco-antica non è certo l’unica prospettiva con cui è possibile guardare la poliedrica narrazione, ma costituisce lo scheletro che ne determina la struttura e i tempi. Così a un prologo (il discorso funebre di Annie) che presenta i fatti, seguono i 3 atti in cui è suddiviso lo sviluppo, separati tra loro da due momenti topici, un incidente e la seduta spiritica; in ultimo c’è lo scioccante esodo (il finale), che con un’immagine ad effetto e piuttosto terrificante rappresenta una degna chiusura alle premesse.

Film del terrore – si potrebbe dire – classicista, c’è però molto di più in Hereditary dell’interessante matrice. Quello drammatico è solo un raffinato scheletro per edificare poi una narrazione minuziosa, in cui ogni dettaglio è avvisaglia di una verità arcana celata in bella vista. Pregio indiscutibile dell’opera prima di Ari Aster è difatti la capacità di inserire nel fotogramma, come nei dialoghi o nelle azioni dei personaggi, indicatori essenziali del mistero che ammanta la famiglia Graham. Silloge di indizi rivelatori, un simbolo su un palo della luce che richiama quello su una collana, uno schiocco peculiare emesso da uno dei protagonisti, quasi un tic, un libro ritrovato in soffitta, o un’affermazione sibillina, rimandano tutti sapientemente ad altro. Poi ci sono, trovata geniale, le miniature (costruite dall’esperto Steve Newburn) che Annie crea per lavoro e che racchiudono la realtà stessa, perfino i fatti più inquietanti, fornendo un ulteriore strumento narrativo. In ultimo, ci sono i segni del demoniaco, che non viene come al solito raffigurato con il consueto repertorio di levitazioni, mobilio che si muove ed occhi riversi, ma è assai più impalpabile, è una forza che pervade la stanza con la sua presenza concretizzandosi come soffio, come riverbero luminoso azzurrastro che si rifrange repentino sulle pareti, infine come sagoma quasi impercettibile a un angolo della stanza che osserva da lontano silente. Ovvio, ci sono anche manifestazioni più concrete e tradizionali. Memorabile è quella che tange uno dei personaggi principali che, posseduto da un’oscura forza, fluttua sotto la porta chiusa della soffitta e con spaventosa foga batte forte la testa per entrare e raggiungere la sua terrorizzata vittima. D’altro canto la suddetta non è l’unica immagine agghiacciante dell’horror, ma ve ne sono più d’una, tra cui una testa mozzata sull’asfalto e ricoperta di formiche.

La tensione s’incrementa graduale lungo lo svolgimento di Hereditary. E’ un climax, il cui principio è lento, di tono fortemente drammatico e in cui sono solo forniti alcuni vaghi elementi, lasciando lo spettatore stranito e confuso davanti a un Kammerspiel post-contemporaneo con una nota in nero. Poi, in una caduta libera che aumenta la propria velocità di minuto in minuto, fatti sempre più foschi e inquietanti travolgono chi guarda, in un’inevitabile deriva verso la tenebra che sfocia in un finale tanto imprevisto quanto agghiacciante. Il senso d’angoscia e di terrore sono poi acuiti dall’abile performance di due interpreti femminili fondamentali e complementari. Da una parte, la giovane Milly Shapiro dà forma a un personaggio silenzioso, ambiguo e caratterizzato da sguardi e gesti evocativi, in un sapiente minimalismo espressivo. Dall’altra Toni Collette porta sullo schermo una psicologia controversa, una donna eccentrica ed emotiva, con scatti di collera e dilanianti sensi di colpa, rendendola con felice e marcato manierismo. Gli altri due ruoli principali sono altrettanto ben interpretati e funzionali alle due suddette: Gabriel Byrne è controparte posata e sarcastica della moglie isterica, Alex Wolff il figlio vessato e perfetto capro espiatorio sotto molteplici punti di vista. A completare il tutto vi sono geniali escamotage nella regia e nel montaggio, nei movimenti di macchina, con stacchi repentini tra due sequenze in cui il medesimo soggetto, Peter, è seduto sul letto immerso nel buio e subito dopo è in classe, di giorno, nella stessa posizione, oppure nell’overture in cui la replica della stanza in miniatura si anima per divenire quella reale.

Eccezionale debutto che tradisce una notevole cultura cinematografica e letteraria, accompagnata da un’inventiva non indifferente, Hereditary è un horror che non si ferma al banale spavento, come molti prodotti che approdano nei nostri cinema da troppo tempo ormai, ma scava a fondo nelle radici stesse del male suggestionando lo spettatore sottopelle.

Di seguito trovate il trailer italiano del film, nelle nostre sale a partire dal 25 luglio:

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