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5/10 su 260 voti. Titolo originale: Incarnate, uscita: 01-12-2016. Budget: $5,000,000. Regista: Brad Peyton.

[recensione] Incarnate di Brad Peyton

di Sabrina Crivelli

Aaron Eckhart protagonista sprecato in un horror che banalizza una a una le convenzioni del sottogenere demoniaco e non solo

Negli ultimi anni soprattutto, si è assistito a uno smodato prolificare di horror incentrati su possessioni demoniache o case stregate che terminavano con un qualche spiritato. Se certo L’Esorcista di William Friedkin ha lasciato un segno indelebile nell’immaginario collettivo già nel 1973, nelle decadi successive si sono sempre più concentrati una serie di suoi cloni, meno riusciti, che replicavano alcuni elementi visivi e diegetici ormai divenuti convenzione, senza però averne la stessa efficacia, una copia senz’anima.

incarnate-posterEbbene proprio in tale frequentatissimo filone si inserisce ora Incarnate – Non potrai nasconderti di Brad Peyton, e in quanto a qualità non si discosta dagli altri epigoni, anzi, non mette in scena nemmeno i topoi orrorifici propri del sottogenere, divenendo addirittura meno spaventoso di quelli, come i facenti parte dalla saga di The Conjurng di James Wan e annessi, destinati alla grande distribuzione, quindi epurati di ogni elemento davvero disturbante. Se in linea in quel senso con il demoniaco vulgato, il film di Peyton tuttavia si discosta per alcuni elementi centrali nella trama e nello sviluppo, declinando verso un’ibridazione di esorcismo e scienza meno vista del solito prete che pronuncia formule latine per liberare il povero posseduto, ma altrettanto poco funzionante.

Al centro della storia abbiamo il Dott. Ember interpretato da Aaron Eckhart, qui decisamente sprecato in un personaggio dalla psicologia raffazzonata e densa di cliché; il peculiare dottore, una sorta di psichiatra dell’occulto, grazie ad un dono scoperto sin da quendo aveva 26 anni, può penetrare nella mente dell’indemoniato e da dentro, dalla realtà psichica, liberarlo dell’ospite indesiderato. Burbero cacciatore di demoni dal passato problematico, Ember, come John Constantine, caccia dunque entità sovrumnane, ma invece di magia e occultismo utilizza il proprio potere e una serie di strumentazioni mediche. Fumettoso e privo di reale raccapriccio, l’esorcismo è però realizzato all’interno della psiche della vittima, in specie di una prigione onirica. Il demone persuade quindi, tramite una ben congegnata configurazione illusoria, il posseduto a rimanere lì, indagando nel suo animo e ricreando il mondo che lui desidera, così il malcapitato abbandona quello reale, molto meno allettante.

Concept non del tutto da gettare via, avrebbe potuto essere poi svolto in modo ragguardevole, se solo l’atmosfera, il copione e il carattere di regia, fotografia e profilmico avessero supportato l’idea. Purtroppo però non è così. Anzitutto l’atmosfera è piatta, priva d’ogni suggestività; se la sensazione d’angoscia nello spettatore si costruisce anzitutto attraverso il carattere del fotogramma, del montaggio e della mise en scène, qui non c’è climax, non c’è filmica malia. E’ vero, qua e là esiste qualche raro fotogramma teso a sconvolgere chi guarda, a suscitare sbigottimento: un braccio rotto con osso esposto, l’estrazione dell’intestino interno da un vivente e poco altro però, rimangono lì, sparuti e sospesi nel magma della mediocrità. D’altro canto gli effetti speciali sono deludenti, piuttosto limitati quelli meccanici, assolutamente mal riusciti quelli visivi, pessimo il fuoco in CGI, palesemente posticcio come il corpo che vola fuori dalla finestra per schiantarsi a terra, danno l’idea di un film a bassissimo budget, cosa nemmeno così vera (hanno speso 5 milioni di dollari).

incarnatePoi ci sono i plurimi cliché, nonché l’assemblage di spunti preesistenti senza una vera coerenza d’insieme. Dall’iniziale barbona posseduta alla Outcast, l’esistenza di tale modello è piuttosto evidente; un emarginato con il potere di liberare dagli influssi di entità maligne, problematico e con una storia familiare triste alle spalle dovuta al suo dono (lì un divorzio, qui addirittura la morte dei propri cari) è perseguitato dalle entità che lo vedono come una minaccia. Non solo, ugualmente i diversi demoni comunicano tra loro e sono organizzati (fatto già presente nell’omonimo romanzo di William Peter Blatty da cui è stato tratto il già citato L’Esorcista). Il solito paladino travagliato, quindi, a cui si somma la consueta sintomatolologia dell’indemoniato in versione semplificata: catatonia, cambio di voce, onniscienza su fatti personali dolorosi del proprio interlocutore usati per fiaccarne lo spirito, strani idiomi, delle lenti a contatto colorate nere o rosse, questo però è praticamente tutto, la parte più spettacolare qui è tagliata perché il rituale vero e proprio non avviene nella realtà, ma nel sogno.

Qui si inserisce, un po’ forzato, nel procedimento il supporto medico-tecnologico, una serie di elettrodi posti sul peculiare esorcista mostrano su un monitor l’immagine del suo stato psichico, la “sua aura” che secondo quanto spiegatoci è costituita da una sorta di corrente elettrica concretizzabile visivamente, a quanto pare, in qualcosa di molto simile a una radiografia cerebrale-energetica. Allo stesso modo viene analizzato in uno schermo lo status del paziente, non si sa bene come visto che, al contrario dell’officiante-medico, non è collegato ad alcun elettrodo (forse è grazie alle doti medianiche del dottore?); comunque sia, a differenza del primo, l’immagine del suo cerebro è invaso di zone nere, ossia il parassita infestante, alias il demone. Di qui ha inizio la procedura, un po’ come inception Ember fa ricorso a un oggetto per innestare un percorso psichico, quivi per farsi riconoscere dal posseduto, fargli comprendere l’illusione e riportarlo indietro. Come in The Cell di Tarsem Singh il tutto si basa su un’incursione nella psiche altrui, ma l’emisfero palesato era lì assai più visionario, qui anche il surreale è ordinario e privo d’inventiva.

incarnate aaronUnico a salvarsi è Cameron, incarnato da David Mazouz, che, al contrario di molti altri giovani interpreti, e del resto del cast, riesce a ad essere quasi credibile. Sebbene al centro di una sottotrama dalla banalità inaudita (è il solito figlio di famiglia problematica con madre single e padre violento) e supportato da una costruzione psicologica del suo personaggio veramente maldestra e abbozzata, Mazouz ha una buona mimica e rende discretamente la sua seconda personalità mefistofelica, tuttavia non riesce a risollevare il generale squallore recitativo con la sola sua performance.

Misto di diverse idea altrove portate avanti con certo slancio e qui banalizzate, di una recitazione inadeguata da parte di attori tutt’altro che malvagi di norma, Eckhart in primis, e di una storia noiosa, Incarnate costituisce l’ulteriore film ignavo su una possessione, senza peraltro avere quel minimo di spettacolarità e quei due o tre spaventi chiamati che forniscono il minimo intrattenimento sindacale…

Di seguito il trailer italiano di Incarnate, nei nostri cinema dall’8 febbraio:

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