Horror & Thriller

[recensione] Johnny Frank Garrett’s Last Word di Simon Rumley

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Il regista costruisce con maestria un ritratto grottesco della società e insieme un horror altamente disturbante

Concept non esattamente originalissimo, uno spirito perito in circostanze violente che iracondo inizia a uccidere nei modi più truci, si pensi solo alla prolifica saga di The Ring giunta ora al cinema con il suo terzo capitolo (la nostra recensione); ugualmente già nota è poi la trama di un uomo, condannato a pena capitale, che torna dal mondo dei morti per vendicarsi dei suoi boia. Wes Craven, seppur in modo non proprio impeccabile, aveva già proposto quest’idea nel 1989 in Sotto shock (Shocker). Eppure se dunque inedito non è, ma più la somma di spunti già visti, Johnny Frank Garrett’s Last Word di Simon Rumley mostra ugualmente qualcosa di nuovo, non tanto nel contenuto ma nella forma, nel modo di narrare, che per la maggior parte dello svolgimento è decisamente valido.

Johnny Frank Garrett’s Last Word posterOltre ai titoli citati che (come molti altri) condividono con essa diversi elementi della trama, la pellicola si basa su una storia vera, la vicenda del diciassettenne Johnny Frank Garrett, che fu giudicato colpevole dello stupro e dell’assassinio di una suora in Texas nel 1981 dopo un superficiale processo e che in seguito a un’attesa di 10 anni fu infine ucciso tramite iniezione letale. Il fatto di cronaca ispirò, qualche tempo dopo, nel 1987, il documentario The Last Word di Jesse Quackenbush, che suggeriva l’ingiusta accusa di un’innocente, scelto come capro espiatorio per tranquillizzare l’opinione pubblica locale.

Da questo assunto, con una buona dose di verve critica peraltro, prende piede Johnny Frank Garrett’s Last Word, che unisce a una satira acuta e visionaria un tocco di horror. Il regista immagina infatti che lo spirito del giovane condannato (incarnato da Devin Bonnée), una volta defunto torni a perseguitare coloro che ne hanno deciso il destino, prendendo di mira anche le famiglie. A confermare tale funesto proposito è il morituro stesso che, sul punto di morire urla la sua incolpevolezza, la sua maledizione (contenuta in una lettera scritta ossessivamente per essere certo che arrivi a destinazione), “kiss my living ass!“. Da qui iniziano i sinistri decessi dei giurati e uno di loro, Adam Redman (Mike Doyle) si troverà a indagare sulla verità per evitare che anche il figlio subisca le conseguenze delle loro colpe.

Johnny Frank Garrett's Last Word di Simon RumleyVisionario sin dall’apertura, la componente più riuscita dell’horror non è certo il soggetto, piuttosto banale, ma la resa di alcuni fulminei ritratti antropologici e sociali del profondo Sud degli Stati Uniti. Siamo sul finire degli anni ’70, sotto l’egida guida del presidente Carter e in una cittadina del Texas un gruppo di manifestanti inneggiano alla gogna contro il mostro, quello strano e diverso, la rabbia della folla è mostrata in rallenti nelle smorfie ferine dei singoli volti, intanto il tono giallastro, ocra, pervade l’intera pellicola, dando la sensazione di un viraggio latamente stinto, di girato d’altri tempi. Il giovane contro cui tutti si accaniscono è condotto in un’aula di tribunale, il sospettato è condannato già in partenza dalla collettività, non serve approfondire le prove a suo carico, non resta che ratificarlo, lo conferma sicuro l’arringa del procuratore distrettuale Danny Hill (Sean Patrick Flanery), le sue parole non lasciano alcun dubbio. Eppure il volto del giudicato non sembra quello di un diabolico criminale, anzi, lo vediamo terrorizzato in un primo piano, una lacrima al lato dell’occhio indica tutt’altro, ma nessuno vuole ascoltare la sua versione. Il meccanismo della giustizia è già partito, impossibile arrestarlo, se ne fa portavoce una vecchia signora dal parrucco strutturato quando la giuria si riunisce per decidere: al vacillare dell’unico componente che non è poi così certo della sentenza definitiva, replica con sguardo fanatico che da giorni non dorme tranquilla, che lì sono timorati di Dio e che è loro dovere proteggere la comunità; ovviamente alla ricerca della verità non fa riferimento alcuno. Si assiste allora a più riprese alla raffigurazione di un’umanità quasi caricaturale, eppure vivida nel suo eccesso espressionista, quasi una versione moderna dei personaggi dei quadri ensoriani, tra cui demoni e scheletri fanno capolino. Emblematica è la carrellata sugli spettatori al momento dell’esecuzione: un’obesa piange e il corpo sussulta in preda a incontrollabili singhiozzi, una bionda guarda attraverso il vetro avida di morte, Hill si gusta compiaciuto il suo successo, sogghignando tronfio.

L’efficacia descrittiva non si limita però alla sola componente antropica; in un minimalismo d’impatto il regista riesce a concretizzare in sequenze davvero disturbanti le successive morti per cause sovrannaturali. Senza le esagerazioni a effetto che certi horror più commerciali contengono, mobilio che vola, indemoniati che levitano e si esprimono in idiomi antichi, fantasmi posticci dagli occhi corvini, qui il male è senza fronzoli. È qualcosa di ruvido e concreto, l’immagine filmica non ha quella falsificazione che spesso edulcora la violenza rendendola meno reale. per questo più tangibile. Immediato e reale, un dolore fisico intride i fotogrammi, dall’urlo lancinante e innaturalmente esteso di Garrett, poco prima di essere colto da convulsioni, sputare un denso cumulo di sangue e morire, alla maestrina con malsane occhiaia che per i corridoi ripete come un’ossessa le ultime parole del suddetto (“kiss my living ass”) poi entrata nell’aula con una grafia instabile riempie la lavagna; lo spettatore non riesce a vederlo subito, sono inquadrati solo piccoli frammenti, successivamente la donna intima, urlando, a una bimba bionda di leggere, questa incerta inizia, si allontana l’occhio della camera e finalmente abbiamo una visione d’intero: sulla superficie nera la frase è ripetuta fino a riempire l’ultimo angolo, quasi un insieme di geroglifici. D’improvviso, l’insegnante si ficca tremante due matita nelle narici e forte batte il capo sulla scrivania in una lobotomia auto-indotta, il tutto in un susseguirsi fulmineo che non lascia il tempo per transigere sui particolari, solo si può udire il suono secco delle punte lignee che s’inficcano nelle pareti molli.

Johnny Frank Garrett’s Last WordEppure le doti affabulatrici di Rumley si estendono ancora oltre, sono altresì capici di dare forma all’intangibile, all’allucinazione attraverso il ricorso a diverse tecniche. Da una parte la telecamera, come se incarnasse lo sguardo di un incorporeo assalitore, percorre gli spazi domestici in un piano sequenza, che vagamente ricorda It Follows di David Robert Mitchell, poi si sofferma sulla moglie al computer, sul marito che legge, loro non se ne avvedono, percorre le scale fino alla stanza di un bambino che dorme, inizia a infestare i suoi sogni e, cristallizzazione dell’incubo, sono alternati alcuni fotogrammi in bianco e nero che si distaccano in modo netto dal resto del girato. Modus narrandi singolare, allo stesso modo la sensazione di ansia, di minaccia è costruita attraverso il montaggio sincopato, che alterna prima dei dettagli particolarmente incisivi, per poi giungere a una visione d’insieme, così da risultare fortemente straniante. A ciò infine è aggiunta, ad acuire ancor più la percezione, il reiterato uso di un theme di archi dal suono acuto e disarmonico. Ogni aspetto della realtà è catturato in modo distorsivo, sia nel comparto sonoro che nel visivo.

Purtoppo, qualche piccola incongruenza soprattutto avvicinandosi all’epilogo, nonchè un finale fin troppo buonista e lacrimevole stridono con il resto dello sviluppo, rivelandosi non esattamente all’altezza delle premesse e compromettendo in parte il risultato finale. Nonostante questo, però nel suo complesso JFGLW è sicuramente un film riuscito, Rumley dà sfoggio di ottime doti registiche e, soprattutto, è in grado di regalarci un’atmosfera inquietante e grottesca, degna del miglior Rob Zombie.

Di seguito il trailer ufficiale di Johnny Frank Garrett’s Last Word

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