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Recensione libro + intervista | La Spada del Destino di Stefano Locati

29/01/2019 di Alessandro Gamma

L'autore approfondisce minuziosamente oltre cento anni di jidaijeiki, il cinema di ambientazione storica realizzato in Giappone, che ancora oggi è fucina di innovazioni tecniche e narrative ed inesauribile fonte di storie e personaggi memorabili

la spada del destino locati

Dopo averlo intervistato esattamente due anni fa per Il nuovo cinema di Hong Kong – scritto a quattro mani con Emanuele Sacchi, torniamo oggi a occuparci di un’opera di Stefano Locati con la recente pubblicazione del preziosissimo La Spada del Destino (Luni Editrice, 576 pagg., 28 euro).

Preziosissimo perché presenta per la prima volta in Italia – in modo organico e approfondito – oltre cento anni di jidaijeiki, il cinema di ambientazione storica realizzato in Giappone, quello dei nobili samurai e degli errabondi ronin senza padrone, per dirla in modo spicciolo e ai limiti del superficiale. Se è vero che le guardie imperiali dai lunghi capelli raccolti e dalle affilate katane sono entrati ormai da tempo a far parte dell’immaginario occidentale, grazie soprattutto ai lavori del regista Kurosawa Akira – pensiamo solo al suo seminale I sette samurai del 1954 -, questo filone ha insospettabilmente (per il fruitore di cinema medio) letteralmente impazzato per le sale nipponiche dagli anni Venti fino alla fine degli anni Sessanta del secolo scorso con l’uscita di innumerevoli titoli, ma sono ancora ancora oggi – ebbene si – fucina di innovazioni tecniche e narrative, oltre che un’inesauribile fonte di storie e personaggi memorabili.

I sette samurai (1954) kurosawa filmLa Spada del Destino non guarda quindi solamente ad autori noti come Mizoguchi Kenji (I racconti della luna pallida d’agostoLa vendetta dei 47 ronin), ma anche alle opere di registi a loro modo innovativi come Ito Daisuke, Yamanaka Sadao, Kobayashi Masaki, Gosha Hideo e tanti altri, come ad esempio Tsukamoto Shinya, che ha presentato il suo Zan (Killing) nel concorso principale all’ultima Mostra del Cinema di Venezia (la recensione).

Per comprendere le sfumature del complesso sistema simbolico di rappresentazione della classe dei guerrieri del Giappone feudale è necessario quindi avventurarsi oltre i pochi film conosciuti dalle nostre parti, attraverso un’analisi che fa emergere come l’ambientazione storica sia quasi sempre una metafora dei problemi e delle istanze del periodo in cui sono stati girati i suddetti film. Dai funambolici film muti d’avventura degli anni Dieci fino alle vibranti riflessioni filosofiche del nuovo millennio, sfogliando i 4 macro-capitoli di La Spada del Destino il lettore più curioso – ma anche chi è in cerca di approfondimenti puntuali e frutto di minuziosa ricerca – può così addentrarsi in un repertorio di storie e pratiche di messa in scena dirompente, che passa dalle commedie scanzonate alle tragedie più cupe, da battaglie epiche a duelli leggendari, per finire con storie d’amore contrastate e cronache di ribellioni spesso finite nel sangue. Insomma, un viaggio appassionante e sorprendente alla scoperta dello straordinario archivio visivo e culturale dei film storici nipponici, che saprà affascinare e sorprendere sia il fruitore novizio che quello già sgamato.

Abbiamo avuto il piacere di parlare di La spada del destino direttamente col sua autore.

Crossroads film Kinugasa TeinosukeQuando nasce l’idea di realizzare un tomo di questo tipo?

Era da anni che volevo fare uno studio esteso e approfondito sulla genesi e l’evoluzione dei film storici giapponesi. In lingue occidentali ci sono una manciata di articoli e libri che parlano di samurai al cinema, ma davvero pochissimo di organico o che vada oltre la solita listarella di titoli noti. Naturalmente ci sono delle storie generali del cinema giapponese, anche molto dettagliate come i lavori di Maria Roberta Novielli o Isolde Standish, ma poco che mettesse al centro i soli jidaigeki, i film ad ambientazione storica, in modo da far emergere le loro peculiarità, continuità e discontinuità. La mia idea era analizzare come si è evoluta la figura del samurai e la rappresentazione della società giapponese nel corso della storia del cinema. Non ero però mai riuscito a concretizzare l’idea, anche perché richiedeva tantissimo tempo nella preparazione e nella stesura. Poi, poco più di due anni fa, ho però conosciuto a una conferenza il fondatore di Luni e parlando è emerso il suo interesse a fare un libro del genere. Così mi ci sono buttato a capofitto!

Perchè è importante il genere jidaigeki (per te e per i giapponesi)?

I film storici giapponesi hanno costruito, nella loro evoluzione, un immaginario complesso e ardito, sia dal punto di vista estetico che da quello di messa in scena. Una storia che poi si estende oltre ai jidaigeki, sia in modo diretto, come per i film di yakuza e quelli dell’orrore, che hanno le loro radici proprio nei film storici, sia in modo indiretto, con tutto il cinema giapponese, grazie a una serie di soluzioni visive e narrative che si sviluppano nei film storici e poi ritornano anche nei film ad ambientazione moderna. Per me rappresentano un oggetto multiforme e affascinante, soprattutto per il modo in cui si interrogano continuamente su come raccontare il passato, su come mettere in scena gli eventi storici, su quale rapporto c’è tra il passato e il presente. E poi per il loro valore di metafora, che nel mettere in scena storie di violenza, disperazione, spesso sconfitta con protagonisti grandi personaggi storici o provenienti dai miti e dalla letteratura, raccontano in realtà di una ribellione alla società e alle imposizioni del presente in cui i film erano girati.

Harakiri film Kobayashi MasakiQuanti titoli conoscevi prima di iniziare La Spada del Destino e quanti ne hai scoperti?

Ne conoscevo tanti, perché è da tanto che mi interessano i film storici, le loro modalità di messa in scena, le scelte estetiche e di regia, le differenze tra i diversi studio. Mi è difficile dire un numero preciso, ma alcune centinaia. La cosa meravigliosa è che ne ho scoperti altrettanti mentre lavoravo al volume. Nel volume ho parlato e fatto riferimento a circa quattrocento film, ma ne ho visti molti di più, scoprendo anche film meno conosciuti o non considerati che però hanno un loro valore e una loro storia. Il fatto è che più si cerca e più film emergono. E non è mai finita! Soprattutto tra gli anni ’50 e ’60 sono stati prodotti qualche migliaio di film storici. Non voglio arrivare a dire che siano tutti belli o interessanti, è ovvio che in questa galassia di film ce ne sia una parte consistente che è poco riuscita, derivativa, ripetitiva o anche solo semplicemente brutta. Ma la cosa straordinaria, per me, è come il sistema iperproduttivo di quel periodo permettesse un lavoro continuo sulla regia e la messa in scena anche nei prodotti più veloci e dozzinali, con elementi riconoscibili che si trasformano da un film all’altro, da una serie all’altra.

La parte più difficile di realizzare La Spada del Destino? E quella più semplice?

La parte più difficile è stata far stare nel libro tutto quello che avrei voluto idealmente metterci! E infatti alcune cose le ho dovute togliere e altre solo accennare (per la sanità mentale di tutti, probabilmente). Già così sono tante pagine, ma nella primissima stesura ti assicuro che erano molte di più. Così un grosso lavoro è stato togliere e sfoltire. Per alcune cose, posso arrendermi all’idea che fossero elementi inessenziali – se non per il mio lato maniacale. Però per altre cose mi dispiace, ad esempio non c’è stato un paragrafo su un film inusuale nella filmografia di Gosho Heinosuke come Glow of the Firefly. La parte più semplice, invece, è stata l’organizzazione del lavoro. Ho avuto qualche tentennamento all’inizio, quando dovevo decidere che ordine dare, come dividere le informazioni; ma superato quel primo scoglio, poi tutto è venuto immediato, seguendo a catena.

Demons Matsumoto Toshio filmDove sta andando il genere jidaigeki?

Dopo la crisi degli anni ’70, con il taglio netto a numero di film prodotti e idee originali in campo, i film storici non si sono più davvero ripresi. Solo dalla fine degli anni ’90 e dai primi anni duemila qualcosa è cambiato e l’industria cinematografica giapponese è tornata a guardare al genere con interesse e con nuovi stimoli. A livello numerico, si rimane su una percentuale minima rispetto ai titoli prodotti negli anni d’oro e credo sia altamente improbabile un ritorno a quella mole. A livello di contenuti, però, ci sono stati sviluppi interessanti. I jidaigeki stanno andando in tante direzioni: una parte dei film si interroga sul senso della violenza e della guerra, con samurai che combattono o muoiono con sempre meno convinzione (come in The Twilight Samurai di Yamada Yoji, ma anche per certi versi in Killing di Tsukamoto Shinya). Poi ci sono film che, all’opposto, estremizzano una ricerca estetica di violenza ed esasperazione, da Gojoe di Ishii Gakuryu a L’Immortale di Miike Takashi, pur in modi diversi. E poi c’è tutto quel sommovimento di commistioni ludiche che si disinteressano della verosimiglianza storica e innescano un processo di confronto giocoso e libero con il passato: per la maggior parte si tratta di film tratti da manga o anime, ma non solo, basta guardare a Samurai Fiction di Nakano Hiroyuki. Sono fenomeni interessanti che riprendono e stravolgono quello che già c’era, adattandosi ai tempi postmoderni.

Quale dei film perduti vorresti vedere se potessi sceglierne solo un paio? E perchè?

La scomparsa di così tanti film giapponesi antecedenti alla seconda guerra mondiale è straziante. Anche per questo spero che si possa riscoprire e tornare a vedere quello che rimane. Posso dire che sarei curiosissimo di vedere la trilogia completa di Roningai di Makino Mashiro, di cui rimane solo un frammento del primo film e la prima parte del secondo. Intanto perché è uno snodo cruciale nella storia dei jidaigeki, che conosciamo così solo in modo imperfetto, e poi, da quel che rimane, perché si tratta di film di una modernità e vitalità contagiosa che vorrei gustare nella loro interezza. Poi vorrei tanto rispuntassero fuori per magia i film perduti di due registi in particolare, Yamanaka Sadao e Itami Mansaku. Di Yamanaka sono conservati solo tre film, Tange Sazen and the Pot Worth a Million Ryo, Priest of Darkness e Humanity and Paper Balloons, che sono tutti meravigliosi. Di Itami rimane solo qualche copia parziale e l’ironico Capricious Young Man (oltre a qualche film non storico). È davvero triste che il resto delle loro filmografie sia perso per sempre.

zan killing tsukamotoDammi – con breve motivazione – la tua personalissima top 3 e flop 3 (film e/o registi) dei jidaigeki

Sui flop non mi pronuncio. Tra i film che ho visto e rivisto ci sono tanti film mediocri o detestabili, ma senza che mi abbiano mai urtato i nervi in maniera così netta. Sui migliori… è naturalmente una richiesta impossibile, ce ne sono talmente tanti che meritano! Do per scontati i Kurosawa Akira, da Rahomon a I sette samurai fino a Kagemusha, e i Mizoguchi Kenji, da I racconti della luna pallida d’agosto a L’intendente Sasho. Andando a pescare nel meno immediato e saltando qui e là nel tempo, scelgo allora: Crossroads di Kinugasa Teinosuke, un film muto del 1928, perché ha delle idee di regia pazzesche e una capacità di sintesi delle emozioni perfetta. Harakiri di Kobayashi Masaki, capolavoro del 1962, perché unisce una regia rigorosa e un controllo degli spazi di scena assoluto a una storia a incastro indimenticabile. E Demons di Matsumoto Toshio, un film di inizio anni ’70 che riesce a unire il richiamo al cinema classico e una sperimentazione continua, in una storia di inabissamento nella violenza e nella follia che non lascia scampo. Se invece dovessi indicare dei registi specializzati in film storici su cui puntare, direi … Ito Daisuke, Gosha Hideo, Kato Tai, Misumi Kenji, Kudo Eiichi, perché ciascuno a suo modo ha fatto la storia di questo genere.

Di seguito il trailer internazionale di I Sette Samurai:

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