Sci-Fi & Fantasy

6/10 su 48 voti. Titolo originale: Il ragazzo invisibile: Seconda generazione, uscita: . Budget: sconosciuto. Regista: Gabriele Salvatores.

Recensione | Il ragazzo invisibile – Seconda generazione di Gabriele Salvatores

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Un insieme di bizzarrie e incongruenze di sceneggiatura affossano lo strampalato e derivativo secondo capitolo incentrato sulle avventure del supereroe nostrano

Era il 2014, quando anche nelle sale del Belpaese approdò un autoctono supereroe, Il ragazzo invisibile di Gabriele Salvatores con protagonista Ludovico Girardello, ragazzino in età scolare che scopriva di colpo di essere capace, per l’appunto, di diventare invisibile. Certo i difetti erano non pochi, nonostante il budget importante (8 milioni di euro), a partire dalla recitazione non proprio entusiasmate; anche le critiche non mancarono e il risultato al botteghino fu infatti piuttosto deludente: ‘solo’ 4.5 milioni complessivi (è uscito anche in Francia – paese co-produttore – e negli Stati Uniti, dove ha avuto scarsissimo seguito). Eppure non si poteva non salutare con un certo gaudio e rispetto il coraggioso passo di Salvatores, che s’era arrischiato in territori assai poco esplorati nei lidi patri, tentando la strada di un italico giovane mutante, sicché nonostante tutto, non si poteva che salvare il progetto e riconoscerne l’audacia.

Abbastanza incomprensibilmente, a distanza di tre anni è ora stato prodotto un sequel, Il ragazzo invisibile – Seconda generazione, diretto ancora una volta dal regista napoletano e prodotto da Indigo Films con Rai Cinema in collaborazione con la Friuli Venezia Giulia Film Commission e finanziato dal M.I.B.A.C.T, dal Fondo Regionale per il Cinema e l’Audiovisivo del Lazio e (fatto strano) da incentivi forniti dal governo di Malta (!). In ogni caso, potrebbe sembrare comunque un fatto positivo, un ulteriore ardimentoso tentativo di riportare in sala una cinematografia di genere nostrana e, nonostante il flop del precedente capitolo, investendoci anche un dignitoso ammontare di risorse, almeno da quanto si può desumere dalla colonna sonora non originale, in cui figurano, tra gli altri, brani come Behind Blue Eyes degli Who, Just Breathe di Eddie Wedder (già sentita in Into the Wild) e Final Masquerade dei Linkin Park, che senza dubbio non devono esseri costate poco in fatto di diritti. Questi conti in tasca spiccioli per arrivare a dire che, questa volta, l’entusiasmo scaturito dalla natura del progetto non è sufficiente a difenderne il risultato, troppo deludente per poterlo scusare in alcun modo.

La storia, piuttosto raffazzonata, piena di incongruenze e frutto di un maldestro collage di più cinecomics d’Oltreoceano, riprende dalla chiusa del capostipite e vede sempre protagonista Michele (Girardello), che mantiene la propria vera natura e le proprie imprese celate perché, come risaputo, è così che succede a tutti gli eroi. Singolare snodo narrativo ex abrupto, sin dalle prime sequenze scopriamo inoltre che uno dei personaggi centrali del film è deceduto in un terribile incidente (non ne approfondiremo l’identità per evitare spoiler, ma vi possiamo anticipare che non ne sentiremo la mancanza …). Tale perdita improvvisa (e solo abbozzata con superficialità nella diegesi) causa nell’ormai sedicenne una profonda crisi. Come se non bastasse, il dover mantenere celate le sue gesta gli impedisce di sbugiardare un sedicente paladino che se ne vanta a scuola, soffiandogli addirittura la fidanzata. Tuttavia, a dare un nuovo senso all’esistenza dello sventurato compaiono Natasha (Galatéa Bellugi), sorella francofona (!) cresciuta in Marocco da genitori adottivi autoctoni che la maltrattavano, e la madre naturale, Yelena (una Kseniya Rappoport dalla dizione improbabile), che ha chiaramente in testa qualcosa di molto più losco di quello che vuol far vedere in superficie. Ovviamente con il ricongiungimento del nucleo familiare iniziano a emergere verità nascoste sul passato del protagonista, dei suoi consanguinei e del nutrito manipolo dei mutanti caucasici che li circondano, la cui presenza era stata palesata nella scena di chiusura del primo film; il tutto in concomitanza dell’arrivo a Trieste – strana coincidenza – di Igor Zavarov (Kristof Konrad), potentissimo magnate russo che deve inaugurare un suo gasdotto.

Molte sono le mancanze che affliggono Il ragazzo invisibile – Seconda generazione, che smarrisce pregi e scusanti del predecessore lungo la via per rimanere solo un coacervo di cliché. Anzitutto il precedente capitolo era contraddistinto da una prospettiva molto italianizzata, quasi provinciale, al materiale supereroistico, fatto inviso ad alcuni, ma che quantomeno conferiva una certa originalità d’approccio, declinando secondo i canoni nostrani una tipologia filmica allogena. Ebbene, in questo sequel tale peculiarità svanisce per tornare a trattare questioni che le prime pellicole degli X-Men (i fumetti non li scomodiamo neppure) – e non solo loro – hanno affrontato meglio e già decadi addietro. Abbiamo così la ritrita sequela di indegni esperimenti su cavie umane, sui diversi, come in X-Men – Conflitto finale (X-Men: The Last Stand), il tutto all’insegna del contrasto insanabile tra normali e ‘speciali’, che permea ogni pagina o adattamento della suddetta saga Marvel/Fox sui mutanti (al centro anche del prossimo New Mutants). Comprensibilmente, anche i superpoteri (i cui effetti speciali sono stati curati da Victor Perez) sono già ampiamente noti, tra telepatia, telecinesi, pirocinesi, forza sovrumana e così via, ma d’altronde difficile è qui inventare qualcosa di troppo inedito. Fatto sta che buona parte delle tematiche e degli elementi su cui si fonda la trama sono ormai stati copiosamente esplorati altrove.

Se dunque il soggetto non brilla per fantasia, ad essere ancor più disturbante è lo script più nel dettaglio, in cui dominano incongruenze e bizzarrie. Sembra che il trio di sceneggiatori del precedente film, qui confermato, Alessandro Fabbri, Ludovica Rampoldi e Stefano Sardo, qui abbiano messo il pilota automatico e deciso di non prestare la minima attenzione alle minuzie, dando vita così a una stravagante congerie di eccentriche suggestioni, una meno motivata dell’altra (quasi alla Boris). Altro che ‘rappresentare le difficoltà della crescita’ e ‘saghe alla Harry Potter o esperimento alla Boyhood‘ come Salvatores ha dichiarato in alcune interviste. Giusto per fornirne una vaga idea, Natasha, cresciuta fin dalla tenerissima età in Marocco da locali (giusto per dare un tocco di esotico), come prima lingua parla il francese e per qualche ancor più arcana ragione domina perfettamente l’italiano, pur essendo vissuta a Rabat fino a poco prima (lo vediamo in apertura). Sempre restando in ambito linguistico, sono alternati in maniera del tutto casuale dalla combutta degli ‘speciali’, tutti – nessuno escluso – provenienti dall’ex URSS, dialoghi in russo e in italiano (dove l’abbiano appreso resta un’incognita). Si opta poi per addormentare (con folkroristiche frecce narcotiche con spia lampeggiante!) e rapire (i dettagli non possono essere spiegati oltre), piuttosto che tranquillamente parlare, quelli che probabilmente saranno futuri complici e che plausibilmente saranno d’accordo con il piano sin da principio, giusto per dar vita a una goffa “Mossa Kansas City” con colpo di scena imprevedibile … Un ‘piano’ – assurdo se ci pensate – di cui Magneto sarebbe orgoglioso (no). Non solo: in quattro giorni – questo l’arco temporale entro il quale si compie il film – Michele crea con le congiunte appena incontrate un legame del tutto implausibile e sembra dimenticare altrettanto in fretta affetti di ben più lunga data. Se queste sono le carenze più lapalissiane (ma per qualcuno saranno pure inezie sia chiaro), ci sono mille altri particolari giusto abbozzati, nelle psicologie (i compagni di scuola impiegati malissimo), nello sviluppo come nei meccanismi narrativi, che fanno percepire l’insieme come un inverosimile pasticcio pressappochista. A ciò si somma, giusto a coronamento, una grottesca interpretazione di pressoché tutti i membri del cast (gli accenti giocano proprio un brutto colpo), da cui è esente solo Girardello, cresciuto molto – non solo di statura – rispetto a Il Ragazzo Invisibile.

In definitiva, se con il predecessore si potevano ancora chiudere gli occhi su molti dettagli, i difetti di Il ragazzo invisibile – Seconda Generazione sono tali e tanti da renderlo assolutamente fuori tempo massimo e per questo ‘incomprensibile’, al punto da far sperare allo spettatore uscito dalla sala che arrivi qualcuno a cancellargli la memoria come avveniva proprio nel finale della pellicola del 2014.

Di seguito trovate il trailer ufficiale del film, nei cinema dal 4 gennaio 2018:

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