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Voto: 7/10 Titolo originale: 서울역 , uscita: 17-08-2016. Regista: Yeon Sang-ho.

Seoul Station | La recensione del film horror animato di Yeon Sang-ho

09/01/2017 recensione film di Alessandro Gamma

Il prequel animato del clamoroso Train to Busan è uno zombie movie insolito e ricco di spunti

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Il regista sudcoreano Yeon Sang-ho ha costruito la sua reputazione con film d’animazione maturi contraddistinti da tematiche non convenzionali, tra cui The King Of Pigs e The Fake. Il suo ultimo progetto, intitolato Seoul Station, affronta argomenti probabilmente più familiari – un’epidemia di zombie – anche se il suo percorso verso gli schermi cinematografici (in patria ovviamente…) è stato insolito.

A Yeon è stata infatti data l’opportunità di sviluppare un film live-action ambientato nello stesso universo di Seoul Station – l’esaltante campione di incassi Train to Busan (la nostra recensione) – con il film d’animazione che è sbarcato prima nei Festival di mezzo mondo ma con il suo sequel che l’ha battuto sui tempi nei multisala della Corea del Sud. Nonostante quello che la rispettiva visibilità possa suggerire, la versione disegnata del regista è tuttavia molto più di una semplice ‘spalla’ per il live-ation ad alto budget, e per alcuni versi addirittura più originale e interessante.

seoul-station-posterSeoul Station è infatti del tutto autosufficiente, senza personaggi che sconfinano nella pellicola ‘dal vero’. Come i nomi suggeriscono, le stazioni ferroviarie servono come epicentro per il virus pestilenziale in questa serie. L’epidemia qui nasce con un anziano senzatetto che si rifugia appunto nel sito del titolo. La portata del film non si espande mai al di là dei pochi personaggi su cui il regista sceglie di concentrarsi, seguendoli nel corso dell’intera prima notte del focolaio. A differenza di Train to Busan, la tecnologia e i cellulari non sono però un mezzo per acquisire ulteriori informazioni su quello che sta accadendo; i protagonisti comunicano solo gli uni con gli altri.

La narrazione di Seoul Station, simile a quella del live-action, è guidata dall’alienazione tra padre e figlia mentre si spostano attraverso una capitale sempre più caotica in cerca l’uno dell’altra. I personaggi principali – un altro uomo senza fissa dimora che si preoccupa di trovare aiuto per il paziente zero; Hae-sun, una ragazza in fuga dal suo ex protettore; il suo ragazzo Ki-woong; e un uomo che afferma di essere suo padre, Suk-gyu – si trovano tutti anche sui gradini più bassi della scala sociale. La centralità di tali emarginati, figure senza speranza, tutte respinte dai servizi sociali ad un certo punto della vicenda e in seguito messe addirittura in quarantena dai militari, non può non riportare alla mente i moti di protesta della sinistra verificatisi a Seoul nel 2015.

Seoul Station ha quindi l’onere di ergersi in due arene: in primo luogo, risultare degnamente indipendentemente dal suo successore con attori in carne e ossa; in secondo luogo, giustificare la sua esistenza come ennesimo film di zombie. Per quanto riguarda tali sfide, questa interpretazione animata di una Seoul zombificata è, nel bene o nel male, meno in debito con le convenzioni culturali pop del cinema della Corea del Sud. Senza nulla togliere alla New Wave coreana, Yeon mette in scena le sue tematiche in modo più chiaro e creativo senza l’utilizzo di qualche star nota al pubblico (pur utilizzando le voci di Ryu Seung-Ryong e Shim Eun-Kyung). Il film mantiene un registro nichilistico in tutto e il colpo di scena alla fine sorprende specificamente per come ricade al di fuori della sfera di competenza del genere zombie, emergendo invece dal dramma interpersonale dei personaggi presente prima dell’outbreak.

Seoul Station animazioneL’economia dell’animazione – Seoul Station non ha un aspetto povero, ma chiaramente non ha potuto contare sul budget di un film di un grande studio – mantiene l’attenzione focalizzata sui personaggi e sulle aggressioni furiose da parte delle orde di non morti. E quando la narrazione richiede un incremento della spettacolarità, ad esempio una sequenza con un’ondata di zombie molto più numerosa di quanto era stato prima accennato, Seoul Station non si tira indietro.

In una sequenza tra le più memorabili, una folla di infetti tenta di seguire Hae-sun su alcune impalcature sospese, la maggior parte di loro saltando inesorabilmente verso un misero destino e colpendo ogni trave d’acciaio durante la caduta. Non per rivendicare una competenza nel cinema di zombie, ma questa particolare messa in scena suona poco familiare, e la sua esecuzione animata è qualcosa che non ci si aspetterebbe di vedere, diciamo, in una serie come The Walking Dead, con la sua attenzione per lo splatter.

Certo qualcosa di fin troppo familiare c’è anche qui (non è certo una sorpresa scoprire che qualcuno sia inconsapevolmente infetto in mezzo a un gruppo di sopravvissuti), ma questi momenti risultano praticamente inevitabili all’interno del sottogenere. Anche se Seoul Station procede in una narrazione ‘a vicolo cieco’ – tanto che il seguito ha necessitato di un nuovo punto di ingresso – la vocazione sociale della pellicola e la sua specificità regionale, nonché la sua effettiva messa in scena, ne fanno un’aggiunta più che dignitosa ai titoli meritevoli di questo filone.

Chissà che non venga almeno inserito nell’edizione home video di Train to Busan da queste parti…

Di seguito il trailer ufficiale di Seoul Station:

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