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7/10 su 1239 voti. Titolo originale: Silence, uscita: 22-12-2016. Budget: $46,000,000. Regista: Martin Scorsese.

[recensione] Silence di Martin Scorsese

di Giovanni Mottola

Andrew Garfield e Liam Neeson a confronto tra fede e ragione nel Giappone del XVII secolo

Nel catalogo di suoceri che le cinque nozze gli hanno portato in dote, Martin Scorsese non ha fatto in tempo ad annoverare Roberto Rossellini, morto due anni prima del suo matrimonio con la figlia Isabella. La cosa deve avergli causato dispiacere, dal momento che considera il maestro italiano uno dei più grandi registi di tutti i tempi e che inserisce Roma città aperta e Paisà tra i suoi dieci film preferiti di sempre. Con Silence si apparenta però più che mai, in senso artistico, al mancato suocero: per la passione per l’approfondimento storico e culturale; per il gusto di realizzare un’opera didattica oltre che coinvolgente; per la mancanza di remore nell’affrontare vicende scabrose. E anche per la consapevolezza di non aver più nulla da dimostrare e di potersi così permettere libertà espressive e narrative, senza curarsi del fatto che né l’argomento trattato né la soporifera durata dell’opera (quasi tre ore) saranno facilmente digeribili per il pubblico. A dire il vero è da tempo che Scorsese ha rinunciato al concetto di sintesi, ma in quest’occasione quello che solitamente è un limite diventa una risorsa perché il contesto da raccontare è il Giappone del XVII secolo (che per ragioni produttive è stato ricostruito a Taiwan) e allora, a differenza dei suoi precedenti film, le tre ore del racconto servono a immergere pienamente lo spettatore in un ambiente che lo stesso inquisitore Inoue Masahige (Issei Ogata), capo della casta buddista che detiene il potere, definisce “una palude”.

silence film locandinaChi ha visto gli straordinari film di Yasujirō Ozu sa bene quanto il nostro mondo sia distante anche da regole e usanze del Giappone di appena cinquant’anni fa. Si possono quindi immaginare le profonde differenze che nel Seicento caratterizzavano l’Occidente e l’Oriente e fino a quali aberranti limiti potessero spingersi i custodi delle reciproche tradizioni religiose per la difesa di un simbolo d’identità. Ispirandosi all’omonimo romanzo del 1966 scritto da Shūsaku Endo, uno dei pochi giapponesi cristiani, Silence racconta le persecuzioni subite dai cristiani nel XVII secolo ad opera dello shogunato Tokugawa. Lo scontro tra le due civiltà è raccontato attraverso le vicende dei due giovani gesuiti Rodrigues e Garupe (interpretati da Andrew Garfield e Adam Driver) ai quali giunge la notizia che il loro maestro Padre Ferreira (Liam Neeson), da anni in Giappone, ha compiuto apostasia abbandonando il cristianesimo per il buddismo in seguito alle torture subite. Increduli, per verificare di persona si recano sul posto dove s’imbattono in piccoli di gruppi di fedeli cristiani costretti a nascondersi in quanto perseguitati per volontà degli shogun e torturati fino alla conversione o, in alternativa, alla morte. I due preti danno inizialmente coraggio a queste persone, ma ben presto vengono catturati entrambi. Garupe rimane sullo sfondo e lo rivediamo soltanto nell’atto d’immolarsi in un tentativo estremo di difesa dei perseguitati locali, o piuttosto di compartecipazione alla loro malasorte. Ad essere seguito passo dopo passo è invece Rodrigues, il cui tormentato destino lo porta (e ci porta) a toccare con mano a quali abissi può condurre il fanatismo, in questo caso religioso, e a porsi dubbi su quale sia il corretto modo per far professione di fede. L’incontro con il suo vecchio maestro (la scena più bella) costituisce la svolta non soltanto per Rodrigues, ma anche per il film, che smette di essere soltanto un affresco storico e antropologico, per quanto di grande interesse, per entrare in quella stessa indagine sulla spiritualità che connotava Il villaggio di cartone di Ermanno Olmi, dove il vecchio parroco affermava: “Ho fatto il prete per fare del bene. Ma per fare il bene non serve la fede: il Bene è più della Fede“. Un messaggio apparentemente laico, che in realtà è l’essenza della vera cristianità, fatta di dubbi e non di certezze, di ascolto e non di imposizioni.

Per un verso Rodrigues e Garupe  rappresentano i difensori della libertà di culto, che si può vedere come un’espressione di un più generale principio di libertà; per l’altro, però, le loro posizioni appaiono quasi ugualmente fanatiche rispetto a quelle dei persecutori: per l’ostinazione a non voler rinnegare il suo Dio, Rodrigues è infatti causa di continue torture per gli altri cristiani. Finché non è la voce dello stesso Cristo a convincerlo ad andare nella corretta direzione. Anche la figura di Ferreira è ambivalente: un traditore vigliacco o un uomo saggio che per il bene di tutti rinuncia a battaglie impossibili da vincere? Un film fatto dunque di luoghi, culture e quesiti senza tempo. Per questo, a differenza di quasi tutti gli altri film di Scorsese, Silence non è una prova d’attore (cosa che abitualmente accadeva per Robert De Niro prima e per Leonardo DiCaprio ultimamente): qui gl’interpreti si calano nella parte del pianoforte quando duetta col violino, mettendosi al servizio del film e accompagnandolo senza mai prevalere su di esso. E’ un merito per i tre protagonisti, che si astengono da ogni sorta di gigioneria, ma anche per i bravissimi attori giapponesi (con la sola parziale eccezione di Issei Ogata, che caratterizza il suo inquisitore con toni troppo sarcastici), tra i quali merita una menzione il celeberrimo (in patria) regista e attore Shinya Tsukamoto. Pensato molti anni fa, Silence era il sogno di Scorsese, a lungo proibito per ragioni di costi e varie difficoltà produttive. Una fortuna per il film, la cui uscita concomitante con la riproposizione di uno scontro di civiltà e di religioni, questa volta tra cristianesimo e islamismo, quasi a dimostrare quanto il suo messaggio oltrepassi il singolo episodio storico per entrare nella dimensione della natura umana, senza confini di tempo né di territorio.

Di seguito il trailer ufficiale italiano di Silence, nei cinema dal 12 gennaio:

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