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Riflessione | Le indubbie similitudini tra Matrix e l’OAV Megazone 23 del 1985

04/06/2018 di Redazione Il Cineocchio

Quasi 15 anni prima del successo planetario del film con Keanu Reeves, il regista giapponese Noboru Ishiguru aveva praticamente già utilizzato stessi contesto e storia

Qualcuno di voi ricorda Megazone 23 (メガゾーン23 Megazōn 23)?

Erano ancora i primi anni ’90 e quelle che non si chiamavano ancora Lana e Lilly Wachowski avevano appena iniziato a pensare alla creazione di un universo distopico dominato da un qualche tipo di Intelligenza Artificiale e a quello che sarebbe poi diventato (ovvero il film The Matrix) e che sarebbe approdato nelle sale cinematografiche di tutto il mondo lasciando un segno indelebile solamente nella primavera del 1999. In questa fase, i due registi si sedettero con il produttore Joel Silver e gli mostrarono una VHS di Ghost In The Shell, l’adattamento animato del 1995 divenuto presto cult ad opera di Mamoru Oshii dell’omonimo manga di Masamune Shirow (meglio obliare il recente e impresentabile live action americano con Scarlett Johansson).

In Matrix, i Wachowski intendevano miscelare un inebriante cocktail di action in stile Hong Kong, cyberpunk, filosofia, immaginario preso di Oriente e Occidente, oltre che quella combinazione audace di stili e tematiche che avevano ammirato nei fumetti giapponesi e americani. Volevano inoltre attingere al design, alle particolari angolazioni nelle inquadrature e al dinamismo visti nei migliori anime giapponesi. Se Ghost In The Shell possedeva difatti diversi elementi narrativi in comune con Matrix – ovviamente l’idea dell’ambientazione cyberpunk e di una stretta relazione tra la realtà e spazio virtuale -, era soprattutto la sua estetica  ad aver catturato la loro attenzione.

Quando poi il primo capitolo della trilogia di Matrix arrivò al cinema, il suo clamoroso mix di azione, elementi sci-fi e design anni ’90 (giacche in pelle nera, ombre avvolgenti e pistole doppie) ne fecero un successo tanto colossale quanto imprevedibile. Il film con Keanu Reeves contribuì inoltre a rendere popolari presso il pubblico occidentale alcuni titoli diretti da John Woo e altri classici dell’animazione nipponica. In svariate interviste, i Wachowski fecero riferimento senza problemi a pellicole come il già citato Ghost In The Shell, ad Akira e a Ninja Scroll quali fonti dirette di ispirazione. Non solo, nel 2003, i due poterono coronare il sogno di lavorare fianco a fianco addirittura con Yoshiaki Kawajiri – che di Ninja Scroll era stato proprio regista e sceneggiatore -, sul film d’animazione a episodi Animatrix (The Animatrix).

Tuttavia, nella lunga lista menzionata dai registi manca un anime, Megazone 23, che guarda caso presenta una serie stupefacente di dettagli della trama in comune con Matrix. Distribuita straight-to-video nel 1985, la pellicola d’animazione era un ambizioso thriller fantascientifico diretto da Noboru Ishiguru (Macross, Space Battleship Yamato) e aveva tutti gli ingredienti necessari per soddisfare i fan della produzione sci-fi action animata anni ’80: robottoni che si trasformavano, azione in gran quantità, un eroe con una moto davvero cool e, come pure nel di poco seguente Macross, una strana fascinazione per le irresistibili Idol locali. Andando poi un po’ più a fondo, c’era una interessante premessa distopica: Shogo Yahagi è solo un comune adolescente quando Megazone 23 ha inizio. Il protagonista si diletta a girovagare con la sua moto, fare baldoria con gli amici, flirtare con le ragazze e, in generale, fare un po’ di casino. In quella che potrebbe apparire come una punizione karmica, è proprio il feticismo per le motociclette di Shogo a portarlo a ritrovarsi coinvolto nella cospirazione al centro della vicenda. Il suo migliore amico si presenta un giorno con una moto che fa apparire la sua un ferro vecchio: ha le dimensioni di un furgoncino, a ciascun lato ha all’apparenza nientemeno che motori per jet e, in generale, sembra assai più tecnologicamente avanzata di qualsiasi mezzo che l’uomo abbia prodotto nella metà degli anni ’80.

Fatto assai inquietante, l’amico del protagonista ha rubato il veicolo da una base militare in cui lavora, e ora ha alle calcagna uno stuolo di uomini del governo (pesantemente armati). Un sanguinoso scontro poco dopo e il fuggitivo è morto, mentre Shogo scappa in sella della moto rubata (chiamata Garland), inseguito dalla metà dei poliziotti e dei militari di Tokyo. Come se ciò non bastasse, Shogo scopre che Garland può trasformarsi in un gigantesco robot. Successivamente, un criminale di nome BD rivela al ragazzo la terribile verità: quella che crede sia Tokyo non è in realtà Tokyo, ma una replica esatta che fluttua nello spazio dentro una astronave. Circa 5.000 anni prima, la Terra era stat resa inabitabile da una guerra contro invasori alieni e così i resti dell’umanità furono inviati nello spazio dentro enormi arche. Per mantenere tutti calmi mentre la Terra ritornava agibile, fu creata così una copia perfetta di Tokyo, circa nel 1985, governata da un computer senziente chiamato Bahamut.

In breve, la scoperta fatta di Shogo è impressionantemente simile a quella di Neo in Matrix: la realtà come la conosce è invero tutta una finzione. Non è il periodo che pensa che sia e ci sono macchine che gestiscono tutto quanto. Ci sono anche altre somiglianze in dettagli minori: gli Uomini in Nero che per primi cercano di recuperare la moto rubata sono simili all’Agente Smith (Hugo Weaving) del film dei Wachowski. Inoltre, nei successivi OAV (Original anime video) vengono introdotti anche alcuni alieni meccanici dotati di tentacoli, che ricordano parecchio le Sentinelle. Non si può trascurare inoltre che Megazone 23 sia emerso ben più di un decennio prima che Matrix fosse lanciato.

Purtroppo, non tutti i nodi di Megazone 23 vengono al pettine e per ogni stranezza o scelta insolita – come una Idol – Eve – che si rivela essere uno scagnozzo olografico creato dell’Intelligenza Artificiale, o un altro personaggio che vuole fare un film su una realtà simulata all’interno della realtà simulata stessa – ci sono momenti inutili o decisioni imbarazzanti del protagonista. C’è una scena di sesso tra Shogo e la sua fidanzata ballerina, Yui, cui segue una prolissa e sconclusionato dialogo esplicativo o una sottotrama alla Harvey Weinstein gestita in maniera assolutamente poco delicata e che fortunatamente viene presto abbandonata.

Molti di questi problemi sono però ricondicibili alla tribolata storia produttiva di Megazone 23. Originariamente era stato infatti concepito come una serie televisiva in 12 episodi, e una buona parte delle sue scene d’azione erano già state disegnate e animate per crearne i trailer promozionali. Ma quando lo studio d’animazione perse gli sponsor, i produttori decisero di modificarne la trama e la struttura in un film di 80 minuti e di distribuirlo direttamente in videocassetta.

A metà degli anni ’80, il mercato straight-to-video (noto in Giappone come OVA o OAV) era ancora relativamente ad uno stadio iniziale e offriva prodotti dal limitato minutaggio e / o che non potevano essere mostrati in TV ai bambini. Questo è probabilmente il motivo per cui gli animatori di Megazone 23 sentirono liberi di inserire particolari quali il capo dalle mani lunghe e una scena d’amore piccante sopra un gigantesco letto circolare, che sarebbero stati ritenuti troppo spinti per il piccolo schermo, ma che potevano aiutare invece a vendere la videocassetta. Inaspettatamente, Megazone 23 si rivelò un enorme successo commerciale, diventando uno dei titoli chiave che contribuì a rendere popolare l’OAV come mezzo per diffondere prodotti più maturi e meno commerciali di quanto fosse permissibile (o commercialmente fattibile) in televisione.

Anche con i compromessi resi necessari dalla transizione di Megazone 23 dall’originale format televisivo alla versione OAV, resta una saga fantascientifica avvincente e spesso piuttosto cupa. C’è la morte di un personaggio che costituisce un vero e proprio pugno nello stomaco, e la conclusione è insolitamente fosca: Shogo insorge contro la potenza militare rappresentata dalla sua nemesi, BD, e finisce per strisciare via dalla battaglia ricoperto di sangue e ridotto male, mentre la sua preziosa mecha-motocicletta viene distrutta. È lontano da un anime degli anni ’80 e più simile a un classico film di samurai.

Invece, l’estetica e il design dei mecha sono contraddistinti dallo stile cool tipico di quegli anni, poiché sono la creazione di alcuni degli stessi artisti e designer che avevano lavorato pochi anni prima a Fortezza superdimensionale Macross. Ciò ha certo aiutato Carl Macek, il produttore americano che trasformò Macross e un paio di altre serie giapponesi nel successo televisivo americano Robotech. Insieme alla Cannon Films, Macek iniziò così a guardarsi intorno per trovare un altro anime da utilizzare in un film Robotech e optò per Megazone 23, che, grazie ai disegni di Shinji Aramaki e Toshihiro Hirano sembrava già avere una connessione con Macross. Scioccamente, lo studio però si scoraggiò davanti al fatto che Megazone 23 desse più spazio ai “discorsi tra ragazzine” che ai combattimenti tra robot e costrinse Macek a inserire scene da un’altra serie, Southern Cross.

Robotech: The Untold Story, uscito nel 1986, non fu stato esattamente un successo commerciale, ma Megazone 23 riuscì comunque a conquistarsi la nomea di cult all’interno della nascente comunità di fan degli anime in America. In Giappone, l’OAV fu così popolare che ne vennero realizzati due seguiti, usciti rispettivamente nel 1986 e nel 1989, ma assai diversi per stile estetico e narrativo (vale comunque la pena guardarli). Il secondo capitolo, in particolare, offre alcune idee sci-fi decisamente accattivanti, che però tralasceremo in questa sede.

Tornando a Matrix, dato lo status di cult di Megazone 23 e la sua influenza innegabile su altri anime, è comprensibile aver pensato che avesse potuto avere un qualche ruolo anche nell’ideazione del futuro film dei Wachowski. È però interessante notare che, in un’intervista del 1999, il duo abbia dichiarato di non aver mai visto Megazone 23, né tanto meno di aver tratto ispirazione dal colpo di scena al centro dell’OAV per il proprio film con Keanu Reeves.

Forse, sia i Wachowski che i creatori di Megazone 23 hanno attinto alle stesse radici letterarie presenti nella fantascienza di una generazione prima, quella esplosa negli anni ’60 e ’70. Nel romanzo di Philip K. Dick Tempo fuor di sesto, ad esempio, il protagonista Ragle Gumm pensa di vivere in un sobborgo degli anni ’50, ma in realtà vive in una realtà virtuale, è alla fine degli anni ’90 e la Terra si trova in guerra con i coloni sulla Luna.

Philip K. Dick, e altri scrittori come lui, hanno contribuito a diffondere la nozione di realtà simulate nella narrativa moderna e queste idee sono poi entrate in una eterogenea filmografia che spazia da The Truman Show di Peter Weir e Dark City di Alex Proyas. E’ possibile quindi che i Wachowski stessero semplicemente percorrendo una strada simile a quella precedentemente battuta dai creatori della pellicola animata e da altri.

I tratti condivisi tra Megazone 23 e Matrix non si limitano alla scoperta che il mondo circostante sia solo una proiezione virtuale però, c’è anche quello che potremmo chiamare il ‘momento della pillola rossa’. Bisogna partire da questo interrogativo: se la realtà è una simulazione, allora perché si è scelta la metà degli anni ’80 (o la fine degli anni ’90 nel caso di Matrix) tra tutte le epoche della storia umana? BD ha una risposta semplice, ma piuttosto brillante: tra tutte le epoche che il computer avrebbe potuto scegliere, gli anni ’80 sono stati i più prosperi. E, guardando indietro a Megazone 23 oggi, possiamo vedere in effetti il Giappone in pieno boom economico con le pettinature cotonate, le enormi spalline, le cantanti idol a ogni angolo …

È una spiegazione piuttosto geniale, non diversa da quella che dà l’Agente Smith sul motivo per cui gli uomini hanno bisogno di una realtà imperfetta nel Matrix (“gli esseri umani hanno bisogno di sofferenza e miseria”). Insomma, Megazone 23 è qualcosa di più dell’ennesimo anime sempliciotto popolato da robottoni. Esattamente come Matrix, Megazone 23 capisce che un mondo virtuale fittizio risulta più confortevole, persino più seducente, rispetto a quello reale.

Mentre Shogo zoppica, sanguinando dopo la sua sconfitta per mano dei suoi nemici, ci si ferma a riflettere sul fatto che una parte di lui potrebbe rimpiangere il fatto di aver preso quella moto e di averla cavalcata tutta velocità fin dritto nella tana del bianconiglio, costellata di delitti e di cospirazioni. Se avesse avuto modo di vedere Matrix, avrebbe potuto ricordare, con un sorriso ironico, una frase pronunciata da Cypher (Joe Pantoliano): “L’ignoranza è beatitudine”.

Di seguito trovate il promo americano di Megazone 23:

Fonte: DoG

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