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Riflessione | Perché è giusto e doveroso (ri)scoprire il cinema sudcoreano

01/03/2018 news di Marco Paracchini

Anche con l'aiuto di Veronica Croce, esperta di usi e costumi del paese asiatico, cerchiamo di comprendere le difficoltà intrinseche che l'Italia ha nei confronti di prodotti che non hanno origine anglofona e perchè invece farebbe bene ad aprirsi di più

Parlare di Cinema è sempre arduo, soprattutto quando si vanno a toccare stilemi narrativi lontani dalle blasonate pellicole statunitensi. Ogni persona ha gusti diversi e una sensibilità che detta emozioni e sensazioni differenti a seconda del momento in cui fruisce di una produzione audiovisiva. Oltre a questo c’è un background di conoscenza che, per la maggior parte delle persone, è legato quasi esclusivamente al cinema statunitense, con qualche accenno ai film nazionali (i cinepanettoni campioni di incassi e qualche pellicola storica della commedia all’italiana). Eppure esiste un universo a noi quasi sconosciuto, una meravigliosa realtà di celluloide che dona emozioni da circa un secolo, un insieme di appassionanti vicende che spazia in numerosi generi, se non proprio tutti: è il cinema coreano, o meglio, sudcoreano.

In Italia, forse per scetticismo o incomprensione del ‘diverso’, il suddetto fa ancora fatica ad affermarsi. In cima al box office ci sono quasi sempre film americani legati a fenomeni di franchise collaudati nel tempo (supereroi della Marvel, della DC Comics, saghe di fantascienza o fantasy) e la colpa di questo fenomeno può essere addossata ai nostri distributori, che si dimostrano un po’ fiacchi e restii nell’offrire qualcosa di diverso e, soprattutto, nel proporre materiale cinematografico asiatico. La pensa così anche Veronica Croce, esperta e appassionata di fenomeni culturali e popolari della Corea del Sud, a cui mi sono rivolto per capire alcuni aspetti legati alla cinematografia di quel paese. Scrive da cinque anni su Mugunghwa Dream, l’unico sito riconosciuto da Consolato e Ambasciata coreana in Italia e inoltre collabora col Florence Korea Film Fest.

Quel poco di Cinema asiatico che giunge da noi è visto con grande scetticismo e anche con una punta di superficialità. Questo non riguarda solo il cinema asiatico; paradossalmente in Italia non arriva – sul grande schermo – neanche molto cinema tedesco o spagnolo. Ovviamente questo scetticismo del pubblico ricade sulle case di distribuzione che non vogliono rischiare di perdere soldi distribuendo prodotti che solo in pochi andrebbero a vedere. Inoltre, visti i prezzi quasi proibitivi dei biglietti dei cinema nostrani, chi non ha un minimo di interesse verso il cinema asiatico difficilmente sarà attratto da una pellicola coreana. Il principio è semplice: se una persona deve spendere 8 o 10 euro per vedere un film, sceglierà qualcosa che conosce o che lo stimola. Su questo aspetto le case di distribuzione non possono far molto, ma è anche vero che secondo questo principio non è facile rischiare di perdere dei soldi distribuendo prodotti “di nicchia”; è un circolo vizioso ma con molta calma qualcosa si sta muovendo. Con la distribuzione anche solo per pochi giorni, in poche sale, forse qualcosa cambierà.

Questa esterofilia legata soprattutto al mondo anglosassone ha permesso che si creasse un substrato di scetticismo nei confronti di pellicole prodotte da altri paesi: è facile imbattersi in critiche e giudizi sui titoli inglesi o americani, ma sono quasi assenti le recensioni di pellicole che provengono dal nord Europa, dalla Russia, dall’Asia o dal Sud America. È raro quindi imbattersi in sale cinematografiche che proiettino pellicole realizzate in Corea del Sud: tuttavia, l’eccezione che conferma quanto detto, è il thriller storico The Handmaiden (la recensione), diretto da Park Chan-Wook, che però uscirà nelle nostre sale (a maggio, con il titolo Mademoiselle) con un ritardo di ben due anni dalla sua distribuzione (forse perché premiato agli ultimi BAFTA come miglior film straniero?). Spiega Veronica:

A differenza dell’Italia, in Inghilterra e in Germania, le case di distribuzione e il pubblico affrontano la cinematografia estera in maniera diversa. L’Inghilterra è uno dei paesi europei che per primo si è aperto al cinema coreano e ancora oggi, in molte sale minori, arrivano numerosi film prodotti a Seoul. Tutto questo è stato possibile grazie al London Korean Film Festival (medesima organizzazione del London East Asia Film Festival), che spinge il cinema coreano nelle sale tutto l’anno e non solo durante il periodo del Festival.

Ma l’Italia è ferma sotto questo punto di vista? Fortunatamente no. I primi segnali di svolta per il cinema asiatico si sono visti già venti anni or sono con la nascita del Far East Film Festival a Udine. Il FEFF ha costruito una propria roccaforte culturale e, grazie all’impegno profuso da allora (la manifestazione nel 2018 si terrà dal 20 al 28 aprile), gli organizzatori sono riusciti a imporsi con fermezza e savoir-faire nel mercato italiano dell’home video, appoggiandosi al lavoro congiunto di CG Entertainment e Tucker Film (per la collana Far East Film, che comprende 13 film coreani sui 49 complessivi), con alcuni titoli poi trasmessi sui canali nazionali o sul digitale terrestre (vedi Rai4).

Il Far East Film Festival di Udine e il Florence Korea Film Fest di Firenze (dal 22 al 30 marzo 2018) sono stati di grandissimo aiuto per far conoscere la cinematografia coreana al pubblico italiano. Il FEFF ha una grandissima rilevanza mediatica e spinge con forza il cinema asiatico in generale, mentre il FKOFF, arrivato alla sua sedicesima edizione, ha fatto sì che molte persone venissero in contatto non solo col cinema ‘commerciale’ coreano, ma anche con la cinematografia indipendente che nei primi anni 2000 ha consacrato un regista come Hong Sang Soo, oggi riconosciuto in tutto il mondo e amato dai festival internazionali. Il pregio di questi festival è quello di avvicinare il pubblico a una cinematografia diversa, anche grazie a ospiti illustri. Queste kermesse crescono anno dopo anno e il cinema coreano sta godendo di una spinta in avanti: è merito loro se, per esempio, la RAI ha proposto cicli dedicati al cinema dell’Estremo Oriente.

Forse, se la mentalità nazionalpopolare nostrana non cambierà, la già ardua esistenza sul nostro mercato di questi titoli sarà ancor più difficile. A memoria non ricordo pellicole distribuite capillarmente in Italia, se non il discutibile Snowpiercer di Bong Joon-ho nel 2013 che, va detto, era però una co-produzione con la Francia e gli Stati Uniti (ah, ecco) e nel suo cast c’era il Captain America Chris Evans (nome di richiamo sicuro per le folle). Qualcuno potrà dire che la Mostra del Cinema di Venezia ha dato spazio a qualche titolo, anche coreano, ma una proiezione sola, seppur all’interno di una kermesse internazionale come quella lagunare, non può certo cambiare le sorti di una pellicola, anche se diretta da un regista Leone d’Oro come Kim Ki-Duk. Se nominassi il kolossal My Way (2011)? Al di là di pochi appassionati (a cui è venuto un sorriso sulle labbra solo nel leggerne il titolo), la maggior parte degli italiani penserebbe a una canzone di Frank Sinatra e non alla mirabolante vicenda portata sul grande schermo da Kang Je-Gyu.

Un film di guerra epico, strepitoso e magistralmente orchestrato dalle abili mani del regista, unico (quasi) nel suo genere, forse ancor più drammatico e intenso di Salvate il soldato Ryan di Steven Spielberg. Una pellicola più che coraggiosa, poiché obbliga il fruitore a immergersi veramente nel periodo in cui è ambientata la storia (la seconda guerra mondiale) dovendo fare i conti con ben quattro differenti lingue. Perché è sì un film coreano, ma per tre quarti della storia si parla giapponese (all’epoca la Corea era sotto il dominio dell’impero nipponico) poi in russo, in tedesco e infine anche qualche parola in inglese. Se questa vicenda fosse stata narrata dagli americani avrebbe vinto almeno cinque Oscar e sarebbe stata distribuita in tutto il mondo. Ma, ahimè, il suo destino è stato segnato dalla sua provenienza.

A questo punto sovviene allora spontanea una domanda: perché mai dovremmo riscoprire il cinema coreano? Sebbene il suddetto sia una realtà sin dal 1928, solo negli ultimi vent’anni ha saputo farsi largo nel mondo dell’intrattenimento globale, raggiungendo mete ambite come i festival europei di Venezia, Cannes e Berlino. Per molti sarà dunque una sorpresa scoprire che la Corea del Sud non produce solo smartphone, tecnologia varia e automobili impeccabili: a questa nazione va riconosciuta anche una splendida storia cinematografica! Sarebbe d’uopo redigere un saggio interamente dedicato alla sua cinematografia, poiché uno striminzito articolo come questo non può certo mirare a dare molte informazioni, tuttavia cercherò, anche se in poche righe, di dare una spinta alla curiosità delle persone maggiormente aperte di mentalità e gusti.

Mi piace immaginare la cinematografia coreana come a un mosaico ove i tasselli che la compongono sono i generi e i sottogeneri narrativi che sono stati usati, stravolti e spremuti sino all’ultima goccia. Dai film di guerra (oltre al succitato va ricordato Brothers of War – Sotto due bandiere di Kang Je-gyu, 2004, che è stato inserito anche nel catalogo di Netflix) ai film romantici, dai film d’azione agli horror sino a passare anche dal western (Il buono, il matto e il cattivo di Kim Ji-Woon). Insomma, la fabbrica delle idee coreana propone titoli che andrebbero visti almeno una volta.

Qualche esempio? Il tremendo, ma ipnotico Old Boy (Park Chan-Wook, 2003) di cui ne è stato girato un remake dagli Stati Uniti da Spike Lee: non è per tutti, certo, ma ha aperto nuovi orizzonti a registi visionari (Quentin Tarantino incluso); l’intenso e diretto A girl at my door (2014) dell’esordiente July Jung, che andrebbe considerato per la sua strabiliante energia narratologica; oppure il noir che lascia col fiato sospeso a titolo Memorie di un assassiono (Bong Joon-Ho, 2004, la recensione); anche il poliziesco Cold Eyes di Cho Ui-seok e Byung-seo Kim(2013, remake di un film cinese a titolo Eye in the Sky), che ci propone un ritmo serrato e ben strutturato; lo spionaggio che mette a confronto le due Coree in un teatro europeo come quello tedesco col film The Berlin file di Ryoo Seung-wan (2013); A Hard Day di Kim Seong-hun (2014), intensa narrazione ove a un ufficiale di polizia capitano una serie di sfortunate circostanze, tutte nell’arco di una notte (che deve risolvere a rischio della propria carriera).

E poi  Al di là degli anni – Beyond the years  (2007), un melodramma cullato dalle parole e reso impeccabile dal regista Kwon-taek Im; Oasis (2002), che porta l’amore in primo piano tra due persone particolari che vivono una certa disabilità (dal regista Lee Chang-Dong, conosciuto anche per le sue chicche cinematografiche Green Fish e Peppermint Candy); The man from nowhere di Lee Jung-beom (2010), un film d’azione che farebbe impazzire i fan di John Wick (poi terribilmente adattato in una versione indiana dal titolo Rocky Handsome, anch’essa visibile su Netflix); The yellow sea di Na Hong-jin (2010), dramma violento che porta l’attenzione su una delle tante terre dimenticate dal/del mondo tra Corea del Nord, Cina e Russia; L’esclusiva di Roh Deok (2015) incredibile vicenda giornalistica che lascia col fiato sospeso sino all’ultimo minuto (nel catalogo di Netflix); Il buono, il matto e il cattivo (2008), già citato poco sopra, un western assolutamente visionario che ammalierebbe tutti i fan di Tarantino, lungometraggio che ha di fatto lanciato tra le superstar locali il protagonista Lee Byung-Hun, ora presente in diversi film americani; Train to Busan di Yeun Sang-ho del 2016 (la recensione), campione di incassi e delirio visivo per gli amanti degli zombie-movies (di cui ci sarà presto il remake statunitense).

Altro? Oh beh, la lista potrebbe proseguire, ma mi limito a menzionare altri titoli che ritengo siano da vedere: il coraggioso Man on high heels (di Jang Jin, 2015) dove il poliziotto protagonista non è il solito super macho bensì una persona nata di sesso maschile, ma che desidera ardentemente trasformarsi in donna (disponibile su Netflix); A Taxi Driver di Jang Hoon (2017), splendido film drammatico basato su una storia vera che ha scosso gli animi di molti ed è stato campione d’incassi dello scorso anno (e proposto come miglior film straniero agli Oscar 2018); Fabricated City di Park Kwang-Hyun (2017), ipnotico, cinico, spietato e ritmato film d’azione che sforna alcune scene che farebbero impallidire John Woo e la clamorosa pellicola d’azione che passa sotto il nome di The Villainess di Jung Byung-gil del 2017 (la recensione), che, a tratti, può causare persino nausea dal ritmo narrativo portato avanti usando la soggettiva come inquadratura. Potrei continuare per ore, senza stancarmi, perché i film da vedere e scoprire sono numerosi. Certamente la lista poc’anzi snocciolata non ha la pretesa di essere indicativa per le migliori opere prodotte in Corea del Sud, ma, come anticipato tiene conto di diversi titoli uscite nel corso degli ultimi 10 anni circa per differenti generi.

Ma è sempre stato così il cinema coreano?

Dagli anni novanta c’è stata una sorta di rivoluzione nel cinema di Seoul, poiché le pellicole americane, cinesi e giapponesi occupavano il 90% delle proiezioni locali. Un salto di qualità, un maggior coraggio e una spinta data dalla lungimiranza pregna di speranza per il nuovo millennio ha spinto quindi le case di produzione a investire in generi diversi: poliziesco, thriller, dramma, commedia, horror e azione. Alcuni film hanno poi carpito l’attenzione del pubblico e della critica locale (citiamo Nowhere to hide del 1999 e JSA del 2000), sfociano nella nascita di un nuovo modo di intendere e produrre cinema d’intrattenimento. Tutto questo ha portato a un risultato insperato: nel 2006 le pellicole locali erano in numero superiore a quelle straniere. Come mai Qui mi sono rivolto nuovamente alla conoscenza di Veronica Croce:

Il popolo coreano è molto legato al proprio paese e alle produzioni locali. Anche a livello televisivo c’è una costante crescita di prodotti seriali imparagonabile con la nostra e le produzioni americane importate non sono molte. Per quanto riguarda il cinema in Corea, fin dopo la fine della guerra coreana è sempre stato sotto il controllo degli ordini di vigilanza americani e di seguito ha subìto il forte controllo di due dittature militari. Solo agli inizi degli anni ’90 le produzioni e i registi furono liberi di esprimersi. Il pubblico fino alla fine degli anni ’90 non aveva mai avuto vero interesse per il cinema commerciale come lo vediamo e intendiamo noi; solo nel 1999 ha iniziato a dare importanza alle produzioni locali, prima l’interesse era ovviamente per le pellicole statunitensi.

Nel 2006 i film coreani assunsero una quota di mercato del 64%, a dimostrazione dell’affetto del pubblico per le produzioni locali. Quell’anno ha visto anche l’abbassamento delle ‘Screen Quote’, ovvero i giorni in cui i film locali potevano essere distribuiti in sala: passarono da 146 a 76, questo credo abbia spinto il pubblico ad andare a vedere gli stessi film anche più di una volta. C’è anche da sottolineare che il prezzo del biglietto del cinema è molto più basso rispetto all’Italia e molti cinema hanno convenzioni molto favorevoli, quindi il pubblico è spinto ad andare a vedere (e rivedere) un film. Tre esempi lampanti molto recenti sono “Train To Busan”, “A Taxi Driver” e il nuovissimo “Along With The Gods”, che sono stati campioni d’incassi con una media di pubblico altissima per proiezione, a dimostrazione che in molti sono andati a rivedere i film più di una volta.

Netflix, citato sovente in questo articolo, è stato un veicolo importante per le produzioni coreane (e non solo). Nel catalogo sono stati inseriti lungometraggi e serie televisive. Commenta Veronica:

La piattaforma di streaming è letteralmente una manna dal cielo per la distribuzione del cinema coreano all’estero. Sempre più case di produzione si affidano a Netflix per la distribuzione dei loro prodotti fuori dai confini asiatici. Nonostante in Italia il catalogo dei film coreani sia ancora striminzito, va detto che ha dato la possibilità anche a chi non aveva alcuna curiosità sulla cinematografia coreana di vedere film come “Hope” di Lee Joon Ik o altri titoli che hai menzionato tu poco sopra, senza contare l’esclusiva del lungometraggio “Okja” di Bong Joon-ho (la recensione).

Non solo, Netflix ha dato anche il via all’acquisto e alla distribuzione di serie TV coreane che non avrebbero mai visto la luce in altre nazioni. Uno dei fenomeni indiscussi di quest’operazione è senza ombra di dubbio Stranger della TVN (che in verità, in originale, ha un altro titolo, ossia Secret Forest) che, lanciato la scorsa estate, ha avuto un seguito insperato che prevede ora un seguito prodotto dalla stessa piattaforma (sono rumor al momento, ma noi speriamo siano veri!). Il catalogo italiano però non dispone dei titoli presenti in altri paesi europei come Francia o Belgio, ma ci aspettiamo prossimamente una vera e propria ondata di nuovi audiovisivi made in South Korea.

Quindi non rimane altro da fare che sostenere i nostri festival nazionali e sperare che i distributori elargiscano più pellicole sudcoreane, che come qualità non hanno spesso niente da invidiare alle produzioni statunitensi. Che altro dire? Buona (ri)scoperta del Cinema coreano!

Di seguito alcuni trailer per ‘ingolosirvi’:

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