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Sitges 2016: incontro con Max von Sydow per parlare della sua lunga e onorata carriera

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Abbiamo incontrato il grande attore svedese, arrivato nella cittadina spagnola per ritirare il Grand Honorary Award

Questa mattina abbiamo prima seguito il photocall e poi partecipato alla conferenza stampa tenuta da Max Von Sydow, insignito qui al Festival di Sitges 2016 del Grand Honorary Award. L’87enne attore svedese, vera e propria leggenda vivente, è apparso in gran forma, concedendosi a lungo ai fotografi e dilungandosi negli aneddoti per la gioia di tutti i presenti. Ecco com’è andata.

Qual è il ruolo che nella sua carriera, tra i moltissimi sofisticati e complessi che ha interpretato, ricorda con maggior affetto?

E’ una domanda difficile… Ho fatto così tanti film affascinanti e con tanti buoni personaggi. C’è un film però che per alcune ragioni si significa molto per me, ed è Pelle alla Conquista del Mondo. Amo la storia e il personaggio. E’ tratto da una novella danese molto antica, della fine del 19° secolo, uno dei più importanti racconti del tempo, che diede per la prima volta davvero dignità alla classe lavoratrice. Un gran personaggio, disgraziato e miserabile ma bellissimo.

max-von-sydow-sitgesHa mai pensato al suo ruolo e ai suoi film all’interno della storia del cinema fantastico e di quanto lei sia stato importante per la storia del cinema stesso, visto che ha lavorato con così tanti grandi registi?

Non ho mai pensato a me in questi termini. Probabilmente L’Esorcista ha lasciato il segno in molta gente. E coi film di Ingmar Bergman, anche se non è paragonabile alle persone che hanno visto L’Esorcista. E’ difficile rispondere. L’esperienza con Bergman è stata la più importante della mia vita, abbiamo lavorato così a lungo sia nei film che in teatro. Se paragono quello che faccio – o che gli attori fanno al cinema -, i film sono il risultato del lavoro dei registi. In teatro invece tutti lavoriamo insieme per tutto il tempo. In un film tu lavori un paio di settimane e poi non sai cosa succede dopo che te ne sei andato. Al teatro parli con le persone e il regista tutto il giorno. Mi spiace dirlo qui a un Festival, ma è così che la penso. Spesso poi i registi non hanno proprio tempo da passare con gli attori fuori dal set. In Svezia abbiamo il teatro municipale, in cui la città stessa sceglie una persona che dirige la compagnia per 8 mesi. Bergman è stato a capo di un teatro e io lavoravo al teatro durante la stagione teatrale. Poi in estate si lavorava ancora tutti insieme come film unit sui set per il cinema. Questo l’ha resa un’esperienza unica, umanamente e per la mia carriera.

Le produzioni americane sono molto organizzate e sono note per pagare bene gli attori. Lei che ha lavorato con gente come Bergman e a teatro, vede questa cosa come un contrasto?

Posso dire che ci sono soltanto dei registi buoni e meno buoni. E’ importante affrontare il materiale e conoscersi se c’è tempo. Tante volte non hai tanti minuti sullo schermo. Però gli attori possono parlarsi prima di entrare in scena e girare…

Ha percepito differenze tra il Bergman regista teatrale e quello cinematografico?

Non posso dire che ci fosse molta differenza. Lavorava molto vicino agli attori in entrambi i casi. Era un ispiratore, ma era anche un uomo molto divertente, sorprendente a volte. Si rideva, aveva senso dell’umorismo. Potevi riconoscere la sua risata quando stava tra il pubblico durante una rappresentazione teatrale. Un’esperienza complessa ma gratificante quella con lui. Sono stato molto fortunato a viverla.

Com’è stata la transizione dal lavorare con Bergman per anni, impegnato in film da tematiche importanti come l’esistenzialismo, a diventare un attore svedese ‘alla conquista del mondo’?

Per diverse ragioni ho voluto spostarmi in Francia. Ho fatto la mia ultima rappresentazione teatrale a Stoccolma nel ’95 credo. Ti innamori e ti vuoi sposare e segui le persone che ami, sapete come funziona. E sono felice. Sono affascinato dalla Francia e dalla sua cultura. E’ vicina alla Spagna e all’Italia, e la Francia ha una storia molto interessante. Ero stato così viziato dall’ambiente della Svezia, e poi Bergman non c’era più, così ho dovuto lasciare la Svezia.

max-von-sydow-sitges-3Si può dire che abbia probabilmente vinto la partita a scacchi con la Morte del Settimo Sigillo, visto che è ancora in gran forma. Ci può raccontare qualche ricordo su questa pellicola?

Non è stato il mio primo film, ma il primo con Bergman. Un’esperienza molto importante per una persona così giovane. Il film è basato su un libro scritto da lui per una rappresentazioni teatrale. Anzi, erano più degli attori che tenevano monologhi su temi diversi. L’avevo vista a teatro e mi aveva preso. Un giorno lui mi chiese se volessi partecipare dicendo ‘Ho una buona parte per te; un soldato che torna dalla Crociate e si tagli la lingua, e non può parlare‘. Mi era sembrato molto eccitante, nonostante non potessi parlare. Alla fine è arrivata una sceneggiatura, ma era cambiata. Il mio personaggio parlava, e ne sono stato felice. Abbiamo girato in una bella zona della Svezia. La compagnia che l’ha prodotta era la più importante del paese e Bergman aveva chiesto di produrre il film, ma si trattava di un soggetto difficile da mettere in scena e non erano molto interessati. Lui però aveva avuto un grande successo improvviso con Sorrisi di una notte d’estate e così gli dissero che poteva farla, ma che doveva avere un budget molto ridotto. All’epoca credo che nessuno sapesse che sarebbe diventato un film così importante. Sono felice di averne fatto parte.

Nel 1988 hai diretto Katinka. Cosa l’ha spinta a girarlo e perchè non hai più girato altro dopo?

Per qualche ragione lessi un libro di uno scrittore danese e me ne innamorai. Parlai con diversi registi – compreso Bergman – ma nessuno era interessato a farne un film. Poi ho incontrato qualcuno, un ragazzo danese, gli raccontai il mio interesse e lui mi disse che avrei dovuto dirigerlo io. Lui mi disse che aveva i soldi per farlo e che era un produttore. Così lo feci. Però sono un attore e non un regista. Credo che dirigere richieda un talento speciale e io non ce l’ho, però mi è piaciuto farlo.

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