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Voto: 6.5/10 Titolo originale: The Odyssey , uscita: 15-07-2026. Budget: $250,000,000. Regista: Christopher Nolan.

Odissea, recensione: Christopher Nolan sfida gli dei, ma il suo kolossal non sempre trova la rotta

15/07/2026 recensione film di William Maga

Matt Damon attraversa un mondo di mostri, guerra e rimorsi in un’esperienza IMAX potente, penalizzata da squilibri narrativi e scelte di casting poco centrate

Christopher Nolan ha trascorso buona parte della propria carriera raccontando uomini ossessionati dal ritorno: verso casa, la famiglia, un tempo perduto o una realtà diventata irriconoscibile. Era quindi inevitabile che prima o poi arrivasse a Ulisse, il viaggiatore da cui discendono quasi tutti gli eroi moderni.

Con Odissea, il regista firma il suo film più grande, un kolossal mitologico girato interamente con cineprese IMAX e costruito ricorrendo il più possibile a scenografie, imbarcazioni, creature ed effetti fisici. Un’impresa produttiva autentica, capace di generare immagini che meritano lo schermo più ampio disponibile. Ma anche un’opera discontinua, nella quale la potenza dello spettacolo supera spesso quella delle emozioni.

Nolan riesce a rendere nuovamente pericolosa una storia vecchia di quasi tremila anni. Non riesce sempre, però, a trasformare quel pericolo in coinvolgimento umano. Il risultato è un film monumentale, tattile e frequentemente impressionante, ma più facile da ammirare che da amare.

Dopo dieci anni trascorsi a combattere sotto le mura di Troia, Ulisse tenta di tornare a Itaca, dove Penelope continua ad aspettarlo insieme al figlio Telemaco. La guerra è finita, ma il viaggio si trasforma in un altro conflitto: il re e i suoi uomini devono affrontare tempeste, divinità ostili, streghe, mostri e le conseguenze della propria arroganza.

A Itaca, intanto, l’assenza del sovrano ha creato un vuoto politico. I pretendenti occupano il palazzo e fanno pressione su Penelope affinché scelga un nuovo marito. Il più aggressivo è Antinoo, interpretato da Robert Pattinson come un aristocratico lascivo, sprezzante e quasi divertito dalla propria crudeltà.

Nolan conserva la struttura frammentata del poema, alternando il presente di Penelope e Telemaco ai ricordi di Ulisse, trattenuto sull’isola della ninfa Calipso. Il tempo si spezza, torna indietro e confonde memoria, mito e allucinazione, secondo una costruzione perfettamente coerente con il cinema del regista.

La soluzione produce inizialmente un disorientamento interessante, vicino alla condizione mentale del protagonista. Con il procedere del film, però, finisce anche per indebolire la percezione degli anni trascorsi e la progressione emotiva del viaggio.

odissea film nolan 2026 ulisseL’Odissea non è un racconto compatto secondo le regole del moderno cinema d’avventura. È una successione di incontri, prove, digressioni e storie incastonate. Nolan prova a dominarla attraverso il montaggio parallelo, ma non riesce a impedire che alcuni segmenti appaiano come capitoli separati, collegati soprattutto dalla destinazione finale.

Quando il film si concentra su Ulisse e sui suoi uomini, trova una forza immediata. Ogni approdo contiene una minaccia e ogni vittoria lascia una ferita. Il percorso di Telemaco, invece, non genera la stessa tensione. Le sue ricerche e i tentativi di difendere il regno rallentano l’avventura senza diventare un contrappunto altrettanto incisivo.

Le due linee narrative non raggiungono un vero equilibrio. Il film si accende ogni volta che torna a Matt Damon e perde pressione quando lo abbandona. Ulisse possiede contraddizioni, colpe e un passato che continuano a trasformarne le decisioni; Telemaco rimane più vicino a una funzione narrativa, il figlio inesperto chiamato a occupare lo spazio lasciato dal padre.

Anche le parentesi con Calipso risultano statiche. Charlize Theron interpreta la ninfa con intensità, ma le scene sull’isola interrompono il movimento senza approfondire fino in fondo il rapporto tra prigionia, desiderio e oblio.

Il problema non è la durata, ma la discontinuità del suo peso. Alcune tappe vengono liquidate troppo rapidamente, altre trattengono il racconto più di quanto offrano. Ne nasce un film capace di essere travolgente e stranamente inerte a pochi minuti di distanza.

Le debolezze strutturali diventano secondarie quando Nolan affronta direttamente il fantastico. Il regista, spesso attratto da mondi straordinari che cerca comunque di spiegare razionalmente, accetta finalmente di confrontarsi con creature, incantesimi e divinità.

Il Ciclope Polifemo è il risultato più potente. Realizzato attraverso una combinazione di performance fisica, pupazzi ed effetti digitali, non appare come una creatura elegante, ma come una massa deforme e affamata. L’incontro nella grotta assume i toni di un horror: gli uomini non combattono un avversario, tentano di sopravvivere a qualcosa che li considera soltanto carne.

Ancora più perturbante è Circe. Samantha Morton domina una delle sequenze migliori con una calma che rende la trasformazione degli uomini in maiali più inquietante di qualsiasi enfasi. Le protesi e la manipolazione fisica dei corpi trasformano l’episodio in un momento di autentico body horror.

Non tutte le creature ricevono la stessa attenzione. Scilla passa quasi inosservata, Cariddi rimane soprattutto un vortice e i Lestrigoni sembrano appartenere a un immaginario fantasy meno personale. In questi passaggi emerge la difficoltà di Nolan nel conciliare il proprio naturalismo con l’irrazionalità del mito: quando abbraccia il mostruoso, il film diventa sorprendente; quando tenta di ridurlo a fenomeno fisico, perde fantasia.

Lupita Nyong'o in Odissea (2026)Il mare è la vera presenza divina. Hoyte van Hoytema lo fotografa come una distesa scura, lattiginosa e interminabile, capace di cancellare ogni riferimento. Le imbarcazioni reali, esposte al vento e alle onde, restituiscono la fragilità degli uomini meglio di qualsiasi dialogo.

Matt Damon è il centro del film e la sua scelta si rivela più interessante di quella di un interprete naturalmente regale. Il suo Ulisse non ha l’aspetto di un eroe scolpito nel marmo. È robusto, barbuto, invecchiato dal mare e soprattutto consumato dalla consapevolezza di essere sopravvissuto alle proprie decisioni.

Damon conserva la simpatia immediata che ha sempre caratterizzato la sua presenza sullo schermo, ma la contamina con arroganza e ambiguità. Ulisse è intelligente, sensibile e capace di dolore; è anche vanitoso, impulsivo e disposto a mettere in pericolo i compagni pur di riaffermare il proprio nome.

Il film trova qui la sua intuizione critica più solida. La guerra di Troia non ha generato uomini migliori, ma superstiti traumatizzati che continuano a portare la violenza con sé. Ulisse desidera tornare a casa, eppure ripete i comportamenti che lo allontanano da essa. Il suo vero avversario non è Poseidone, ma la concezione eroica che ha di se stesso.

Damon rende visibile come può questa contraddizione senza trasformarla in posa. La stanchezza della voce, i momenti di esitazione e l’imbarazzo davanti ai morti danno al personaggio una vulnerabilità che l’apparato produttivo rischierebbe altrimenti di soffocare.

Anne Hathaway dà a Penelope lucidità, rabbia e logoramento. Non è soltanto la moglie fedele che attende: governa un regno in crisi, contiene i pretendenti e sopporta un figlio che non la riconosce pienamente come autorità. Le sue scene mostrano quanto il mito dell’eroe assente venga pagato da chi resta a casa.

Robert Pattinson affronta Antinoo con gusto quasi teatrale. È repellente, divertente e volutamente eccessivo, una scelta che rischia di stonare con il naturalismo generale, ma offre al film un antagonista immediatamente riconoscibile.

Più problematica la presenza di Tom Holland. La giovinezza e l’insicurezza sono coerenti con Telemaco, ma l’interpretazione fatica a liberarsi dall’immagine del ragazzo contemporaneo catapultato in un’epopea antica. L’accento e alcuni dialoghi moderni riducono ulteriormente la gravità del suo percorso.

Altri interpreti vengono sacrificati dall’enormità del progetto. Zendaya compare come un’Atena più evocata che sviluppata; Lupita Nyong’o ha poco spazio nonostante il doppio ruolo; Jon Bernthal imprime a Menelao un’aggressività quasi distraente. John Leguizamo, al contrario, riesce con poche scene a rendere Eumeo una delle presenze più umane.

Sul piano tecnico, Odissea è fuori scala. Le città, le navi, le spiagge e le distese marine possiedono una materialità ormai rara nei blockbuster. Van Hoytema evita la bellezza patinata del tradizionale cinema storico: il mondo antico è bruciato dal sole, sporco, umido e prossimo alla rovina.

La colonna sonora di Ludwig Göransson passa dalle corde antiche a percussioni profonde, sospingendo il movimento delle navi e degli eserciti. Proprio la volontà di sommergere lo spettatore può, però, diventare un limite: il mix sonoro rende talvolta poco nitidi i dialoghi, mentre alcune scene notturne sacrificano la leggibilità all’atmosfera.

odissea nolan gigantiÈ soprattutto la distanza emotiva a impedire al film di raggiungere pienamente la grandezza a cui aspira. Nolan sa rendere spettacolare il peso del tempo, ma continua a faticare nel raccontare l’intimità senza trasformarla in concetto. Comprendiamo che Ulisse desideri Penelope e Itaca; più raramente percepiamo davvero la vita condivisa che renderebbe quel ritorno così indispensabile.

Odissea è allora il film di un autore che può ancora convincere uno studio a finanziare un gigantesco kolossal mitologico e usarlo per parlare di colpa, arroganza, guerra e responsabilità. Il solo fatto che esista in questa forma – fisica, ambiziosa e poco incline al compromesso – costituisce un evento cinematografico.

Non è però il capolavoro impeccabile che la sua scala potrebbe far immaginare. La struttura episodica produce vuoti, il percorso di Telemaco non regge il confronto con quello di Ulisse, alcune star restano decorative e il film osserva spesso i personaggi con una freddezza che nessun formato premium può compensare.

Quando trova il giusto equilibrio, Nolan realizza sequenze destinate a restare: Polifemo, Circe, il cavallo di Troia e il ritorno finale a Itaca. Matt Damon lega questi episodi attraverso un’interpretazione stanca e contraddittoria, facendo di Ulisse non il più grande degli eroi, ma un uomo costretto a capire quanto sia costato diventarlo.

Un kolossal impressionante ma discontinuo, più facile da ammirare che da amare, eppure troppo audace per non meritare il grande schermo.

Nei cinema dal 16 luglio.

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