Voto: 5/10 Titolo originale: Zombi 2 , uscita: 25-08-1979. Budget: $497,000. Regista: Lucio Fulci.
Zombi 3: il disastro di Lucio Fulci che il caos ha trasformato in (s)cult
11/07/2026 recensione film Zombi 2 di Marco Tedesco
Girato nelle Filippine e completato da Bruno Mattei e Claudio Fragasso, il seguito apocrifo mescola epidemie, militari e morti viventi in un pasticcio sgangherato, ma difficile da dimenticare

Zombi 3 non è semplicemente un brutto film: è il relitto ancora fumante di una produzione precipitata nel caos. Un seguito nato quasi dieci anni dopo Zombi 2, girato nelle Filippine da un Lucio Fulci malato e insofferente, poi completato e ricucito da Bruno Mattei e Claudio Fragasso nel tentativo di trasformare materiali incompatibili in un lungometraggio distribuibile.
Il risultato è una creatura cinematografica assemblata con pezzi provenienti da film diversi, incapace di rispettare una logica interna e continuamente sospesa tra horror, azione, plagio e comicità involontaria. Eppure Zombi 3 non si lascia liquidare tanto facilmente: è sconclusionato, poverissimo e spesso ridicolo, ma possiede un’energia anarchica che lo rende difficile da dimenticare.
Per capire Zombi 3 bisogna partire dalla surreale genealogia della saga. Dawn of the Dead di George A. Romero venne distribuito in Italia con il titolo Zombi, dopo essere stato rimontato per il mercato nazionale da Dario Argento. Il suo enorme successo spinse i produttori italiani a presentare Zombi 2 come una continuazione, nonostante il film di Fulci non avesse reali collegamenti narrativi con quello di Romero.
Zombi 2 divenne a sua volta un successo internazionale e, nel 1988, il suo titolo venne sfruttato per lanciare questo tardivo terzo capitolo. Ancora una volta, però, la continuità è soltanto commerciale: nessun personaggio ritorna, gli eventi precedenti vengono ignorati e perfino la natura dei morti viventi cambia completamente.
Fulci aveva recuperato le origini caraibiche e voodoo dello zombi, contaminandole con il cannibalismo moderno introdotto da Romero. Zombi 3 abbandona invece ogni dimensione rituale e sceglie un’origine pseudoscientifica: un’arma biologica chiamata, con ammirevole mancanza di sottigliezza, Death One.
In un laboratorio segreto situato nelle Filippine, alcuni scienziati stanno sviluppando un siero capace di rianimare i morti. L’esperimento produce risultati poco incoraggianti, ma prima che il progetto possa essere fermato un gruppo di uomini armati assalta la struttura e ruba un campione della sostanza.
Durante la fuga, uno dei ladri viene contaminato e comincia rapidamente a decomporsi. Dopo aver tentato invano di amputarsi la mano infetta, viene rintracciato e ucciso dai militari. Il suo cadavere viene quindi cremato, ma il fumo diffonde il contagio nell’atmosfera provocando una vera epidemia.
Da questo momento il film segue diversi gruppi di sopravvissuti: tre soldati americani in libera uscita, alcune ragazze in viaggio su un camper, scienziati impegnati a discutere l’origine dell’infezione e squadre militari incaricate di eliminare sia gli zombi sia chiunque possa essere stato esposto al virus.
Il racconto procede per fughe, sparatorie e assalti, senza costruire personaggi davvero riconoscibili. I protagonisti sono soprattutto corpi messi in fila in attesa del prossimo attacco, intercambiabili al punto che diventa difficile ricordarne nomi, rapporti e motivazioni.
La lavorazione di Zombi 3 è diventata più famosa del film stesso. Fulci girò nelle Filippine soltanto una parte del materiale, prima di rientrare in Italia. Le ricostruzioni sulle ragioni del suo abbandono sono contrastanti: le condizioni di salute ebbero certamente un peso, ma il regista parlò soprattutto di scontri con la produzione e di una sceneggiatura che non condivideva.
Il materiale disponibile non venne ritenuto sufficiente e Bruno Mattei, già impegnato nella seconda unità, tornò sul set insieme a Claudio Fragasso per aggiungere nuove sequenze. Con gran parte degli interpreti originali non più disponibile, i due svilupparono soprattutto la parte degli scienziati, dei militari in tuta protettiva e dell’operazione di contenimento.
Fulci non cercò mai di nascondere il proprio disprezzo per il risultato finale:
«Non rinnego nessuno dei miei film, tranne Zombi 3. Ma quel film non è mio. È la più sciocca delle mie produzioni. Mi rifiutai di finirlo, presi l’aereo e tornai a Roma.»
Guardando il film è facile capire da dove nascesse la frustrazione. Zombi 3 non possiede una visione unica: cambia continuamente tono, ritmo, fotografia e perfino concezione dei mostri, tradendo la convivenza forzata tra sensibilità incompatibili.
I morti viventi sono l’esempio più evidente della confusione. Alcuni avanzano lentamente secondo la tradizione romeriana; altri corrono, saltano dai soffitti e assalgono le vittime con l’agilità dei contaminati di Incubo sulla città contaminata. Alcuni sembrano completamente privi di intelligenza, mentre altri parlano, usano armi e formulano ragionamenti piuttosto articolati.
Neppure il contagio segue regole precise. Death One viene descritto alternativamente come virus, batterio, radiazione e siero sperimentale. A volte la trasformazione è immediata, in altri casi richiede ore; alcune vittime devono prima morire, mentre altre diventano zombi ancora in vita.
La sensazione è semplice: ogni sequenza applica le regole necessarie a produrre l’effetto desiderato in quel momento. Non esiste una mitologia coerente, soltanto una serie di trovate accostate senza preoccuparsi troppo delle contraddizioni.
La sceneggiatura saccheggia liberamente l’immaginario horror precedente. Il laboratorio e il siero richiamano Re-Animator; il contagio diffuso attraverso l’incenerimento ricorda Il ritorno dei morti viventi; lo scontro tra scienziati e militari proviene da Il giorno degli zombi; l’invasione degli uccelli contaminati rimanda apertamente a Hitchcock.
Il problema non è tanto la derivazione. Anche Zombi 2 costruiva la propria identità combinando Romero, il voodoo caraibico, Lo squalo e il cinema d’avventura. Ma Fulci trasformava quelle influenze in un universo malsano e riconoscibile. Qui, invece, le citazioni restano pezzi separati, mai davvero fusi in una nuova forma.
Quando smette di imitare altri film e decide di seguire la propria insensatezza, Zombi 3 diventa paradossalmente molto più interessante.
La scena simbolo è quella della testa mozzata nascosta dentro un frigorifero. Appena lo sportello viene aperto, la testa spicca il volo e si aggrappa al collo della vittima, ignorando gravità, anatomia e qualsiasi principio conosciuto della materia.
È un effetto rozzo e platealmente assurdo, ma possiede quella qualità allucinatoria che attraversa il cinema più libero di Fulci. Non sorprende che il regista la ricordasse come una delle poche sequenze di cui si sentiva orgoglioso.
Ancora più folle è l’episodio ambientato nell’ospedale militare. Una sopravvissuta trova una donna incinta immobilizzata su una barella e cerca di aiutarla. Prima che possa farlo, viene afferrata da un morto vivente, mentre dalla pancia della gestante emerge la mano gigantesca di uno zombi adulto che le devasta il volto.
Non esiste una spiegazione razionale, biologica o soprannaturale. La scena accade, colpisce e scompare. È proprio in momenti come questo che il film raggiunge la propria forma più autentica: non horror riuscito, ma delirio cinematografico puro.
Nonostante tutto, alcune immagini conservano un’autentica forza. Le location filippine, umide e invase dalla vegetazione, conferiscono al film un senso naturale di decomposizione. Edifici abbandonati, piscine torbide, corridoi coperti da ragnatele e costruzioni divorate dalla giungla sembrano già appartenere a un mondo morto.
La sequenza nella piscina è tra le poche in cui si riconosce chiaramente il tocco di Fulci. L’acqua sporca, l’impossibilità di vedere ciò che si muove sotto la superficie e la sensazione che gli interpreti si trovino davvero in un luogo insalubre producono una tensione che gli effetti speciali non riescono quasi mai a raggiungere.
Anche la nebbia che attraversa le strutture fatiscenti, gli stracci bianchi sospesi negli interni e le figure putrefatte che emergono lentamente dal paesaggio restituiscono frammenti di quella poesia macabra che aveva reso memorabili i precedenti horror del regista.
Il make-up degli zombi cerca una decomposizione umida e vegetale, con volti ricoperti da escrescenze verdastre che sembrano colonie di muffa. L’idea è adatta all’ambiente tropicale, ma la realizzazione è discontinua e spesso troppo grossolana per sostenere i primi piani.
La distanza da Giannetto De Rossi e dal lavoro compiuto in Zombi 2 è enorme. Dove il film del 1979 rendeva i cadaveri pesanti, polverosi e autenticamente putrefatti, qui i mostri sembrano frequentemente comparse ricoperte di lattice e vernice.
Ancora più deboli sono i personaggi. I giovani protagonisti non possiedono caratteristiche sufficienti per distinguerli e i dialoghi oscillano tra l’esposizione elementare e l’assurdità involontaria. Gli unici a lasciare una vera impressione sono il dottor Holder e il generale Morton, interpretati con una tale enfasi da trasformare ogni discussione scientifica in una crisi isterica.
Questa inconsistenza produce però un curioso effetto collaterale: poiché nessuno appare davvero centrale, chiunque può morire in qualsiasi momento. Il film acquista così una forma di imprevedibilità che non nasce dalla scrittura, ma dalla completa indifferenza nei confronti dei propri protagonisti.
A tenere insieme almeno parzialmente il caos interviene la musica di Stefano Mainetti. Il tema elettronico, martellante e immediatamente riconoscibile, accompagna l’azione con un’energia spesso superiore a quella delle immagini.
La partitura non possiede l’ipnotica profondità delle musiche composte da Fabio Frizzi per Fulci, ma comprende perfettamente la natura del film. Non tenta di renderlo più raffinato: ne asseconda l’urgenza, il movimento e la dimensione da apocalisse a basso costo.
Il disc jockey Blue Heart, che commenta alla radio l’avanzata dell’epidemia, contribuisce ulteriormente a questa identità. Nel finale, ormai trasformato in uno zombi perfettamente capace di parlare, annuncia l’avvento di una nuova era dominata dai morti, regalando al film una chiusura tanto assurda quanto coerente con il suo disordine.
Zombi 3 è un film mal riuscito, ma non è un film privo di vita. La sceneggiatura è derivativa, la continuità inesistente, la recitazione debole e gli effetti speciali oscillano tra il modesto e il ridicolo. Il confronto con Zombi 2 è impietoso: del predecessore non conserva né l’atmosfera funebre, né la precisione della violenza, né la capacità di trasformare la decomposizione in autentico immaginario.
Al tempo stesso, ridurlo a semplice spazzatura significherebbe ignorare ciò che lo rende ancora guardabile. L’incontro involontario tra il pessimismo di Fulci, il dinamismo artigianale di Mattei e la scrittura incontrollata legata a Fragasso produce una creatura unica, incapace di funzionare secondo i normali criteri ma ricca di deviazioni memorabili.
La testa che vola fuori dal frigorifero, la donna incinta con lo zombi nella pancia, i morti armati di machete, gli uccelli infetti, le piscine putride e il disc jockey che celebra il nuovo ordine dei cadaveri appartengono a un cinema che oggi difficilmente potrebbe esistere.
Non è la continuazione che Zombi 2 meritava e probabilmente non è nemmeno il film che Fulci avrebbe voluto firmare. È però una testimonianza perfetta della fase terminale dell’horror italiano degli anni Ottanta: povero, derivativo e prossimo al collasso, ma ancora capace di produrre immagini folli che nessun progetto costruito con ordine e buon senso avrebbe mai osato concepire.
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