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6/10 su 286 voti. Titolo originale: Songbird , uscita: 10-12-2020. Regista: Adam Mason.

Songbird | La recensione del film pandemico di Adam Mason

03/07/2021 recensione film di William Maga

Demi Moore, Peter Stormare e Alexandra Daddario sono i protagonisti di un thriller dal messaggio ambiguo, che sfrutta la crisi sanitaria mondiale da COVID-19 in corso per meri motivi 'pubblicitari' e non per provare a dire qualcosa

songbird 2021 film mason

In circostanze pandemiche, i registi sono sottoposti ad una litania di pressioni e di precauzioni durante la realizzazione di film in quest’era di COVID-19. L’abbagliante Host di Rob Savage ha dimostrato che esiste ancora un modo responsabile, ponderato e sorprendentemente efficace per realizzare un ‘pandemic movie’, basta adattarsi in modo naturale e intelligente alle nuove ‘linee guida’. Songbird di Adam Mason, d’altro canto, è invece tutto ciò che non vorremmo che fosse il “cinema pandemico”. Di dubbio gusto, dall’etica sfocata e, in mancanza di una definizione migliore, “troppo prematuro”. Ah si, e soprattutto? È sbalorditivamente stonato e, beh, irresponsabile.

È il 2024. La popolazione mondiale è stata decimata da un COVID-19 in costante evoluzione senza possibilità di vaccinazioni (il COVID-23). A livello globale, 110 milioni di persone sono morte, di cui 8 in America. Solo i “Munis” possono uscire in pubblico secondo le regole del nuovo “Dipartimento della Sanità”, come il corriere in bicicletta Nico (KJ Apa). Per qualche ragione, è immune alla malattia, il che lo rende un perfetto fattorino per le operazioni della Lester’s Gets, che sta rastrellando denaro dai clienti facoltosi che sono disposti a pagare il massimo consegne rapide. Nico sta mettendo da parte ogni generosa mancia fino a quando non riuscirà a portare la sua amata Sara (Sofia Carson) a Big Sur, dove – in apparenza – la pandemia non arriva. Poi accade l’impensabile. La nonna di Sara si ammala, il Dipartimento della Sanità bussa alla porta e, se Nico non interverrà, Sara finirà per morire in una sovraffollata “Zona di quarantena” (o “Zona Q”), dove gli infermi lentamente deperiscono e vengono dimenticati.

songbird film adam mason posterMa non è tutto. May (Alexandra Daddario) organizza ogni giorno delle livestream musicali e arrotonda come spogliarellista on demand. Dozer (Paul Walter Hauser) è un veterano della guerra in Afghanistan ora su sedia a rotelle con droni armati che inizia a connettersi privatamente con May. William (Bradley Whitford) e Piper Griffin (Demi Moore) gestiscono invece un racket sotterraneo di “Braccialetti dell’Immunità” che garantirebbe ai possibili infetti una mobilità disinibita, allevando contemporaneamente anche una ragazzina immunocompromessa (Lia McHugh) che William mette in pericolo ogni notte quando esce per i suoi affari. Tutte queste personalità finiscono – naturalmente – per incontrarsi e scontrarsi, ma in modi molto egoistici legati a un messaggio complessivo che declina ogni ulteriore esplorazione attenta della pandemia stessa.

Facciamo però un passo indietro. L’inizio di Songbird tratteggia una Los Angeles distopica, dove le autostrade sono soffocate dalla crescita eccessiva e la civiltà è stata confinata sia entro i limiti dei domicili privati che in enormi “Zone Q”. I titoli di testa del film scorrono su un miscuglio di video cospirativi satirici di YouTuber e su clip di notizie reali come quella di scimmie che han preso il controllo di una città indiana, con tanto di classifica delle “fake news”.

Una sensazione di paranoia dovrebbe farsi largo mentre veniamo introdotti a un paesaggio futuristico da incubo, dimenticando però che, a oltre un anno dall’inizio della pandemia nel mondo reale, non abbiamo ancora capito bene come rispondere efficacemente all’emergenza. Ma, onestamente, non è nemmeno questo il punto in cui Songbird perde di credibilità (ammesso che sia questo l’obiettivo di un supposto blockbuster hollywoodiano).

Per un film che, apparentemente, desidera far leva sulle paure collettive del momento nei confronti di un virus che il governo americano (tra agli altri) stenta a controllare e capire, e che inizia alla maniera di un tipico horror del sottogenere, il flusso narrativo perde presto il contatto con quello che potrebbe diventare un commento acuto e puntuale sul presente. Quasi subito sentiamo un’osservazione volta a sottolineare come Nico rappresenti quei lavoratori ‘essenziali’ che rischiano ogni giorno la loro vita, e la loro sanità mentale, per far funzionare il paese. E la figlia doppiamente a rischio interpretata da Lia McHugh garantirebbe al film l’opzione di poter dire qualcosa di più significativo sul prendere decisioni adeguate per conto di coloro che non possono.

Invece, questi spunti topici nella migliore delle ipotesi sono a malapena accennati, poiché, incredibilmente, Nico parte verso una missione suicida seguendo una fantasia negazionista della pandemia in cui l’amore vince su tutto. Sara è stata esposta a qualcosa, una nuova famelica forma di COVID-19 o altro, ma in ogni caso è – forse – anche una portatrice. Songbird, per tutta risposta, si lancia a piè sospinto nelle ossessioni di ‘evasione’ di un ragazzo che preferisce mettere in pericolo innumerevoli altre vite infilando al polso dell’amata un ‘braccialetto dell’immunità’ e sperando che lo stratagemma funzioni.

songbird 2021 filmDa un punto di vista squisitamente tecnico, l’inglese Adam Mason attraversa comunque anche questa sua sfida da vero professionista, come già dimostrato col minimale e inquietante Hangman (2015) e con l’estremo e maledetto Pig (la recensione). Songbird separa i suoi personaggi, che si tratti delle performance ‘a location singola’ del Lester di Craig Robinson o di Paul Walter Hauser, o dei Griffin, al massimo in tre contemporaneamente sullo schermo. Peter Stormare interpreta invece lo squallido agente del Dipartimento di Sanità Emmett Harland, i cui drastici metodi di intervento richiedono il backup di compari che indossano tutti quanti tute ignifughe.

Non è che manchino brividi sparati in brevi raffiche, o che il regista gestisca malamente il suo ensamble dietro alla mdp. Più che altro non è mai chiaro da che parte della pandemia voglia collocarsi Songbird, e le sue reali intenzioni – seriose o ‘fantastiche’ – sono più oscure di un esame del sangue contaminato.

Ed è proprio qui che sta il problema centrale.

Songbird non vuole mai impegnarsi in alcun momento costruttivo che parli – o che rifletta – sull’esito della pandemia, o che rinneghi sentimenti come l’egoismo, o francamente, di qualsiasi cosa che abbia una qualche sostanza. Il film è solamente l’esacerbazione miope di una pandemia che non è affatto ancora scomparsa, almeno non al punto da poterne esagerare i possibili esiti ‘alternativi’ o da trattarla come fosse un problema minore, peraltro rinunciando a qualsiasi spunto satirico significativo a riguardo. La minaccia di una pandemia globale viene allora spazzata via mentre Nico sfida i protocolli e agisce come il tipico “eroe di Hollywood”, cancellando qualsiasi impatto che potrebbe essere stato causato da avvertimenti o da eventi precedenti.

È un film che vuole così disperatamente arrivare a un finale euforico per (di)mostrare che possiamo continuare a vivere, anche in scenari da giorno del giudizio, ma che blatera considerazione del tipo “non stavamo consegnando pacchi, stavamo offrendo speranza”. Tutto ciò che Songbird fa è concentrarsi su Nico, Sara, May, Dozer e pochi altri. A chi potrebbe mai interessare il motivo per cui Big Sur non è contaminata, o quanti innocenti Nico mette in pericolo (per il suo romanticismo), oppure … beh, l’elenco è lungo un braccio.

songbird daddario filmNon va biasimata l’arte del “cinema pandemico”. Songbird non fallisce perché osa sfidare lo spettatore a ricontestualizzare i nostri comportamenti, le nostre depressioni, in piena emergenza da COVID-19. In realtà, è esattamente il contrario.

La mancanza di una – auspicabile – riflessione socio-politica-culturale da parte di Adam Mason su un’epidemia di portata globale vissuta quotidianamente da tutto l’Occidente è un’evidente carenza racchiusa in bella vista in questo frenetico film di “fuga” prodotto (non a caso forse …) da Michael Bay, che mina scelleratamente gli aspetti più superficiali dell’isolamento, dalle relazioni digitali (Alexandra Daddario che interagisce con un fan per capriccio, dai), agli orrori della clausura forzata che porta a perdersi (Paul Walter Hauser ha un momento traumatico che lo dipinge come un uomo disturbato e distrutto, che in qualche modo viene venduto però come … edificante).

In definitiva, un progetto come Songbird avrebbe richiesto una struttura corazzata, invece si rivela un semplice e leggero thrillerino romantico che arriva a sprecare persino un Peter Stormare deliziosamente squilibrato. Insomma, un film che vuole essere un antidoto meramente momentaneo, tanto potenziale sprecato in favore di un approccio senza ambizioni ‘alte’ votato all’hollywoodizzazione del COVID-19.

Di seguito – sulle note di Three Little Birds di Bob Marley – trovate il trailer internazionale di Songbird, nei nostri cinema dal 30 giugno: