Home » News » Video | Lo Squalo: Bruce restaurato entra al Museo del Cinema di LA

Video | Lo Squalo: Bruce restaurato entra al Museo del Cinema di LA

25/11/2020 news di Redazione Il Cineocchio

Lo storico 'protagonista' del film di Steven Spielberg del 1975 farà finalmente bella mostra di se ai visitatori dopo anni di preparativi

bruce lo squalo film 1975

Abbiamo per voi un fantastico video che racconta per immagini l’installazione di uno dei cimeli cinematografici più noti di tutti i tempi all’interno dell’Academy Museum of Motion Pictures di Los Angeles.

Si tratta di “Bruce“, ovvero l’enorme pescecane protagonista de Lo Squalo (Jaws) di Steven Spielberg del 1975, o almeno dell’ultimo modello sopravvissuto della saga.

Il Museo avrebbe dovuto aprire all’inizio di quest’anno, ma la pandemia ha spostata forzosamente l’inaugurazione alla primavera del 2021.

Proponiamo alcuni estratti del comunicato stampa di Bill Kramer, Direttore e Presidente dell’Academy Museum:

È stato un lungo viaggio per Bruce da quando è stato acquisito nel 2016, e non potremmo essere più felici di accoglierlo nella sua nuova casa, il bellissimo edificio progettato da Renzo Piano.

bruce lo squalo film 1975 spielbergBruce, che è lungo 84′ 3/4″ (250 cm) e pesa 1.208 libbre (547 kg), è

… la quarta, ultima e unica versione superstite del modello di squalo derivato dallo stampo originale usato in Lo Squalo. […] I tre stampi di produzione utilizzati sul set, costruiti in lattice e gomma, si sono decomposti e sono andati distrutti. La versione dell’Academy Museum, realizzata in fibra di vetro per le fotografie pubblicitarie degli Universal Studios di Hollywood intorno all’uscita del film nel 1975, è sopravvissuta alla Universal fino al 1990, quando ha trovato la sua strada verso l’attività di robivecchi della famiglia di Nathan Adlen a Sun Valley, in California.

Nel 2010 è stato autenticato da Roy Arbogast, un membro della troupe degli effetti speciali del film originale Lo squalo, e nel 2016 l’Academy Museum ha acquisito il modello grazie al contributo di Nathan Adlen. Il museo ha lavorato con lo specialista Greg Nicotero, co-fondatore della KNB EFX, per ripristinare meticolosamente lo squalo in fibra di vetro che si era deteriorato dopo essere rimasto all’aperto per 25 anni.

Viste le dimensioni di Bruce, il Museo non ha potuto ricorrere ai normali ascensori, quindi un team di esperti ingegneri e operai edili ha dovuto rimuovere due pannelli dalla facciata in vetro del Saban Building per collocarlo nell’edificio.

Lo squalo è ora sospeso a 9 metri da terra al terzo piano dell’Academy Museum, in attesa dei primi visitatori.

Di seguito il video con il trasporto eccezionale:

Tags:Lo squalo
rocketeer fumetto avventure
Azione & Avventura

Rocketeer: Disney rischia di perdere i diritti dopo 35 anni di sequel cancellati e reboot mai realizzati

di Stella Delmattino

Gli eredi di Dave Stevens hanno avviato una procedura per recuperare i diritti del celebre eroe con il jetpack. La scadenza è fissata al 2028, mentre il futuro cinematografico del personaggio rimane incerto

Tom Skerritt in Alien (1979) film
Azione & Avventura

Morto Tom Skerritt a 93 anni: addio al capitano Dallas di Alien e al Viper di Top Gun

di Stella Delmattino

La famiglia ha confermato la scomparsa dell'attore, protagonista di oltre sessant'anni di cinema e televisione, da Robert Altman a Ridley Scott

poison ivy cover fumetto
Azione & Avventura

Poison Ivy, HBO prepara una serie sulla nemica di Batman

di Stella Delmattino

Lauren LeFranc, showrunner di The Penguin, è coinvolta nel nuovo progetto dedicato a Pamela Isley

lucca comics games 2026
Azione & Avventura

Lucca Comics & Games 2026: Godzilla Minus Zero, Hope e Dexter tra le anteprime, arriva anche Frank Miller

di Stella Delmattino

Dal 28 ottobre al 1° novembre, l'Area Movie ospiterà grandi anteprime horror, ospiti internazionali e incontri dedicati a cinema, serie TV e animazione. Tra i protagonisti anche Hirokazu Kore-eda, Federico Zampaglione e il cast di Percy Jackson

Sci-Fi & Fantasy

Redux Redux, la recensione: un multiverso di vendetta e dolore per uno sci-fi che sorprende

I fratelli McManus trasformano gli universi paralleli in un incubo senza fine, mescolando violenza, lutto e un'imprevista possibilità di redenzione

Di multiversi, negli ultimi anni, il cinema ha fatto un uso talmente intensivo da aver trasformato un'idea potenzialmente inesauribile in un meccanismo spesso prevedibile. Realtà alternative, varianti degli stessi personaggi, paradossi temporali e spiegazioni più o meno elaborate. Redux Redux, terzo lungometraggio dei fratelli Kevin e Matthew McManus, sceglie fortunatamente una strada diversa. Riduce la fantascienza all'essenziale e utilizza gli universi paralleli per raccontare qualcosa di molto più concreto: l'impossibilità di elaborare un lutto e la dipendenza da una vendetta che non concede alcun sollievo.

La protagonista è Irene Kelly (Michaela McManus), una donna che ha perso la figlia Anna, assassinata da un serial killer di nome Neville (Jeremy Holm). Grazie a una rudimentale macchina capace di attraversare dimensioni differenti, Irene può raggiungere altre versioni della realtà. Ma invece di cercare una nuova esistenza, ripete ossessivamente lo stesso rituale: rintracciare Neville e ucciderlo, ancora e ancora. Ogni esecuzione dovrebbe avvicinarla alla pace. Ogni volta, invece, si ritrova esattamente al punto di partenza.

La situazione cambia quando, in uno degli universi visitati, Irene incontra Mia (Stella Marcus), un'adolescente finita nel mirino dello stesso assassino. Il loro rapporto introduce una variabile imprevista in un'esistenza che sembrava destinata a ripetersi all'infinito.

Redux Redux: quando il multiverso diventa una prigione

La scelta più intelligente dei McManus consiste nel non trasformare la tecnologia al centro del racconto in un rompicapo da risolvere. Non sappiamo esattamente come funzioni il dispositivo di Irene, quali siano i limiti dei viaggi dimensionali o quante persone possano accedervi. E, soprattutto, non abbiamo bisogno di saperlo.

La macchina è poco più di una bara metallica, un oggetto ingombrante e claustrofobico, lontanissimo dalle meraviglie tecnologiche della fantascienza spettacolare. Ogni universo assomiglia quasi perfettamente al precedente. Cambiano piccoli particolari, ma il mondo conserva la stessa desolante normalità.

È proprio questa ripetizione a dare sostanza al film. La vendetta non libera Irene dal trauma: lo conserva intatto, costringendola a riviverlo continuamente. Uccidere Neville diventa un gesto meccanico, svuotato persino della soddisfazione che dovrebbe accompagnarlo. Non è più una questione di giustizia, ma di incapacità di immaginare un futuro.

Il meccanismo richiama certi racconti sui loop temporali, ma qui non esiste una giornata da correggere o una combinazione di eventi da perfezionare. Ogni nuova possibilità viene sacrificata sull'altare dello stesso dolore.

Michaela McManus regge il film sulle proprie spalle

A rendere credibile questa premessa contribuisce soprattutto Michaela McManus, protagonista di una prova intensa e controllata. La sua Irene è una donna che sembra aver consumato ogni emozione disponibile. Si muove con la precisione di chi ha ripetuto troppe volte gli stessi gesti, mostrando un'espressione perennemente sospesa tra stanchezza e determinazione.

L'attrice riesce però a lasciare intravedere qualcosa dietro quella corazza. Bastano uno sguardo o un'esitazione per suggerire quanto fragile sia l'equilibrio costruito intorno alla violenza.

L'incontro con Mia cambia progressivamente le dinamiche del racconto. Stella Marcus restituisce all'adolescente un carattere impulsivo e provocatorio, capace di mettere in discussione le certezze della protagonista. Il rapporto tra le due costituisce il vero centro emotivo del film, anche quando la sceneggiatura ricorre a contrasti piuttosto prevedibili.

Viene inevitabilmente in mente Terminator 2 - Il giorno del giudizio, soprattutto per la combinazione tra una figura adulta temprata dalla violenza e un personaggio più giovane da proteggere. Ma i McManus utilizzano quella dinamica per raccontare una maternità interrotta, non semplicemente una missione di sopravvivenza.

Una fantascienza indipendente che sa sfruttare i propri limiti

Sul piano registico, Redux Redux dimostra che un budget contenuto non impedisce di costruire un universo cinematografico convincente. I fratelli McManus lavorano su ambientazioni quotidiane, motel, diner e strade deserte, trasformandole in luoghi sospesi, apparentemente identici eppure sempre leggermente differenti.

La fotografia di Alan Gwizdowski conferisce alle immagini una consistenza ruvida, mentre il montaggio rende fluidi i passaggi tra le realtà senza ricorrere a virtuosismi superflui. Efficace anche la colonna sonora elettronica di Paul Koch, che accompagna l'ossessione di Irene con pulsazioni sintetiche e atmosfere malinconiche.

Quando il film accelera, le sequenze d'azione mostrano una sorprendente energia. Gli scontri sono fisici, spesso brutali, e mantengono quella concretezza che distingue l'operazione da tanta fantascienza contemporanea.

Qualche cedimento emerge invece nella seconda metà, quando l'esigenza di ampliare il racconto introduce situazioni e informazioni che non sempre possiedono la stessa immediatezza della premessa iniziale. Anche il rapporto tra Irene e Mia, pur convincente, attraversa alcuni passaggi prevedibili, mentre la ripetizione di certe dinamiche rischia occasionalmente di attenuare la tensione.

Un revenge movie che trova la propria forza nel dolore

Il merito principale di Redux Redux rimane comunque quello di utilizzare la fantascienza per interrogarsi sul significato stesso della vendetta. I McManus non cercano risposte consolatorie e resistono alla tentazione di spiegare ogni dettaglio del loro universo narrativo.

La domanda fondamentale non riguarda la possibilità di modificare il passato, ma quella di smettere di esserne prigionieri. Irene può attraversare un numero potenzialmente infinito di realtà, eppure non riesce ad allontanarsi da un singolo evento.

Redux Redux è un thriller fantascientifico solido, violento e sorprendentemente umano, capace di trovare un'identità riconoscibile all'interno di un filone ormai sovraffollato. Non tutte le svolte narrative hanno la stessa efficacia, ma l'interpretazione di Michaela McManus e la lucidità del suo nucleo tematico compensano ampiamente le incertezze.

Perché, alla fine, il vero orrore non è scoprire che esistono infiniti universi. È avere infinite possibilità di ricominciare e continuare a scegliere sempre la stessa sofferenza.

Leggi di più