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Voto: 6.5/10 Titolo originale: A Knight of the Seven Kingdoms , uscita: 18-01-2026. Stagioni: 1.

A Knight of the Seven Kingdoms: la recensione dei 6 episodi della serie prequel di GoT

19/01/2026 recensione serie tv di Gioia Majuna

Una prodotto che riduce l’epica di Westeros per ritrovare umanità, amicizia e senso morale nel cuore del fantasy

Dexter Sol Ansell e Peter Claffey in A Knight of the Seven Kingdoms (2026)

Nel panorama ormai stratificato di Westeros, A Knight of the Seven Kingdoms si impone come un oggetto anomalo e, proprio per questo, prezioso. Tratta dalle novelle di George R. R. Martin raccolte in Italia sotto il titolo Il cavaliere dei Sette Regni (che includono Il cavaliere errante, La spada giurata e Il cavaliere misterioso), la serie sceglie deliberatamente di arretrare rispetto alla grandiosità di Il Trono di Spade e House of the Dragon, rinunciando a genealogie soffocanti e catastrofi su scala continentale per concentrarsi su ciò che in quel mondo è sempre stato marginale: la vita ordinaria, la dignità individuale, la moralità senza garanzie.

Il segnale è immediato e programmatico. L’iconico tema musicale associato all’epica del franchise si affaccia appena, per poi essere bruscamente soffocato da un gesto corporeo, goffo e umanissimo. Non è una semplice gag: è una dichiarazione di poetica. Qui non si raccontano dèi o re, ma uomini che mangiano, sudano, sbagliano. In questo senso, la serie lavora per sottrazione, smontando dall’interno l’immaginario del potere che ha reso celebre Westeros.

Il filo narrativo segue Ser Duncan l’Alto, detto Dunk, interpretato da Peter Claffey, figura massiccia e impacciata che porta sul corpo i segni di un’origine umile. All’inizio lo vediamo seppellire Ser Arlan di Pennytree (Danny Webb), il cavaliere errante che lo ha cresciuto e che forse lo ha anche investito cavaliere senza averne l’autorità. Rimasto solo con tre cavalli, uno scudo malridotto e una reputazione fragile, Dunk decide di recarsi a un torneo per guadagnare qualche moneta e, soprattutto, un riconoscimento sociale. Non sogna il potere, sogna di essere considerato un uomo onesto.

Sulla strada incontra Egg, interpretato dal giovanissimo Dexter Sol Ansell, un bambino calvo, ostinato e sorprendentemente lucido, che si propone come suo scudiero. Il loro rapporto, centrale tanto nei racconti di Martin quanto nella serie, è costruito su un equilibrio delicato: Dunk tenta di mantenere un’autorità che non gli viene naturale, Egg cerca una guida che lo tratti come un essere umano e non come un fastidio. La loro amicizia diventa il vero motore emotivo dei 6 episodi, un’alleanza fragile ma necessaria per sopravvivere in un mondo che non fa sconti a nessuno.

A Knight of the Seven Kingdoms serie 2026Il torneo, che occupa gran parte della stagione, è l’antitesi delle grandi battaglie viste nelle altre serie. Attorno a figure come Lyonel Baratheon (Daniel Ings), spaccone carismatico e ubriacone affabile, o ai principi Targaryen Baelor (Bertie Carvel) e Maekar (Sam Spruell), si muove una folla di personaggi minori: osti, servi, prostitute, artisti ambulanti. Tra questi spicca Tanselle (Tanzyn Crawford), marionettista dorniana che anima un drago di stoffa, simbolo perfetto di una meraviglia ridotta, artigianale, lontana dalla distruzione spettacolare dei draghi “veri”. È un Westeros visto dal basso, dove la politica è un rumore distante e la sopravvivenza quotidiana è la vera posta in gioco.

Il confronto con Il Trono di Spade è inevitabile ma illuminante. Là dominava una visione profondamente cinica del potere, in cui l’eroismo era spesso una maschera destinata a cadere. Qui, invece, la serie recupera una forma di eroismo dimesso, quasi imbarazzato. Dunk non è un genio strategico né un predestinato: è un uomo che cerca di fare la cosa giusta anche quando questo significa mettersi nei guai. La sua morale non è premiata automaticamente, anzi viene spesso derisa o punita, ma proprio per questo acquista valore. La bontà non è una scorciatoia narrativa, è una scelta costosa.

Rispetto a House of the Dragon, che amplifica il dramma dinastico fino alla tragedia, A Knight of the Seven Kingdoms sceglie una struttura più compatta e fedele allo spirito delle novelle. A metà stagione, con l’emergere della violenza incarnata da Aerion Targaryen (Finn Bennett), la serie ricorda che Westeros resta un luogo crudele, dove la legge può essere arbitraria e feroce. Ma la differenza sta nello sguardo: la violenza non è il centro del racconto, bensì la forza che mette alla prova i legami e costringe i personaggi a definirsi.

In questo senso, la serie appare sorprendentemente contemporanea. Dopo anni di antieroi celebrati come unica forma di complessità, Dunk rappresenta una figura quasi controculturale: un uomo buono che non confonde la consapevolezza del male con il desiderio di imitarlo. Accanto a lui, Egg porta una malinconia precoce e una fame di senso che vanno oltre l’infanzia, suggerendo che la speranza, in Westeros, non nasce da profezie o lignaggi, ma da un’educazione morale fatta di piccoli gesti.

Non mancano comunque alcuni limiti: la rapidità del racconto sacrifica alcuni personaggi secondari, e le figure femminili restano meno esplorate rispetto alla ricchezza maschile del cast. Anche l’umorismo più triviale rischia talvolta l’insistenza. Eppure, nel complesso, A Knight of the Seven Kingdoms riesce in qualcosa che sembrava improbabile: espandere l’universo di Martin senza gonfiarlo, ritrovando nella misura ridotta una nuova profondità. È una serie che ricorda come, anche nel mondo più brutale, la vera rivoluzione possa essere semplicemente provare a restare umani.

Di seguito trovate il full trailer internazionale di A Knight of the Seven Kingdoms, su SKY e Now dal 19 gennaio (al 23 febbraio):

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