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Voto: 5/10 Titolo originale: HIS & HERS , uscita: 08-01-2026. Stagioni: 1.

La sua verità: la recensione della miniserie mystery con Bernthal e Thompson (su Netflix)

09/01/2026 recensione serie tv di Gioia Majuna

Un prodotto che promette complessità psicologica ma si perde in artifici narrativi e colpi di scena rumorosi, lasciando più frustrazione che suspense

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La sua verità (His & Hers) arriva su Netflix con un biglietto da visita irresistibile: il romanzo di Alice Feeney, la prima prova seriale di William Oldroyd e una coppia di protagonisti come Tessa Thompson e Jon Bernthal, capaci di dare spigoli a personaggi imperfetti. Proprio per questo la delusione pesa. La miniserie in 6 episodi promette un racconto a due voci, ma sceglie la via più comoda: un giallo di provincia costruito su coincidenze, depistaggi e un epilogo che scambia il clamore per intensità.

Il filo di trama, sulla carta, funziona. A Dahlonega, cittadina della Georgia, un omicidio efferato viene allestito come una provocazione, con una scritta pensata per attirare attenzione. A indagare è Jack Harper, detective rientrato da Atlanta e legato al luogo da rapporti familiari e vecchie abitudini. A inseguire la notizia è Anna, ex volto dell’informazione televisiva, tornata dopo un anno di sparizione seguito alla morte del figlio. La cronaca diventa per lei occasione di riscatto, ma anche di ritorno a casa e di resa dei conti con un passato che il paese non ha mai davvero sepolto.

Qui si vede il primo limite: quasi tutto “capita proprio così”. Il cameraman che segue Anna è, guarda caso, il marito della collega che l’ha sostituita; il giro di sospetti coincide sempre con lo stesso gruppo di ex compagni, legati da vecchie cattiverie; le informazioni decisive arrivano come biglietti lasciati sul tavolo, non come scoperte conquistate. Il risultato non è un intreccio fitto, ma un domino spinto a forza. Lo spettatore non viene invitato a ragionare, bensì a inseguire una pista dopo l’altra, mentre i personaggi sembrano muoversi per dovere di trama più che per logica emotiva.

Oldroyd, che al cinema aveva usato lo stile per mettere in crisi le regole del genere, qui appare prigioniero del formato. La regia è curata, ma raramente necessaria. La fotografia punta a una patina elegante, con luci che non sempre appartengono agli ambienti e trasformano il Sud in fondale lucido. Persino dettagli come gli accenti in originale, oscillanti e poco coerenti, finiscono per sottolineare una recita involontaria: invece di radicare i corpi in un contesto, li sospendono in un “ovunque” televisivo che assomiglia a molti altri.

Il cuore teorico della serie dovrebbe essere la voce fuori campo, che ripete l’idea delle “due versioni” e della menzogna inevitabile. È un buon amo per un mistero basato su punti di vista, omissioni e memoria deformata. Però la scrittura si accontenta di frasi solenni e generiche, come se bastasse dichiarare un tema per realizzarlo. Non esiste un vero montaggio di prospettive: la storia viene raccontata in modo onnisciente, e quindi la menzogna dei personaggi non diventa mai un problema per il pubblico. In un giallo, dubitare è un piacere; qui il dubbio è solo un obbligo imposto, spesso con tagli e omissioni che paiono trucchi, non scelte.

In questo vuoto, la Thompson e Bernthal fanno il possibile. Anna è una donna che usa la freddezza come armatura: ambiziosa, pungente, spesso sgradevole, ma potenzialmente complessa. Jack è un uomo che compensa fragilità e colpa con la durezza, e che come investigatore dovrebbe sapere ascoltare, non solo comandare. Il problema è che la sceneggiatura li tratta come pedine: lei deve apparire sospetta anche quando agisce senza logica; lui deve sbagliare piste per permettere ai colpi di scena di arrivare “in orario”. Ne risente anche la relazione centrale: un matrimonio spezzato dovrebbe bruciare in ogni silenzio, invece la chimica resta episodica, accesa a comando e poi dimenticata.

Gli interpreti di contorno offrono lampi più solidi: Sunita Mani, nei panni della partner Priya, porta una perplessità concreta che coincide con quella dello spettatore; Chris Bauer dà gusto a un sospetto eccentrico; Marin Ireland sa evocare dolore anche quando il personaggio è scritto per scorciatoie. Ma nessuno può salvare un impianto che confonde intensità con quantità. I ritorni al liceo riducono il passato a una morale sbrigativa, e la cittadina resta un nome, non un microcosmo: mancano geografia emotiva, rapporti quotidiani, contraddizioni sociali. Senza un mondo credibile, anche l’orrore perde peso e diventa decorazione.

Quando La sua verità accelera verso il finale, ciò che era solo ordinario diventa irritante. Le rivelazioni si accumulano fino a una chiusura doppia: una soluzione prevedibile e una variante più rumorosa, entrambe incapaci di dare ordine a ciò che è stato seminato. È qui che affiora anche un problema di tono: temi gravissimi vengono usati come carburante narrativo, senza il peso che richiederebbero, e il racconto li maneggia con fretta, come se la provocazione bastasse a garantire serietà. Non è questione di realismo, ma di responsabilità: se chiami in causa certe ferite, devi saperle guardare, non solo sfruttarle.

Insomma, La sua verità è un’occasione mancata. L’idea di un mistero che oppone “lui” e “lei” avrebbe potuto diventare un confronto tra sguardi e ferite, magari persino un discorso sulla narrazione. Invece resta una miniserie da consumo rapido, convinta che nascondere equivalga a sorprendere, e che il rumore dell’ultima puntata possa sostituire la costruzione paziente del senso.

Di seguito trovate il trailer italiano di La sua verità, su Netflix dall’8 gennaio: