Home » TV » Sci-Fi & Fantasy » Recensione (serie completa) | Altered Carbon: Netflix adatta al meglio Bay City di Richard K. Morgan

7/10 su 479 voti. Titolo originale: Altered Carbon, uscita: 02-02-2018. Stagioni: 2.

Recensione (serie completa) | Altered Carbon: Netflix adatta al meglio Bay City di Richard K. Morgan

23/01/2018 recensione serie tv di Sabrina Crivelli

Le pagine del romanzo cyber noir prendono vita e si espandono grazie a Joel Kinnaman, imponente e brutale protagonista in una iniqua società distopica, dominata da una casta di immortali

Visionaria e paradossale, la nuova serie originale di NetflixAltered Carbon (a catalogo dal 2 febbraio), riesce a fondere molteplici fosche suggestioni futuristiche in un mondo inquietante e brutale, in cui l’iniquità – come pure la vita umana – è stata resa eterna.

Tratto dall’omonimo romanzo hard boiled cyberpunk (uscito in Italia come Bay City) scritto da Richard K. Morgan (che ha sceneggiato anche personalmente uno dei 10 episodi), così come nell’originale cartaceo anche nell’adattamento per il piccolo schermo supervisionato dalla showrunner Laeta Kalogridis (Alita: Angelo della battaglia) è percepibile in maniera netta l’influsso di più predecessori. Anzitutto, fortissimo è quello di Blade Runner di Ridley Scott nell’immaginare un metropoli grigia e dominata dalla disparità, nonché nel ricorso a una sorta di detective story per esplorare una distopia complessa e dalle molteplici implicazioni antropologiche, sociali e filosofiche. D’altra parte, il libro di Philip K. Dick, Ma gli androidi sognano pecore elettriche? da cui era liberamente tratto il classico del 1982, non scarseggiava in termini di profondità di riflessione. Tuttavia, sull’iniziale immagine della metropoli, forse ormai irrinunciabile per un certo tipo di ambientazione futuristica e tematica, vengono innestati molteplici spunti, sia già comparsi altrove sia inediti, che concorrono a creare qualcosa di nuovo e conturbante.

Geniale è indubbiamente il preambolo di Altered Carbon: Laurens Bancroft (James Purefoy), uno degli eterni nuovi signori di Bay City (la ex San Francisco), è stato ucciso, le sue ultime 48 ore di vita sono state cancellate, e vuole scoprire chi sia l’artefice del crimine. La polizia, infatti, e in particolare l’agente Ortega (Martha Higareda), non gli ha fornito una risposta per lui soddisfacente, congetturando che si sia trattato di suicidio (debolezza inaccettabile per un uomo nella sua posizione), perciò il neo-aristocratico decide di risvegliare Takeshi Kovacs poiché l’ultimo Spedi sopravvissuto, ovvero membro di un gruppo di rivoluzionari capeggiati da Quellcrist Falconer (Renée Elise Goldsberry)condannato a un sonno di 250 anni per aver tradito gli Envoy (un’unità speciale per la difesa dell’universo). L’io dell’ex detenuto viene quindi reinnestato in un corpo non suo, quello di un poliziotto accusato di omicidio – e amante della Ortega-, interpretato da un nerborutissimo e algido Joel Kinnaman (le originarie spoglie sono invece del coreano Will Yun Lee), al quale gli viene promessa la totale cancellazione della colpa e una notevole ricompensa in caso riesca a risolvere il mistero dell’uccisione di Bancroft. Nel corso delle sue ricerche però, il protagonista s’imbatterà in un groviglio di crimini, tutti tra loro connessi, che lo porteranno a una verità sconvolgente e all’incontro con un fantasma dal suo passato.

Espandendo le pagine e le sottotrame del racconto originale, si delinea anzitutto un’esplorazione con erratico incedere degli infiniti volti di un’umanità a venire, il cui la divisione tra il divino e l’umano ormai non è così netta. Fortemente nietzschiano in tal senso, l’Übermensch (l’oltre-uomo) incarnato da una élite di immortali, i Meth, ha ormai ucciso Dio e a lui si è sostituito, vincendo la morte. La coscienza, difatti, può essere adesso spostata da un corpo all’altro, o meglio da una custodia all’altra, attraverso un dispositivo digitale che la registra come fosse la memoria d’un computer, aspetto che ricorda parecchio il concept alla base del manga / anime di Masamune Shirow Ghost in the Shell (di cui è del tutto trascurabile il recente live action americano con Scarlett Johansson …).

Qui invece, la questione dell’identità dell’individuo in relazione all’involucro di carne e ossa che lo contiene è solo marginale, semplice presupposto per affrontare le implicazioni sociali e politiche della perpetua reiterazione dell’esistenza di pochi. Fondamentale diviene quindi la questione della Giustizia, idea in forte conflitto con una formale legalità, che permette le più inique e terrificanti delle azioni in una eternocrazia plutocratica impossibile da scalfire e contraddistinta dall’onnipotenza dei detentori del potere. Pochi. Ne emergono così molti interrogativi di notevole portata, tra cui il senso del giusto contrapposto a una legalità formale fatta valere da leggi inique, oppure il senso del sacro; come può esistere un’entità superiore in una realtà immanente, dove non v’è più paura dell’Aldilà, poiché esso non esiste? E’ giusto vivere in eterno o lentamente sgretolare ogni brandello dell’anima portando l’uomo non a divenire una divinità, ma al contrario un demone dagli insaziabili e sempre più oscuri appetiti?

La forte tensione speculativa si concretizza perfettamente nella dicotomica rappresentazione del Protettorato (ossia i novelli Stati Uniti), l’aspetto forse certo più riuscito di Altered Carbon, che in un insieme di sapienti scelte in termini formali, di messa in scena e di fotografia è capace di dare materia ai poli opposti che coesistono nella città del futuro. Così, la configurazione estetica del panorama urbano, degli esterni come degli interni, rimanda all’intramontabile gerarchia di caste che nei secoli si è cristallizzata (siamo nel 25° secolo). L’impatto è immediato e possente, sin dal primo episodio, che ci conduce nella bianca e svettante torre d’avorio, magione dei Bancroft, al cui apice c’è un curatissimo giardino (un po’ come quello in High-Rise: La rivolta di Ben Wheatley), per poi proiettarci nel grigio e sporco cuore pulsante della città, sorvolando l’iconico ponte di San Francisco ricoperto di detriti.

È una netta dualità che traduce le due sfere in cui la nuova società si divide: la candida, almeno all’apparenza, conclave dei nuovi dei, asserragliati insieme sul loro limpido Olimpo che svetta in alto nei cieli, e i miseri mortali, a terra, che sopravvivono nelle strade polverose e decadenti. Le scelte luministiche e cromatiche (colori chiari e luminosità da una parte, penombra e toni cupi con alternanza di luci sintetiche e neon dall’altra) ovviamente non fanno che sottolineare tale dittologia antinonimica, trasponendo figurativamente l’essenza della polis avveniristica, dove povertà e ricchezza sono separate da un incolmabile divario che si estende sull’infinità dello spazio e sul tempo.

Scelta quanto mai felice, la futura distopia ripropone il medesimo dualismo nel delineare un felice connubio tra virtuale e materiale, che coesistono nelle strade e nelle vite dei cittadini di Bay City e che si alternano con un effetto fortemente straniante. Un susseguirsi di visioni sintetiche si materializza dunque nei vicoli sudici davanti agli occhi stralunati di Kovacs (episodio 1×01), oppure un’Intelligenza Artificiale è generata ed è tutt’uno con l’albergo che governa. Non solo, si aprono di continuo mondi alternativi che il soggetto esplora o in cui è imprigionato, quali l’agghiacciante loop a cui una giovane coscienza è incatenata o i truci interrogatori virtuali che reiterano le torture all’infinito. A ciò si unisce inoltre una notevole dose di sangue, sgozzamenti, pirotecniche sparatorie un po’ alla Matrix (in senso positivo), battaglie con katane e combattimenti vari (notevole è il futuristico ludus gladiatorio all’ultimo sangue sospeso nell’episodio 1×03 o quello un po’ alla Mad Max in una gabbia nei bassifondi dell’episodio 1×06), dando spazio non solo alla riflessione, ma anche all’azione. In ultimo, con particolare dovizie di particolari si indulge su nudi integrali, scene sensuali, orgie di cloni e perfino pratiche erotiche estreme e letali. D’altro canto si tratta di uno dei rari casi di R-rated televisivi, insieme a Il Trono di Spade, con cui peraltro condivide il budget stratosferico (ogni episodio di Altered Carbon pare sia costato tra i 6 e i 7 milioni di dollari!).

Tornando invece alla narrazione estremamente stratificata, reale e virtuale non sono gli unici emisferi in cui si suddivide Altered Carbon: il labirintico itinerario in cui lo sviluppo si realizza è articolato tra presente e passato, con ampi flashback che meglio definiscono la psicologia del cinico e fascinoso antieroe e i suoi rapporti con la donna amata e con la sorella. In tal maniera, benché il minutaggio da coprire sia piuttosto esteso (intorno ai 50 minuti e più a episodio), non v’è mai un periodo morto o trascinato, ma una costante congerie di eventi, situazioni e personaggi mantiene costante il ritmo e la suspense; inoltre nulla della sceneggiatura è gratuito, ma tutto è finalizzato a un più ampio disegno d’insieme che si dipana pian piano, senza mai dare troppe informazioni sul mistero finale, ma mantenendolo fino all’ultimo episodio. La storia non sarebbe nulla però senza un degno protagonista, e il travagliato e brutale Kovacs, reso da un ottimo e distaccato Kinnaman, costituisce il perfetto detective hard boiled che si rispetti (alla Raymond Chandler per intenderci). All’opposto, altrettanto azzeccati sono gli antagonisti, la casta dominante resa con elegante e sensuale alterigia da Kristin Lehman (The Killing) nei panni di Miriam Bancroft e con giusta superomistica follia da Purefoy nelle vesti del patriarcale e iroso Laurens Bancroft.

Non altrettanto riuscita purtroppo è la descrizione della sorella (la Dichen Lachman di Dollhouse), la cui travagliatissima psiche avrebbe potuto ottenere una maggior verisimiglianza e varietà di sfumature, se non altro perché incredibilmente interessante, ma le cui motivazioni vengono purtroppo toccate solo in superficie. Altra pecca è forse l’epilogo, fin troppo semplicistico e che stride un po’ con l’estremo cinismo e la proficua complessità delle premesse. Non serve nemmeno dirlo, il finale si apre a possibili – e auspicabili – sequel (anche perchè ci sono altri due libri di Morgan – Broken Angels e Woken Furies a comporre la trilogia di Takeshi Kovacs).

In definitiva, Altered Carbon brilla per molteplici ingredienti, dall’elaborazione visiva e tematica, all’abilità attoriale degli interpreti e alla sceneggiatura, guadagnandosi sicuramente un meritato posto sul podio delle migliori serie di quest’anno, di quelle a disposizione nel catalogo di Netflix e in generale dei prodotti di fantascienza.

Di seguito trovate il trailer in italiano:

Joel Kinnaman
Renée Elise Goldsberry
James Purefoy
Martha Higareda
Dichen Lachman
Chris Conner
Ato Essandoh
Trieu Tran
Kristin Lehman
Byron Mann
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