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7/10 su 113 voti. Titolo originale: Disenchantment, uscita: 17-08-2018. Stagioni: 2.

Recensione (serie completa) | Disincanto di Matt Groening – Stagione 1

24/08/2018 di Sabrina Crivelli

La nuova serie originale di Netflix dal geniale creatore dei Simpson e di Futurama non convince del tutto, forse schiacciata dal peso delle aspettative o proprio per la scarsa verve

Matt Groening verrà per sempre ricordato come il creatore dei Simpson, coriacea serie animata nata nel lontano 1987 (arrivata nel 1991 qui da noi) ormai giunta alla ventinovesima stagione e indissolubilmente impressa nella storia della televisione e della cultura pop. Basterebbe tale merito a garantirgli quindi un posto imperituro nell’Olimpo delle produzioni seriali hollywoodiane più significative mai arrivate sul piccolo schermo. Tuttavia, nel 1999 il visionario fumettista e disegnatore diede vita a Futurama (approdata l’anno seguente dalle nostre parti), confermando in pieno le sue geniali doti d’inventiva e sarcasmo cimentandosi lì con un contesto sci-fi. Dalla chiusura dello show nel 2013 però, nessun nuovo progetto. Era quindi scontato che l’annuncio di un prodotto originale e in esclusiva per Netflix, dal titolo Disincanto (Disenchantment), avrebbe subito suscitato nei fan grandi aspettative.

Purtroppo, l’inevitabile entusiasmo accumulato nei mesi è andato pian piano scemando fin dalla visione del primo dei 10 episodi previsti per la prima stagione. Non che sia un completo disastro sia chiaro, ma il celebre nome a monte, o forse semplicemente la troppa attesa, potrebbero verosimilmente essere la causa di un giudizio non prorpio positivo, soprattutto di coloro che – come chi scrive- sono fan di lunga data. Essendo più immediati, se a ideare Disincanto fosse stato un beneamato sconosciuto, sarebbe probabilmente stato apprezzato, ma l’inevitabile paragonato ai precedenti capolavori groeninghiani ha un suo peso. Dopo l’aver affrontato con piglio ironico e spesso caustico la società e la famiglia tradizionale e contemporanea americana (e non solo) nei Simpson e aver creato un esilarante e dissacrante universo avveniristico popolato di astronavi scassate, robot ubriaconi e alieni fuori di testa in Futurama, il tentativo di replicare una formula collaudata e di successo per la terza in un contesto da Medioevo fantasy non si è purtroppo rivelata altrettanto ispirata, visti i presupposti. A questo punto viene quindi da chiedersi i motivi di questo risultato.

Per rispondere al quesito è necessario anzitutto delineare brevemente la trama degli episodi della durata di circa mezz’ora ciascuno, organizzati per la prima volta non secondo la ‘lezione morale’ o ‘la missione’ del giorno, ma seguendo una sorta di unica lunga trama orizzontale (che gira grosso modo intorno a filtri di lunga vita e a magico sangue elfico), che trova un (in)degno epilogo nelle tre puntate finali (8, 9 e 10) e lascia spazio a un fastidioso – e in parte inatteso – cliffhanger che spiana la strada a una seconda stagione (ancora non confermata). Nonostante questa intrigante premessa, il filo della narrazione è tuttavia frammentario, si procede quasi a singhiozzi, con i primi minuti che introducono un evento che però nulla c’entra con gli sviluppi successivi. Nei Simpson e in Futurama tale espediente funzionava bene, ma in Disincanto dà solo la sensazione straniante che il flusso di fondo sia fastidiosamente spezzato da un’accozzaglia di eventi – o meglio di supposte gag, con tanto di Easter Egg celati in bella vista, dai Monty Python a La Storia Fantastica e Il Signore degli Anelli – accostati a caso senza soluzione di continuità e che fanno perdere di forza l’insieme. Non è comunque solo la struttura a inficiare il risultato. Procediamo con ordine.

C’era una volta a Dreamland, un felice – e in bancarotta – regno lontano lontano, una singolare principessa bionda e coi dentoni da coniglio di nome Bean, adolescente ribelle dedita alle sbronze da bettola (dopo Barney e Bender, Matt Groening rivendica anche qui il problema dell’alcolismo come suo marchio di fabbrica) dalle bravate che fanno regolarmente infuriare il suo panciuto e vecchio padre, Re Zøg. La storia di Disincanto si apre con le nozze della reticente real pulzella (1×01) concordate per convenienza dal genitore con i monarchi del ricco regno vicino, il cui rampollo tuttavia per uno scatto repentino e scomposto di lei perde l’anello e s’infilza malamente a morte nel ‘trono di spade’ alle loro spalle. Indisciplinata, goffa e sgraziata, è subito delineata così la protagonista, a cui rapidamente vengono affiancate due spalle ‘comiche’ di piccola statura, il demonietto personale Luci, che intende continuare a tenerla sulla cattiva strada (come se ne avesse bisogno …) e il petulante e smielato Elfo (l’inventivo nome lascia intuire qualcosa sulle sue origini …), ribelle in fuga dalla giuliva e nascosta comunità dei suoi simili per curiosità verso il misterioso e terribile mondo esterno, stufo di dover essere sempre per forza contento. Il suddetto duo può facilmente essere definito come un succedaneo dei prototipici angioletto e diavoletto che compiano sulle spalle, anche se nella concretezza ben poco agiscono come tali. Nel complesso, il primo episodio, di per sé abbastanza promettente, costituisce una sbrigativa introduzione dei caratteri generali del terzetto, ma qua e là si intravedono alcune trovate sagaci, come gli elfi dal sangue zuccherino che cantando fabbricano dolciumi, la cruenta guerra tra nani e giganti, le fatine vecchie, tabagiste e dedite alla prostituzione, o gli umili bifolchi che s’adirano perché la loro umiltà non è ad uopo riconosciuta.

Non ci si rotola per terra dalle risate e nemmeno si ‘impara’ qualcosa, ma in generale si può parlare di una discreta ouverture, con diversi frangenti in cui si respira anche una pungente ironia. Peccato che con l’avanzare della serie si diradi anche l’irriverenza, sterzando per lo più verso lidi ben più routinari e innocui. E’ quasi come se lentamente ma inesorabilmente la carica eversiva si disperdesse nel corso delle peripezie che i personaggi di volta in volta affrontano, dal peculiare addio al celibato all’Isola delle Sirene (spunto intelligente e sprecato nella pratica durante la 1×02) alla profanazione di tombe per rubare alcuni preziosi gioielli della famiglia reale (1×03), dalla grande festa fuori controllo organizzata mentre il re e la regina sono ‘via per il weekend’ (1×04) al fallimentare incarico da ambasciatrice per la principessa (1×06), una larghissima porzione di Disincanto è dedicata alle nefaste gesta di Bean, a rimarcare di continuo quanto buona a nulla e sfaccendata la ragazza sia. Si finisce per assistere sostanzialmente così a una versione cartoonesca delle imprese / avventure di una sorta di reale Gian Burrasca un po’ cresciuta, che di continuo bisticcia con l’irascibile padre per affermare la sua individualità di teenager ubriacona e incapace. Lei diviene il fulcro pressoché unico della narrazione, mentre scompare via via quel felice sguardo divertito e severo sul presente che costituiva l’indubbio punto di forza di Matt Groening.

Non solo, uno dei problemi principali è proprio la protagonista in sé stessa: sebbene più scurrile della norma (niente di vietato ai minori comunque), fin troppo convenzionale è in fondo la giovane erede al trono, una principessa ‘maschiaccio’ che pare un incrocio tra una moderna eroina Disney alla Merida di Ribelle – The Brave, che abbandona le scarpette di cristallo per imbracciare arco e frecce, e la Fiona di Shrek, che prende a calci i banditi e peteggia da vero orco, incurante del cerimoniale. Si percepisce lo sforzo di proporre a tutti i costi un prototipo di femminilità forte e sopra le righe (figlio probabilmente dell’afflato femminista che imperversa a Hollywood e dintorni negli ultimi tempi), ma concentrandosi fin troppo su questo aspetto si ricade all’opposto in quelle convenzioni ai limiti del propagandistico, che irrigidiscono il personaggio in uno stereotipo edificante. Viene inoltre tolto così spazio ai comprimari, in particolare a Luci, il quale, se ben utilizzato come il Bender di Futurama (di cui per diversi aspetti appare l’omologo), avrebbe potuto dare non poche soddisfazioni quale origine di numerose battute non politically correct e a misfatti vari; al contrario, uno dei migliori elementi in potenza è accantonato e imprigionato in un ruolo di sudditanza, confermando solo qualche volta l’operato di Bean e prestandosi sovente controvoglia a una buona azione. Elfo, invece, è addirittura del tutto privo di un qualsiasi potenziale, essendo troppo loffio per essere davvero accattivante; personaggio che prende un po’ il posto del bonario e tontolone Fry, dacché come lui è il timido innamorato dell’eroina di turno ed è costantemente spaesato poiché viene da una realtà completamente diversa. La mancanza di una degna controparte con cui interagire e battibeccare – e l’assenza di altrettanta grottesca faciloneria – ne fanno una figurina con ben scarso appeal. Non a caso, la puntata in cui gli viene dato più rilievo, la 1×07, in cui finge di avere una misteriosa fidanzata monocola (probabile tributo alla Leela di Futurama), è la più noiosa di tutte, complice anche la ritrita manfrina de ‘l’apparenza inganna e la sostanza è più importante’.

In conclusione, non tutto di questa prima stagione di Disincanto è da buttare, esistono sprazzi di groeninghiana genialità come il passaggio dedicato al Convento della Nostra Castità Umiliata (1×05) e la rescrizione di alcuni personaggi secondari, quali la regina anfibia Oona, l’infido Primo Ministro Odvald e il suo compagno di orgioni rituali, il mago Sorcerio, i parodistici Hansel e Gretel carnivori (1×05), oppure i redneck della palude (1×06). Eppure, nell’insieme, nonostante i momenti e le battute buone sembra proprio che stavolta Matt Groening abbia mancato dei consueti coraggio e verve. Restiamo quindi con la speranza che i futuri episodi riescano a dare maggiori soddisfazioni e che le premesse vagheggiate sul finire della 1×10 possano essere l’inizio di una nuova e più felice fase ‘matura’ per la serie animata Netflix.

Di seguito trovate il trailer ufficiale della serie, a catalogo dal 17 agosto:

Abbi Jacobson
Nat Faxon
Eric André
John DiMaggio
Tress MacNeille
Matt Berry
David Herman
Maurice LaMarche
Lucy Montgomery
Billy West
Noel Fielding
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