Se hai amato You e Mindhunter, c’è un thriller Netflix del 2021 che potresti aver perso
16/07/2026 news di Andrea Palazzolo
Con Adrian Grenier, una miniserie da 8 episodi sui pericoli dei social media con un twist finale geniale

Nell’agosto del 2021, Netflix ha lanciato una miniserie thriller che aveva tutti gli ingredienti per diventare un fenomeno: un cast solido guidato da Adrian Grenier, una premessa incendiaria legata ai pericoli dei social media, e una struttura narrativa serrata in otto episodi. Eppure, Clickbait è sparita dai radar quasi immediatamente dopo la sua uscita, inghiottita dall’algoritmo spietato della piattaforma e dalla memoria corta del pubblico streaming. Una tragedia, considerando che stiamo parlando di uno dei thriller più sottovalutati del catalogo Netflix, capace di anticipare temi oggi più urgenti che mai.
La premessa ha inizio da un video che diventa virale. Nelle immagini, Nick Brewer, un normale padre di famiglia interpretato da Adrian Grenier, appare legato a una sedia, costretto a mostrare dei cartelli inquietanti. Il messaggio finale è agghiacciante: “A 5 milioni di visualizzazioni morirò“. Da quel momento, la serie diventa una corsa contro il tempo, una discesa negli abissi della viralità digitale dove ogni click può essere fatale e dove la vita di un uomo si trasforma in intrattenimento di massa per milioni di sconosciuti.
Quello che rende Clickbait superiore a molti thriller contemporanei è la sua capacità di mantenere un ritmo serrato senza mai perdere di vista la dimensione umana della storia. La serie non si limita a essere un puzzle investigativo da risolvere, anche se le piste false e i colpi di scena sono dosati con precisione chirurgica. Il vero cuore pulsante della narrazione risiede nell’esplorazione del dolore di chi resta: la moglie Sophie, interpretata da Betty Gabriel, e la sorella Pia, a cui Zoe Kazan dona una fragilità potente e autentica.
Il contrasto è straziante. Mentre Sophie e Pia vengono travolte dall’angoscia, dal senso di impotenza e dalla disperazione di vedere un loro caro ridotto a spettacolo, il mondo online trasforma la tragedia in un gioco macabro. Il contatore delle visualizzazioni sale inesorabile, alimentato da un pubblico che consuma il dolore altrui con la stessa leggerezza con cui scorre il feed di Instagram. È questo doppio binario narrativo che eleva Clickbait al di sopra del semplice intrattenimento: la serie ti costringe a riflettere sul tuo stesso ruolo di spettatore.
Dal punto di vista strutturale, la scelta del formato miniserie si rivela vincente. Otto episodi sono sufficienti per sviluppare personaggi credibili, seminare indizi, costruire tensione e arrivare a una conclusione che non delude. A differenza di altri thriller che si perdono in stagioni infinite o finali affrettati, Clickbait sa esattamente dove vuole andare e ci arriva senza divagazioni. Ogni episodio termina con un cliffhanger calibrato, il tipo di esca narrativa che ti spinge a cliccare “episodio successivo” anche quando sai che dovresti andare a dormire.
E poi c’è il twist finale, l’elemento che distingue un thriller memorabile da uno dimenticabile. Senza entrare nel territorio degli spoiler, basti dire che la rivelazione conclusiva di Clickbait è il tipo di colpo di scena che ribalta completamente la percezione di tutto quello che hai visto prima. Non è uno di quei twist che si risolvono in un trucco di sceneggiatura, ma una svolta che emerge organicamente dalla storia e che continua a risuonare anche dopo i titoli di coda. In un’epoca in cui i thriller televisivi hanno reso il pubblico estremamente sospettoso e capace di anticipare ogni mossa narrativa, riuscire ancora a sorprendere è un’impresa notevole.

Dal punto di vista tematico, Clickbait si inserisce nel solco di serie come You e Mindhunter, con cui condivide l’interesse per la psicologia del crimine e la capacità di penetrare nella mente sia delle vittime che dei carnefici. Come in You, la serie esplora l’ossessione, il voyeurismo digitale e la facilità con cui le persone costruiscono identità false online. Come in Mindhunter, ci guida in un’analisi spietata delle motivazioni che spingono esseri umani apparentemente normali a compiere atti mostruosi.
La differenza, forse, sta nel tono. Clickbait è meno cerebrale di Mindhunter, meno stilizzato di You, ma proprio per questo più accessibile. È un thriller che funziona su più livelli: puoi guardarlo come un whodunit avvincente, come un dramma familiare straziante o come una riflessione sulla società dell’immagine.
Eppure, nonostante questi meriti evidenti, Clickbait è stata rapidamente dimenticata. A distanza di anni, i temi di Clickbait sono più rilevanti che mai. La viralità tossica, il linciaggio digitale, la trasformazione delle tragedie personali in contenuto consumabile, la facilità con cui le vite vengono distrutte da una foto, un video, una bugia che si diffonde più velocemente della verità. La serie non aveva bisogno di essere profetica perché questi fenomeni esistevano già nel 2021, ma la sua capacità di metterli in scena con tale urgenza narrativa la rende un documento culturale prezioso.
© Riproduzione riservata




