Tanta azione, violenza e uno stile senza pari: devi recuperare l’anime di Netflix (di cui tutti chiedono il ritorno)
08/06/2026 news di Andrea Palazzolo
Una delle serie animate più amate su Netflix è uno show violento e poetico, che sa perfettamente mixare l'azione e il dramma.

Nel Giappone del periodo Edo, avere gli occhi blu non era solo insolito: era illegale. Un dettaglio storico che diventa il cuore pulsante di Blue Eye Samurai, la serie animata Netflix co-creata dai coniugi Amber Noizumi e Michael Green che ha conquistato pubblico e critica fin dal debutto nel novembre 2023.
Siamo nel XVII secolo, in un arcipelago chiuso ermeticamente al resto del mondo, dove il mercato nero prosperava nelle ombre e dove la presenza di stranieri era proibita per legge. In questo contesto claustrofobico e rigidamente controllato, Mizu rappresenta un’anomalia vivente: i suoi occhi azzurri tradiscono origini impure, segnandola come una “creatura della vergogna” fin dalla nascita.
All’epoca esistevano solo quattro uomini bianchi in tutto il Giappone. Uno di loro è suo padre. E Mizu ha un solo obiettivo: trovarli tutti e quattro, e ucciderli. Una missione di vendetta pura, viscerale, che diventa la bussola della sua esistenza. Ma c’è un problema, anzi due: la vendetta non è cosa da donne nel Giappone feudale, e quegli occhi blu sono un bersaglio dipinto sul suo volto.
La soluzione di Mizu prevede nascondere il proprio genere e camuffare quegli occhi maledetti. Vestire i panni di un samurai itinerante, padroneggiare la spada con una maestria letale, muoversi in un mondo maschile dove le donne erano relegate a ruoli prestabiliti e soffocanti. È in questo travestimento che risiede uno dei colpi di genio della serie: il doppio mascheramento, di identità e di genere, che trasforma Mizu in una figura tanto affascinante quanto complessa.
L’idea alla base di Blue Eye Samurai è nata da un’esperienza personale dei creatori. Quando Amber Noizumi e Michael Green sono diventati genitori di una bambina dagli occhi azzurri, Noizumi, che è per metà giapponese, ha accolto con gioia questa caratteristica. Ma poi è scattata una riflessione più profonda: cosa sarebbe significato avere quegli stessi occhi nel Giappone del periodo Edo?

Green ha descritto la serie come un crocevia di generi e influenze: The Witcher incontra Il Trono di Spade, passando per Tarantino e Shakespeare in Love. Una definizione ambiziosa, ma che rende l’idea della stratificazione tematica dell’opera. C’è l’azione coreografata con precisione chirurgica, la violenza esplicita che non risparmia dettagli, ma anche un dramma storico denso di implicazioni politiche e sociali, una riflessione sull’identità e l’appartenenza, sul prezzo della vendetta e sul significato della libertà.
Noizumi e Green hanno condotto ricerche approfondite sul periodo Edo per garantire autenticità storica a costumi, usanze e atmosfere. Anche se Mizu non è un personaggio realmente esistito, il contesto in cui si muove è ricostruito con cura meticolosa, dalle rigide gerarchie sociali alle restrizioni imposte agli stranieri, dal codice d’onore dei samurai alle condizioni di vita delle donne dell’epoca.
Blue Eye Samurai è disponibile su Netflix, e rappresenta una di quelle rare occasioni in cui l’hype generato online trova piena corrispondenza nella qualità effettiva del prodotto. Otto episodi che scorrono via come un fiume in piena, lasciandoti con la voglia immediata di sapere come proseguirà la storia di Mizu e che rendono l’attesa di una seconda stagione, annunciata ma ancora non pervenuta, irresistibile. E con la certezza che l’animazione, quando è fatta con questa cura e ambizione, può reggere il confronto con qualsiasi produzione in live action.
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