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A metà strada tra Shining e Scappa Get Out: questo horror su Netflix sarà il tuo incubo peggiore

25/06/2026 news di Andrea Palazzolo

His House su Netflix reinventa il cinema horror: tutto sul film che esplora trauma, immigrazione, senso di colpa e fantasmi.

Daniel Kaluuya in Scappa Get Out

Le case infestate sono da sempre uno dei pilastri del cinema horror. Da The Shining a Poltergeist, passando per The Conjuring, la settima arte è piena di abitazioni, appartamenti e hotel posseduti da fantasmi, demoni e manifestazioni soprannaturali di ogni tipo. Queste storie ci spaventano per innumerevoli ragioni: a volte basta la rottura dell’illusione di protezione dentro le mura domestiche per farci tremare, altre volte è ciò che i fantasmi rappresentano – memorie represse, il passato, il futuro – a terrorizzarci davvero.

Poi ci sono gli horror psicologici dove la paura viene da dentro la nostra mente, dai sensi di colpa e dalle emozioni che ci attanagliano e ci impediscono di respirare. Film come Scappa Get Out si sprecano e attirano l’interesse dei fan. In questo panorama affollato, His House di Remi Weekes si distingue per un motivo preciso: contiene tutto ciò che rende spaventoso un film di case infestate, e poi va oltre. Molto oltre.

Rilasciato originariamente nel 2020 come film originale Netflix, His House non si limita a offrire qualche buon spavento. Presenta allo spettatore un’esplorazione profonda di lutto, senso di colpa e dell’eterno interrogativo su cosa significhi davvero appartenere a un luogo. Brillantemente interpretato, in particolare dai protagonisti Sope Dirisu e Wunmi Mosaku, il film vanta una sceneggiatura altrettanto solida, scritta da Weekes insieme a Felicity Evans e Toby Venables.

La storia segue Bol e Rial Majur, una coppia di immigrati che tenta disperatamente di costruirsi una nuova esistenza in un paese ostile. Fuggiti dal Sudan a causa della guerra civile, i due attraversano l’oceano stipati in un gommone insieme a decine di altre persone, cercando una possibilità di sopravvivenza nel Regno Unito. Una volta arrivati, finiscono in un centro di accoglienza finché il governo non assegna loro una casa fatiscente.

Quella casa, però, è tutt’altro che un rifugio sicuro. È piena di rumori spettrali, di immagini che si materializzano nell’ombra, di presenze che Bol e Rial devono imparare a tollerare. Perché abbandonare quel luogo potrebbe significare la deportazione. E dopo tutto quello che hanno passato per arrivare fin lì, tornare indietro non è un’opzione.

Il film affronta con coraggio i traumi della guerra e la perdita di una figlia, annegata durante la traversata. Bol e Rial sono costretti a convivere con fantasmi che avrebbero preferito lasciarsi alle spalle, sforzandosi di non creare problemi per poter essere considerati tra i “bravi immigrati”, come li definisce con disprezzo l’assistente sociale interpretato da Matt Smith.

Poster di His House
Poster di His House, fonte: Netflix

His House esplora temi complessi come il senso di colpa del sopravvissuto e la tensione costante tra l’onorare il proprio passato e l’integrarsi nel presente. È tanto un dramma intimo quanto una storia horror, e questa doppia natura è il suo punto di forza. Il film è radicato in un realismo brutale: la coppia affronta discriminazione e trauma sia dentro che fuori dalla loro abitazione infestata. Il soprannaturale diventa metafora potente di qualcosa di terribilmente concreto e psicologico.

Questo è ciò che distingue His House dalla massa di film horror con case infestate o orrori psicologici. Non offre la consolazione di una soluzione, l’illusione che sconfiggere il mostro o lasciare la casa possa far sparire il male. I fantasmi di questo film sono permanenti quanto i ricordi e le cicatrici che portiamo addosso. E questa verità, più di qualsiasi jump scare o effetto speciale, è ciò che continua a perseguitarti anche dopo che i titoli di coda sono finiti.

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