Voto: 6/10 Titolo originale: Teenage Sex and Death at Camp Miasma , uscita: 06-08-2026. Budget: $8,000,000. Regista: Jane Schoenbrun.
Camp Miasma: Adolescenza, Sesso E Morte, la recensione: lo slasher secondo Jane Schoenbrun è una questione di piacere
18/08/2026 recensione film Camp Miasma - Adolescenza, sesso e morte di Gioia Majuna
Con Hannah Einbinder e una irresistibile Gillian Anderson, Jane Schoenbrun trasforma lo slasher in una riflessione sul desiderio, sul rapporto con le immagini e sulla difficoltà di smettere di osservare la propria vita per cominciare finalmente a viverla

Dopo aver trasformato una creepypasta e una serie televisiva immaginaria in strumenti attraverso cui interrogare identità e percezione, Jane Schoenbrun trova nello slasher il contenitore perfetto per il suo cinema. Camp Miasma: Adolescenza, Sesso E Morte è contemporaneamente una parodia, una dichiarazione d’amore e una decostruzione del genere, ma soprattutto porta alle estreme conseguenze una domanda che attraversava già We’re All Going to the World’s Fair e Ho visto la TV brillare: cosa succede quando le immagini attraverso cui abbiamo imparato a comprenderci finiscono per impedirci di vivere?
La protagonista Kris (Hannah Einbinder) è una giovane regista consacrata dal Sundance a cui Hollywood affida il reboot di Camp Miasma, decaduta saga slasher nata negli anni Ottanta e trascinata negli anni attraverso sequel, remake, merchandising e progressive riletture critiche. Kris ne è ossessionata fin dall’infanzia e vuole convincere Billy Presley (Gillian Anderson), final girl dell’originale ritiratasi da decenni, a tornare davanti alla macchina da presa.
L’incontro avviene proprio nei luoghi in cui fu girato il primo film. Ed è lì che la distinzione tra cinema, memoria e realtà comincia progressivamente a perdere consistenza.
Schoenbrun non guarda dall’alto il cinema che sta rielaborando. Camp Miasma conosce perfettamente Venerdì 13, Sleepaway Camp, Psycho e Shining, ne riproduce crash zoom, soggettive traballanti, synth, sangue esagerato e immagini volutamente dozzinali, ma non li utilizza per una facile operazione nostalgica.
Persino Little Death, il killer della saga fittizia armato di lancia e con un’enorme struttura metallica sulla testa, sembra provenire da una VHS che avremmo potuto trovare realmente in videoteca. Il nome, naturalmente, non è casuale: “la petite mort” indica l’orgasmo, rendendo letterale quell’associazione tra sesso e morte sulla quale lo slasher ha costruito buona parte della propria grammatica.
La differenza è che qui il desiderio non deve essere punito. Deve essere riconosciuto.
Kris conosce il cinema molto meglio di quanto conosca se stessa. Analizza, cita, interpreta e problematizza tutto, compreso ciò che prova. Hannah Einbinder rende molto bene questa combinazione di intelligenza, impaccio e distanza dal proprio corpo: la sua protagonista sembra incapace di vivere un’esperienza senza trasformarsi contemporaneamente nella spettatrice di quell’esperienza.
Ed è qui che Camp Miasma trova la sua intuizione migliore. L’ossessione cinefila non è soltanto una gag metalinguistica. Kris ha imparato sesso e desiderio attraverso immagini che l’affascinavano senza rappresentarla davvero e ora possiede un’intera teoria del piacere senza riuscire ad abbandonarsi al piacere stesso.
Billy rappresenta l’esatto contrario.
Gillian Anderson entra in scena come se Norma Desmond avesse deciso di trasferirsi dentro uno slasher. Abiti sontuosi, ombre, sguardi studiati e un improbabile accento del Sud: Billy è contemporaneamente personaggio, diva e consapevole caricatura della propria leggenda.
Anderson si diverte enormemente e Schoenbrun le consegna alcuni dei momenti più irresistibili del film, ma evita di ridurla a semplice icona camp. Tra Billy e Kris nasce un rapporto in cui attrazione, fascinazione cinefila e differenza generazionale finiscono per sovrapporsi. L’attrice che per Kris esisteva innanzitutto come immagine diventa una persona capace di insegnarle qualcosa che nessun film le aveva spiegato: il desiderio non deve necessariamente essere razionalizzato per essere legittimo.
È anche grazie alla chimica tra Anderson ed Einbinder che un film così programmaticamente cerebrale riesce a trovare una dimensione sorprendentemente emotiva.
Anche visivamente Schoenbrun rifiuta il realismo. La fotografia di Eric K. Yue alterna immagini volutamente degradate a colori saturi, fondali dipinti e paesaggi che sembrano ricordi cinematografici più che luoghi reali. La musica di Alex G e l’uso ironico di brani pop completano un universo in cui il presente sembra continuamente contaminato dalle VHS che hanno formato Kris.
Non tutto funziona con la stessa precisione. La satira dell’industria hollywoodiana e della sua ossessione per le proprietà intellettuali è divertente ma piuttosto scoperta; alcuni passaggi insistono sulle proprie metafore quando il film le aveva già rese perfettamente leggibili. E quando realtà e fantasia collassano definitivamente l’una nell’altra, Schoenbrun rischia quella dispersione che accompagna inevitabilmente un’opera con così tante idee.
Ma l’eccesso appartiene al progetto. Camp Miasma vuole essere volgare, sofisticato, romantico, teorico, ridicolo e sanguinoso nello stesso momento.
Ed è proprio qui che il film compie il passo forse più interessante rispetto a Ho visto la TV brillare. Se quello era un racconto doloroso sull’impossibilità di abitare pienamente la propria identità, Camp Miasma: Adolescenza, Sesso E Morte si domanda cosa accada dopo: una volta trovato il proprio corpo, bisogna ancora imparare a viverci.
Per farlo, Kris deve smettere per un momento di essere regista, critica e spettatrice di se stessa.
Schoenbrun utilizza allora lo slasher non per liberarsi delle immagini che hanno formato la protagonista, ma per permetterle di riappropriarsene. Il cinema può deformare il desiderio, ma può anche offrirgli uno spazio nel quale finalmente esistere.
E sotto litri di sangue finto, VHS, sesso, assassini e caramelle gommose, Camp Miasma arriva così a un’idea insolitamente semplice: forse non tutto ciò che proviamo ha bisogno di essere spiegato. Qualche volta bisogna soltanto concedersi il piacere di sentirlo.
Nei cinema dal 19 agosto.
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