La vera storia dietro il Massacro di Monaco del 1972: il film thriller che racconta tutto e che devi recuperare
18/08/2026 news di Andrea Palazzolo
Il film di Tim Fehlbaum è un thriller sul massacro di Monaco 1972. Come il lungometraggio evita di affrontare questioni politiche cruciali.

C’è qualcosa di paradossale in September 5, il film diretto da Tim Fehlbaum che ricostruisce la copertura televisiva della crisi degli ostaggi alle Olimpiadi di Monaco del 1972. È un thriller perfettamente costruito, capace di tenerti con il fiato sospeso per tutti i suoi 91 minuti di durata. Si assiste a uno spettacolo tecnicamente impeccabile, una macchina narrativa efficiente.
Il film si concentra sul team della ABC che trasmise quegli eventi tragici a oltre 900 milioni di persone in tutto il mondo, trasformando una crisi locale in un fenomeno mediatico globale. Fu la prima volta nella storia che un evento del genere venne seguito in diretta planetaria.
Ha segnato un punto di non ritorno nel modo in cui consumiamo le notizie e la violenza attraverso gli schermi. La troupe televisiva, sorpresa nel cuore della notte da colpi d’arma da fuoco provenienti dal villaggio olimpico a pochi metri dai loro uffici, si trova improvvisamente a dover gestire la più grande breaking news della storia della televisione.

Peter Sarsgaard, John Magaro e Ben Chaplin interpretano alcune delle figure chiave di quella squadra di giornalisti improvvisamente catapultati in una situazione più grande di loro. Ma è Leonie Benesch, nel ruolo di Marianne, l’unica tedesca presente nella sala di controllo, a consegnare la performance più memorabile. Il suo personaggio diventa inevitabilmente il ponte tra la squadra americana e la tragedia che si sta consumando nel suo paese, incarnando le tensioni e i dilemmi etici che attraversano l’intera narrazione.
Fehlbaum dimostra una notevole abilità nel costruire la tensione. La macchina da presa resta prevalentemente in primi piani claustrofobici, trasformando la sala di controllo in una camera di pressione dove ogni decisione può avere conseguenze enormi. Dovresti mostrare immagini dei terroristi? Fino a che punto puoi spingerti nella rappresentazione della violenza? Chi ha il diritto di vedere cosa? Sono domande che la troupe si pone in tempo reale, mentre milioni di occhi sono puntati sulle loro scelte.
Il film funziona egregiamente come thriller procedurale, quel sottogenere cinematografico che trova suspense nei dettagli tecnici e nelle procedure. Vedere questi professionisti improvvisare soluzioni tecniche per aggirare i limiti dell’attrezzatura dell’epoca, negoziare con i funzionari tedeschi per ottenere accesso alle immagini, decidere in pochi secondi cosa mandare in onda e cosa tagliare, ha un fascino innegabile.
C’è qualcosa di ipnotico nel guardare persone competenti fare il proprio lavoro sotto pressione estrema. Il film sceglie deliberatamente di adottare una posizione apolitica rispetto agli eventi che sta raccontando, presentando il conflitto israelo-palestinese in modo volutamente bidimensionale, svuotato di qualsiasi contesto storico o politico. September 5 ti terrà incollato alla poltrona, questo è innegabile e quando uscirai dalla sala, potresti ritrovarti a domandarti cosa ti porti via oltre al ricordo di un thriller ben confezionato.
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