Voto: 5/10 Titolo originale: The End of Oak Street , uscita: 12-08-2026. Budget: $85,000,000. Regista: David Robert Mitchell.
La Fine di Oak Street, la recensione: Anne Hathaway contro i dinosauri, ma Spielberg è troppo vicino
12/08/2026 recensione film La fine di Oak Street di William Maga
David Robert Mitchell torna dopo otto anni con un'avventura fantascientifica che mescola dinosauri, crisi familiare e nostalgia anni Ottanta. Il risultato guarda continuamente ad Amblin e Spielberg, divertendo a tratti ma senza trovare un'identità altrettanto forte

Dopo It Follows e il divisivo Under the Silver Lake, era difficile immaginare David Robert Mitchell alle prese con qualcosa di simile. Prodotto da J.J. Abrams, La Fine di Oak Street è il suo film più apertamente popolare: dinosauri, periferia americana, famiglia in crisi e un misterioso fenomeno che trasforma il rassicurante giardino di casa in territorio preistorico.
Siamo nel 1982. Greg e Denise Platt, interpretati da Ewan McGregor e Anne Hathaway, vivono con i figli Audrey e Brian in un quartiere apparentemente perfetto, ma l’American Dream sta già mostrando le sue crepe. Greg ha perso il lavoro e consegna pizze senza averlo confessato alla famiglia; Denise scrive segretamente un romanzo su una donna che sogna di abbandonare marito e figli; Audrey vorrebbe frequentare un college che i genitori forse non possono permettersi.
Poi una serie di lampi, vento e rumori assordanti cambia tutto. Il quartiere si ritrova isolato, circondato da acqua e vegetazione tropicale. E presto dinosauri e altre creature preistoriche iniziano a comparire tra villette, garage e staccionate bianche.
È impossibile non capire immediatamente cosa Mitchell stia cercando di evocare. Le luci blu che filtrano dalle finestre, i ragazzi in bicicletta, la periferia ordinata improvvisamente violata dall’impossibile: l’immaginario Amblin è ovunque.
Ci sono inevitabilmente Jurassic Park nella gestione dei dinosauri e Jumanji nell’irruzione della natura incontrollabile dentro la quotidianità, ma affiorano anche Poltergeist, Super 8 e qualche eco di Stephen King nella costruzione della provincia americana.
Il problema è che Mitchell riproduce spesso la grammatica di quei film più di quanto riesca a reinventarla. La fotografia di Michael Gioulakis cerca il controluce meraviglioso, il movimento di macchina energico e gli split diopter capaci di suggerire qualcosa in arrivo. Ma troppe volte l’attesa genera situazioni già viste, oppure non genera proprio nulla.
La Fine di Oak Street non è timido quando decide di scatenare il caos. I dinosauri distruggono recinzioni, scaraventano automobili e fanno a pezzi gli abitanti del quartiere, con una violenza sorprendente per un PG-13. Mitchell si concede anche un umorismo volutamente assurdo, compresa una scena di accoppiamento tra dinosauri che chiarisce bene il tono cercato dal film.
Interessante il design delle creature, soprattutto quelle ricoperte di piume, mentre una gigantesca Titanoboa diventa forse il mostro più efficace del bestiario.
Eppure manca quella singola sequenza destinata a rimanere impressa. Spielberg trasformava una cucina, un bicchiere d’acqua o un’automobile bloccata sotto la pioggia in perfetti dispositivi di suspense. Mitchell ha dinosauri tra i vialetti della suburbia anni Ottanta, ma raramente sfrutta fino in fondo le possibilità dello spazio. Si corre, si urla e si spara, ma il film rimane spesso più vicino al “big dumb fun” di lusso che a una vera costruzione della tensione.
Il vero cuore del film avrebbe dovuto essere però la famiglia. Prima dell’arrivo delle creature, Mitchell prepara le fratture dei Platt e suggerisce che l’invasione preistorica possa essere l’esplosione fisica delle tensioni già nascoste sotto la superficie domestica.
È soprattutto Anne Hathaway a rendere credibile questa componente. Denise sente di aver sacrificato parte della propria identità alla famiglia e, quando esplode la catastrofe, diventa anche il personaggio più determinato. Hathaway riesce a passare dalla frustrazione domestica al fucile contro i dinosauri mantenendo una certa continuità emotiva.
Molto meno efficace Ewan McGregor, penalizzato da un personaggio debole e da un’interpretazione stranamente spenta. Maisy Stella porta invece naturalezza ad Audrey, anche se la sceneggiatura la fa oscillare in modo poco convincente tra adolescente, aspirante scienziata e indispensabile dispensatrice di spiegazioni.
Il problema è che la crisi familiare preparata nel primo atto finisce per risolversi nel modo più convenzionale possibile. I dinosauri avrebbero potuto portare alla luce ciò che marciva dietro le staccionate bianche di Oak Street; diventano invece soprattutto un nemico esterno contro cui la famiglia può ricompattarsi.
Anche le complicazioni temporali dell’ultimo atto aprono possibilità che Mitchell esplora appena. SPOILER Quando entrano in gioco portali e conseguenze sul passato, il confronto con Ritorno al futuro diventa inevitabile, ma il film preferisce non interrogarsi troppo sulle proprie regole e corre verso una soluzione fin troppo comoda. FINE SPOILER
Rimane così un’opera curiosa: più spettacolare e accessibile dei precedenti lavori di Mitchell, ma anche molto meno personale. La fotografia è energica, la ricostruzione della suburbia anni Ottanta efficace e Michael Giacchino spinge incessantemente musica ed emozioni.
La Fine di Oak Street funziona meglio quando accetta di essere semplicemente un’avventura assurda in cui Anne Hathaway combatte contro i dinosauri. Quando invece cerca la meraviglia e il sentimento dei modelli a cui guarda, l’ombra di Spielberg diventa troppo ingombrante.
Mitchell vuole la magia di Amblin, i dinosauri di Jurassic Park, l’invasione domestica di Jumanji e i paradossi di Ritorno al futuro. Alla fine, ciò che manca di più è proprio David Robert Mitchell.
Nei cinema dal 12 agosto.
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