La serie fantasy dimenticata che mescola Tim Burton e Sherlock Holmes (che merita una seconda occasione)
12/09/2026 news di Andrea Palazzolo
La serie fantasy di Bryan Fuller con Lee Pace che riporta in vita i morti per risolvere omicidi. Storia, cancellazione e possibile revival.

Nel vasto panorama delle serie televisive fantasy, alcune opere brillano per una stagione o due e poi scivolano nell’oblio, vittime di dinamiche di mercato, tempistiche sfortunate o semplicemente dell’incapacità del pubblico di massa di apprezzarle nel momento giusto. Pushing Daisies è esattamente questo tipo di gioiello dimenticato: una serie che ha debuttato su ABC nel 2007, creata da Bryan Fuller, capace di fondere fantasy, commedia, giallo e una buona dose di stravaganza visiva in un cocktail narrativo che non si è mai più replicato.
Ned, interpretato da Lee Pace, è un produttore di torte che gestisce un ristorante chiamato The Pie Hole. Ma dietro l’apparente normalità di un pasticcere si nasconde un potere straordinario e maledetto: Ned può riportare in vita i morti con un semplice tocco. Il dono di Ned ha dei limiti precisi e crudeli. Se mantiene in vita qualcuno o qualcosa per più di un minuto, un essere di valore equivalente nelle vicinanze muore per ristabilire l’equilibrio. E se Ned tocca una seconda volta ciò che ha resuscitato, la morte diventa definitiva.
È su questa premessa che si costruisce un’intera struttura narrativa. Ned ha stretto un patto con Emerson Cod, un investigatore privato interpretato da Chi McBride, che ha scoperto per caso il suo potere. L’accordo è tanto cinico quanto funzionale: Ned riporta in vita le vittime di omicidio per meno di un minuto, giusto il tempo di farsi raccontare come sono morte, risolvono il caso insieme e si dividono la ricompensa. Un sistema perfetto, finché non si presenta il cadavere di Chuck, l’amore d’infanzia di Ned, interpretata da Anna Friel. Ned la riporta in vita ma non riesce a toccarla di nuovo, condannandola a vivere e condannando se stesso a non poterla mai più sfiorare.
Pushing Daisies non è solo una serie procedurale mascherata da fantasy. È una favola forense, come è stata definita, un esperimento stilistico che attinge a piene mani dall’estetica di Tim Burton, in particolare da opere come Big Fish e La fabbrica di cioccolato. I colori sono saturi, i set sembrano usciti da un libro di fiabe malate, i costumi oscillano tra il vintage e il surreale. Ogni inquadratura sembra progettata per essere ricordata, ogni scena ha una componente visiva che la rende quasi teatrale.
Ma l’aspetto visivo non è fine a se stesso. Pushing Daisies ha una struttura narrativa che ricorda Sherlock, con episodi autoconclusivi che presentano un mistero da risolvere, testimoni da interrogare, indizi da raccogliere. Tuttavia, a differenza delle classiche detective story, qui il realismo è completamente abbandonato. I casi sono bizzarri, i moventi assurdi, i personaggi caricaturali ma mai vuoti. C’è una leggerezza che non scade mai nel frivolo, un equilibrio delicato tra commedia nera e romanticismo impossibile.
Viviamo nell’era dei reboot, dei revival, delle seconde possibilità per serie che magari non le meritano nemmeno. Eppure Pushing Daisies, una delle proposte più originali e stilisticamente coerenti degli anni 2000, continua a restare nel limbo. Non ha avuto il culto ossessivo di Firefly, non ha la fortuna di essere associata a un franchise più grande, non ha nemmeno la possibilità di essere riscoperta facilmente sulle piattaforme di streaming principali.
Eppure chi l’ha vista la ricorda. Ricorda la voce narrante ironica e onnisciente, ricorda i dialoghi taglienti di Emerson, ricorda la dolcezza impossibile dell’amore tra Ned e Chuck, ricorda l’inventiva visiva di ogni singolo episodio. Pushing Daisies non è solo una serie fantasy sottovalutata. È un esperimento riuscito di come la televisione possa essere cinema, favola, teatro e letteratura allo stesso tempo, senza mai perdere di vista il cuore della narrazione: storie di persone, vive o morte che siano, che cercano risposte.
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