Voto: 4.5/10 Titolo originale: Psycho Killer , uscita: 20-02-2026. Budget: $10,000,000. Regista: Gavin Polone.
Psycho Killer, recensione: lo sceneggiatore di Seven torna ai serial killer, ma stavolta non c’è nulla nella scatola
09/09/2026 recensione film Psycho Killer di Marco Tedesco
Andrew Kevin Walker firma un horror satanico inseguito da Hollywood per quasi vent’anni. Georgina Campbell e Malcolm McDowell non bastano però a salvare un thriller arrivato al cinema già vecchio

Forse il dettaglio più interessante di Psycho Killer è che Hollywood ha impiegato quasi vent’anni per riuscire a realizzarlo. La sceneggiatura di Andrew Kevin Walker, autore di Seven, circolava già a metà degli anni Duemila: Fred Durst avrebbe dovuto dirigerla, Eli Roth produrla, altri tentativi sono naufragati prima che il produttore Gavin Polone decidesse di trasformarla nel proprio debutto alla regia. Il problema è che, dopo un’attesa simile, ci si aspetterebbe di scoprire cosa rendesse questa storia tanto irresistibile. Il film non riesce mai a fornire una risposta.
Psycho Killer sembra piuttosto un thriller del 2006 rimasto chiuso in un cassetto e improvvisamente liberato vent’anni dopo: serial killer mascherato, satanismo da immaginario pop, poliziotta ossessionata dalla vendetta, violenza grafica e un viaggio attraverso un’America disseminata di cadaveri e simboli esoterici. Tutto materiale che potrebbe ancora funzionare. A mancare non sono gli ingredienti, ma una personalità capace di trasformarli in qualcosa di memorabile.
L’apertura è probabilmente la sequenza migliore. Durante un normale controllo stradale, un agente viene assassinato dal cosiddetto Satanic Slasher (James Preston Rogers), gigantesco assassino mascherato che sta attraversando il Paese lasciandosi dietro una lunga serie di vittime. Ad assistere all’omicidio è sua moglie Jane Archer (Georgina Campbell), anche lei poliziotta, che decide di mettersi sulle tracce dell’uomo.
Da qui il film costruisce una specie di caccia parallela, alternando Jane e l’assassino mentre percorrono gli Stati Uniti. Sulla carta potrebbe essere un interessante ribaltamento del classico cat-and-mouse thriller. In pratica Polone frammenta continuamente il racconto senza permettere né all’indagine né ai personaggi di acquistare peso. Jane riesce dove intere forze di polizia e FBI sembrano aver fallito, mentre elementi potenzialmente importanti vengono introdotti e poi trattati quasi come dettagli accessori.
Dopo Barbarian, Georgina Campbell conferma di possedere presenza e credibilità sufficienti per sostenere un horror, ma Walker le consegna poco più di una funzione narrativa: moglie in lutto, poliziotta, inseguitrice. L’attrice cerca di suggerire un trauma e un’ossessione che la sceneggiatura non approfondisce mai davvero.
Non va molto meglio al killer. L’ex wrestler James Preston Rogers possiede una fisicità impressionante e non avrebbe bisogno di molto altro per risultare minaccioso. Invece il film lo mostra continuamente, accompagnandolo con una voce cavernosa, passi fragorosi e comportamenti sempre più estremi. Più cerca di convincerci che quest’uomo sia terrificante, meno lo diventa. Il mistero viene sostituito dall’insistenza.
Per qualche minuto sembra però emergere un film decisamente più divertente. Il Satanic Slasher raggiunge una comunità di satanisti guidata da Malcolm McDowell, che interpreta Mr. Pendleton con la consapevolezza di trovarsi dentro materiale perfetto per abbandonarsi al camp. Tra lusso, cocaina, sermoni, sesso e sangue, Psycho Killer sfiora finalmente una possibile identità.
È anche il momento in cui potrebbe nascere un’idea interessante: il killer è un fanatico autentico circondato da persone che hanno trasformato il satanismo in privilegio, edonismo e posa sociale. Ma la suggestione non porta da nessuna parte. Quello che sembrava l’inizio di una deviazione folle si rivela soprattutto un modo per riempire il secondo atto.
Il confronto con Seven è inevitabile non perché Psycho Killer debba replicarlo, ma perché entrambi partono dall’idea dell’assassino che trasforma i propri delitti in un sistema di segni. David Fincher faceva percepire una mente dietro ogni dettaglio; qui simboli satanici, messaggi nel sangue e indizi sembrano soprattutto decorazioni.
Polone sa confezionare alcune immagini efficaci e non lesina sul gore. Una brutale sequenza in motel riesce persino a mostrare per qualche minuto il film che avrebbe potuto essere. Ma la tensione non sopravvive alla struttura episodica e il terzo atto, invece di ricompensare l’attesa, conduce verso una spiegazione sempre più assurda e un finale che scambia l’escalation per sorpresa.
È questo il paradosso di Psycho Killer: non è abbastanza intelligente per diventare un thriller investigativo, abbastanza spaventoso per funzionare come horror né abbastanza folle da abbracciare davvero il proprio lato exploitation. Rimane sospeso tra tutte queste possibilità.
Dopo quasi vent’anni di development hell, il mistero più difficile da risolvere non è chi sia il Satanic Slasher, ma perché qualcuno abbia continuato così a lungo a cercare di portare questa storia sullo schermo.
Su Disney+ dal 9 settembre.
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