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Voto: 5/10 Titolo originale: The Runner , uscita: 03-09-2026. Regista: Kevin Macdonald.

The Runner, recensione: Gal Gadot corre per 85 minuti, ma il thriller Prime Video resta senza fiato

03/09/2026 recensione film di Gioia Majuna

Kevin Macdonald costruisce un thriller in tempo reale tra rapimenti, ricatti e una Londra attraversata di corsa, ma il ritmo forsennato non riesce a nascondere una sceneggiatura troppo artificiosa

Gal Gadot in The Runner (2026) film prime video

Correre non significa necessariamente andare da qualche parte. È il problema fondamentale di The Runner, thriller Prime Video diretto da Kevin Macdonald che mette Gal Gadot in movimento praticamente dal primo minuto e prova a trasformare un’ora e mezza di corsa attraverso Londra in una macchina della suspense.

Il motore è elementare. Maia Marten è una brillante avvocata e madre single che, dopo aver accompagnato a scuola il figlio Noah, parte per la sua abituale corsa mattutina. Poco dopo riceve una telefonata: il bambino è stato rapito e l’uomo dall’altra parte della linea, interpretato da Damian Lewis, conosce ogni dettaglio della loro vita.

Noah è diabetico e il rapitore può controllarne a distanza la glicemia. Maia ha quindi meno di un’ora per raggiungere un hotel dall’altra parte di Londra e assassinare il testimone chiave di un processo al quale avrebbe dovuto lavorare quella stessa mattina. Da quel momento The Runner non si ferma più. Il problema è che raramente riesce anche a convincere.

Il meccanismo appartiene a una tradizione molto riconoscibile. Da In linea con l’assassino a Cellular, passando per Red Eye, Eagle Eye e il più recente Carry-On, qualcuno impartisce ordini a distanza mentre una persona comune viene costretta a compiere qualcosa di terribile.

Non sarebbe necessariamente un limite. Il thriller ad alto concetto vive spesso di situazioni improbabili che funzionano finché il film corre abbastanza velocemente da impedire allo spettatore di fermarsi a ragionare. The Runner, però, costruisce il proprio ricatto su una concatenazione talmente macchinosa di coincidenze, accessi informatici e comportamenti illogici che la sospensione dell’incredulità viene continuamente messa alla prova.

Perché organizzare un piano tanto elaborato per costringere proprio Maia a eliminare il testimone? Perché concederle margini di movimento così imprevedibili? Più il film aggiunge spiegazioni, meno il meccanismo sembra solido.

Macdonald prova almeno a impedire che ci si annoi. Con il direttore della fotografia Anthony Dod Mantle, già collaboratore di Danny Boyle, trasforma Londra in un flusso continuo di corpi, strade, metropolitane e immagini deformate dalla velocità.

Il montaggio è frenetico, la macchina da presa resta incollata alla protagonista e l’inquadratura sembra continuamente sul punto di perdere l’equilibrio. La scelta ha una logica: far percepire fisicamente il panico di Maia. Ma viene utilizzata con tale insistenza da ottenere spesso l’effetto opposto. Se ogni secondo è montato come un’emergenza, dopo un po’ nulla sembra più davvero urgente.

Anche quando Maia salta da un ponte, viene investita o rincorre un treno, la regia concede pochissimo tempo per percepire spazio, distanza e pericolo. L’azione diventa così soprattutto rumore visivo.

Il film è stato chiaramente costruito intorno alla fisicità di Gal Gadot, e da questo punto di vista la scelta funziona. Maia è un’ex atleta e l’attrice rende credibile una protagonista capace di attraversare Londra quasi senza fermarsi, trasformando la performance in una prova di resistenza prima ancora che recitativa.

È quando The Runner pretende di aggiungere profondità che emergono maggiormente i limiti. Il copione introduce un trauma familiare, il rapporto con la violenza maschile e una motivazione morale dietro la carriera di Maia, ma lo fa attraverso dialoghi fin troppo esplicativi, spesso inseriti mentre la protagonista dovrebbe semplicemente cercare di restare viva.

Gadot resta efficace sul piano atletico, meno quando il film richiede di trasformare il panico in qualcosa di emotivamente più complesso. Anche Damian Lewis viene sacrificato a un antagonista quasi interamente ridotto a voce minacciosa e occhi davanti a uno schermo.

La durata ridotta – circa 85 minuti – evita almeno che il meccanismo collassi completamente. The Runner possiede infatti la struttura ideale del prodotto da avviare senza troppe esitazioni: premessa immediata, star riconoscibile, conto alla rovescia e nessuna deviazione significativa.

È anche ciò che lo rende così dimenticabile. Tutto è progettato per tenere lo spettatore occupato, pochissimo per lasciargli qualcosa una volta arrivati ai titoli di coda. Persino il tentativo di parlare della dipendenza dagli smartphone e dei pericoli delle tecnologie capaci di controllare ogni aspetto della nostra quotidianità rimane superficiale.

Il paradosso è che The Runner avrebbe potuto funzionare perfettamente anche con una storia assurda. Sarebbe bastato scegliere: tensione vera oppure divertimento sfacciatamente pulp. Invece rimane in mezzo, troppo serio per diventare una follia da B-movie e troppo artificioso per essere preso sul serio.

Gal Gadot arriva comunque fino al traguardo. Il film, molto meno. Insomma, The Runner corre velocissimo, suda parecchio e fa molto rumore, ma quando finalmente si ferma ci si accorge che non è andato poi così lontano.

Su Prime Video dal 2 settembre.

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