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Il diario da Venezia 83 (2026), episodio 0: aspettando il Leone, tutti a scuola da Goldoni

01/09/2026 news di Giovanni Mottola

La Mostra del Cinema deve ancora cominciare, ma tra il caso Beatrice Venezi e lo scontro Giuli-Buttafuoco lo spettacolo è già iniziato: servitori di due padroni, “fratelli sbagliati” e baruffe tutte italiane

il servitore di due padroni arlecchino teatro

Quest’anno Venezia non ha avuto bisogno di attendere l’inizio della Mostra del Cinema – che avverrà il 2 settembre con il film Ink del regista Danny Boyle – per catturare le attenzioni di pubblico e stampa.

Le è bastato tornare ad essere teatro di baruffe che ricordano quelle qui ambientate da Carlo Goldoni. I protagonisti delle vicende sono tutti emanazioni, più o meno dirette, della destra di Governo. Sembra quasi che l’attuale maggioranza, per scrollarsi di dosso l’accusa di trascurare il mondo della cultura, abbia voluto ridare lustro all’opera del nostro più grande uomo di teatro rivisitando due sue famose commedie: Il servitore di due padroni e I due gemelli veneziani.

Nella prima il protagonista Truffaldino (poi rinominato Arlecchino nella versione di Giorgio Strehler) si arrabatta a servire due padroni, ricorrendo a ogni scaltrezza affinché ciascuno non sappia dell’altro, allo scopo di potersi rimpinzare il più possibile. Del personaggio ha offerto una perfetta interpretazione il sovrintendente del teatro La Fenice, Nicola Colabianchi. Prima ha servito il potere politico, nominando direttore musicale la simpatizzante meloniana Beatrice Venezi, a detta di molti priva dei requisiti per l’incarico. Poi, resosi conto che non aver concordato la nomina con l’Orchestra ha scatenato rimostranze interne, ma soprattutto che, in campo culturale, è la sinistra e non la destra a detenere il vero potere, ha deciso di servire l’altro padrone e ha licenziato la pupilla.

Per scaricarla ha utilizzato un pretesto ancor più ridicolo della pur discutibile nomina. Il licenziamento sarebbe infatti arrivato a causa di un’intervista rilasciata dalla Direttrice al quotidiano argentino La Naciòn, nella quale accusava gli orchestrali della Fenice di essere una casta e passarsi i posti di padre in figlio. Frasi non eleganti, nè utili per iniziare una collaborazione professionale. Peccato che queste siano giunte in risposta a una sostanziale caccia all’uomo (anzi: alla donna), cominciata appena dopo la nomina.

Per settimane la Venezi ha subìto un trattamento che in questo Paese non era mai stato riservato a nessuno dei tanti incapaci calati dall’alto, a volte anche in incarichi ben più importanti di quello di Direttore della Fenice. È stata sbertucciata e additata come raccomandata, oltre che fascista. Ed è stata fischiata e derisa davanti e all’interno di quello stesso teatro che sarebbe dovuta andare a dirigere, su impulso degli stessi orchestali di cui sarebbe dovuta diventare il capo. Quindi, a seguito di settimane di ingiurie rivolte dagli orchestrali alla Venezi, è stata licenziata la Venezi per aver ingiuriato gli orchestrali. Pare la sorte di Pinocchio quando si reca in Tribunale a denunciare il Gatto e la Volpe per il furto degli zecchini: “Quel povero diavolo è stato derubato di quattro monete d’oro: pigliatelo dunque e mettetelo subito in prigione”, ordina il Giudice ai gendarmi.

poster mostra cinema venezia 2026Manca, a chi scrive, la competenza per giudicare l’eventuale incompetenza della Venezi. Ci si può fidare ciecamente dell’opinione di Uto Ughi, musicista eccelso e uomo alieno da partigianerie meschine, il quale l’ha ritenuta priva dell’esperienza necessaria per il ruolo. Certo che se tutti gli incompetenti d’Italia, ammesso che la Venezi lo sia, venissero trattati con lo stesso rigore, nel nostro paese funzionerebbe tutto a meraviglia.

Invece il mondo della cultura è alla deriva, falcidiato sotto i colpi di raccomandazioni, clientele, marchette più o meno camuffate, sperperi. Aver additato la Venezi a unico emblema di tutto questo, solo per combattere una battaglia di potere, è stata una vigliaccata. Naturalmente la commedia deve avere un finale divertente, dunque il sovrintendente Colabianchi, responsabile unico di questa figuraccia internazionale, è rimasto al suo posto.

Nella seconda commedia goldoniana allestita in laguna, I due gemelli veneziani, i protagonisti sono Zanetto e Tonino, due fratelli identici in tutto e per tutto (gemelli, appunto), tranne per il fatto che il primo è uno sciocco e il secondo, invece, sagace e brillante. L’uno finirà avvelenato, l’altro sbroglierà ogni matassa e coronerà il sogno d’amore.

A incarnare Zanetto e Tonino sono stati, rispettivamente, il Ministro della Cultura Alessandro Giuli e il Presidente della Biennale Pietrangelo Buttafuoco. Quest’ultimo non ha dovuto faticare per calarsi nella parte del fratello intelligente; bisogna invece lodare il grande talento attoriale di Giuli, che è riuscito a sembrare molto naturale in quella dello sciocco.

I due, in realtà, non sono veneziani e nemmeno gemelli: bisogna accontentarsi del fatto che Giuli abbia definito Buttafuoco “un fratello sbagliato“, in virtù di una diversa mentalità innestata su un comune passato al Foglio e su idee politiche simili. Fra loro si è consumato uno scontro intellettuale prima ancora che istituzionale. Buttafuoco, forte dell’autonomia di cui gode la Biennale, ha deciso di aprire la manifestazione a ogni Stato, compresa quella Russia (peraltro proprietaria del padiglione dove espone) osteggiata con veemenza dal Governo.

In questo modo si è smarcato da quella ferocia antirussa praticata dall’Occidente, che ha toccato punte di ridicolo quando a essere boicottato fu Fedor Dostoevskij (a Milano fu impedito a Paolo Nori di tenere un corso universitario su di lui). Per Buttafuoco la Biennale deve essere un giardino di pace, luogo dove possano trionfare arte e cultura e magari, perché no, un’occasione per riallacciare relazioni internazionali.

Di fronte a questa decisione il Ministro Giuli, forse per soldatesca obbedienza alla linea governativa o forse solo perché per esigenze di copione gli è toccata la parte di Zanetto il fesso, ha fatto fuoco e fiamme. Prima ha tentato di sabotare Buttafuoco e indurlo alle dimissioni, arrivando a mandare gli ispettori negli uffici della Biennale. Avendo fallito nell’intento, ha allora disertato l’inaugurazione della stessa. Bene ha fatto, dal suo punto di vista, poiché si è rivelata un trionfo per Buttafuoco. Il quale, nel suo discorso, è volato alto e si è anche concesso un capolavoro di sagacia retorica.

Per motivare una scelta presumibilmente sgradita anche al Presidente della Repubblica, tra i più tenaci assertori della linea atlantista antirussa, ha dichiarato di aver voluto valorizzare i due principi – libertà e audacia – che pochi giorni prima proprio Sergio Mattarella aveva indicato come le stelle polari che devono guidare gli artisti.

A quel punto Giuli, sconfitto e anche un po’ sbeffeggiato, è andato su tutte le furie e ha diffidato Buttafuoco dal citare Mattarella. Da fonti del Ministero abbiamo anche saputo che subito dopo si è chiuso nel suo ufficio a mangiare un cappello per la rabbia, come faceva Rockerduck ogniqualvolta veniva battuto dal più furbo Paperon de’ Paperoni. Insomma: in senso metaforico è praticamente morto avvelenato come Zanetto, mentre il suo “gemello” Tonino ha trionfato su tutta la linea.

In questo scenario sta per iniziare la Mostra del Cinema. A meno che non rispolveri Moliere, non le sarà facile eguagliare cotanto spettacolo.

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