Voto: 5/10 Titolo originale: The Whisper Man , uscita: 27-08-2026. Regista: James Ashcroft.
L’uomo dei sussurri, recensione: Robert De Niro dà la caccia a un serial killer nel nuovo thriller Netflix
28/08/2026 recensione film L'uomo dei sussurri di Gioia Majuna
James Ashcroft adatta il bestseller di Alex North mescolando bambini scomparsi, traumi familiari e suggestioni alla Seven, ma il mistero perde forza strada facendo

Serial killer, bambini scomparsi, una filastrocca inquietante, una casa immersa nell’oscurità e un vecchio detective tormentato dal caso che ha segnato la sua vita. L’uomo dei sussurri (The Whisper Man) non nasconde le proprie intenzioni: il film di James Ashcroft vuole riportarci nel territorio dei thriller cupi degli anni ’90, quando Seven e Il silenzio degli innocenti avevano trasformato la caccia all’assassino in un viaggio dentro le ossessioni dei suoi protagonisti.
Tratto dal bestseller di Alex North e adattato da Ben Jacoby e Chase Palmer, il nuovo thriller Netflix può inoltre contare su un cast notevole: Robert De Niro, Adam Scott, Michelle Monaghan, Michael Keaton e Hamish Linklater. Il risultato è però meno memorabile di quanto questi nomi lascerebbero sperare: un mystery discretamente confezionato e facile da seguire, che funziona soprattutto quando costruisce atmosfera e molto meno quando deve sorprendere.
Tom Kennedy (Adam Scott) è uno scrittore rimasto vedovo che decide di trasferirsi con il figlio Jake (Acston Luca Porto) nella cittadina del New Jersey dove lui e la moglie erano cresciuti. Il bambino è ancora traumatizzato dalla morte della madre e parla con un’amica immaginaria, mentre la gigantesca casa scelta dal padre sembra uscita direttamente da un horror: scale, soffitte, seminterrati e rumori che inevitabilmente arrivano durante la notte.
Parallelamente, la detective Amanda Beck (Michelle Monaghan) indaga sulla scomparsa di un bambino e sul ritrovamento di un’altra giovane vittima. Le modalità del crimine ricordano quelle di Frank Carter, il serial killer soprannominato l’Uomo dei sussurri, catturato venticinque anni prima dal detective Peter Willis (Robert De Niro).
Carter, però, è ancora in prigione.
È soprattutto in questa prima parte che Ashcroft dimostra le qualità già emerse in Coming Home in the Dark e The Rule of Jenny Pen. Il vento, la pioggia, le stanze scarsamente illuminate e la vulnerabilità di Jake creano una suggestiva ambiguità tra thriller e horror soprannaturale. Per un po’ non sappiamo esattamente quale tipo di storia stiamo guardando, e proprio questa incertezza rappresenta uno degli aspetti migliori del film.
Quando l’indagine entra nel vivo, tuttavia, L’uomo dei sussurri comincia ad affidarsi sempre più apertamente ai modelli del genere. La fotografia cupa e piovosa guarda inevitabilmente a Seven, mentre gli incontri con l’assassino incarcerato richiamano Il silenzio degli innocenti.
Il problema non è utilizzare elementi familiari, quanto non riuscire quasi mai a trasformarli in qualcosa di personale. La sceneggiatura introduce inoltre un tema potenzialmente più interessante del semplice whodunit: quello dei padri che, volontariamente o meno, trasmettono ai figli i propri traumi.
È qui che entra davvero in gioco De Niro. Peter Willis è un uomo consumato dai rimorsi e dalle conseguenze di un’indagine alla quale ha sacrificato troppo. L’attore sceglie una performance molto trattenuta, quasi stanca: efficace quando deve comunicare il peso degli anni e del senso di colpa, decisamente meno incisiva nei momenti che richiederebbero maggiore tensione.
Adam Scott funziona meglio come padre spaventato che come protagonista da thriller, mentre Michelle Monaghan porta energia all’indagine nonostante un personaggio che avrebbe meritato maggiore profondità. Michael Keaton, dal canto suo, sfrutta il proprio spazio per introdurre una nota più eccentrica e disturbante.
È nella seconda metà che emergono con maggiore evidenza i limiti del film. Essere prevedibili non significa necessariamente essere inefficaci: un thriller può suggerire molto presto la propria soluzione e continuare comunque a tenere lo spettatore in tensione.
In L’uomo dei sussurri, però, alcuni sviluppi diventano intuibili parecchio prima che i personaggi riescano a collegare gli indizi. Di conseguenza, proprio mentre l’indagine dovrebbe accelerare, la suspense comincia paradossalmente a diminuire.
Anche il rapporto tra crime e soprannaturale finisce per risultare meno audace di quanto promettesse inizialmente. Ashcroft continua a disseminare immagini inquietanti, sostenuto efficacemente dalla musica di Colin Stetson, ma la sceneggiatura preferisce progressivamente la sicurezza del thriller da bestseller.
L’uomo dei sussurri resta comunque un film perfettamente guardabile dal divano di casa. Ha un buon cast, una confezione sufficientemente elegante e alcuni momenti capaci di generare autentica inquietudine. Soprattutto, Ashcroft evita che le quasi due ore diventino completamente inerti anche quando la storia rallenta.
Ma sotto l’atmosfera rimane un thriller costruito con materiali che abbiamo già incontrato molte volte e spesso utilizzati con maggiore efficacia. Non possiede l’angoscia morale di Seven, la precisione psicologica de Il silenzio degli innocenti né l’imprevedibilità necessaria per trovare una propria identità.
Il risultato è quindi discreto più che deludente: un solido thriller da streaming che intrattiene per una serata, ma che difficilmente continuerà a sussurrare nella testa dello spettatore una volta arrivati i titoli di coda.
Per chi volesse approfondire qualcosa di poco chiaro, agevoliamo una spiegazione del finale.
Su Netflix dal 28 agosto.
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