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Voto: 4.5/10 Titolo originale: The Mortuary Assistant , uscita: 13-02-2026. Regista: Jeremiah Kipp.

The Mortuary Assistant, recensione: il turno di notte all’obitorio ha tutto tranne la paura

08/09/2026 recensione film di Gioia Majuna

Jeremiah Kipp porta sullo schermo il videogame horror di Brian Clarke puntando su effetti pratici, ambientazione e Willa Holland. Ma quando arrivano i demoni, la tensione comincia a svanire

Willa Holland in The Mortuary Assistant (2026) film

C’è qualcosa di intrinsecamente inquietante nel lavorare da soli in un obitorio durante il turno di notte. Non servirebbero nemmeno demoni, possessioni o cadaveri che decidono improvvisamente di muoversi. The Mortuary Assistant lo capisce benissimo nei suoi primi minuti, quando trasforma le procedure quotidiane di un’impresa funebre in una forma di horror quasi documentaristico: mascelle da fissare, arterie nelle quali iniettare sostanze chimiche, fluidi da drenare, corpi da preparare. Il problema è che, quando il soprannaturale prende definitivamente il sopravvento, il film comincia paradossalmente a fare molta meno paura.

Diretto da Jeremiah Kipp e tratto dal videogame indipendente creato da Brian Clarke, The Mortuary Assistant segue Rebecca Owens (Willa Holland), neodiplomata in scienze mortuarie e assunta da Raymond Delver (Paul Sparks) alla River Fields Mortuary. Rebecca è anche un’alcolista in recupero che sta cercando di ricostruire la propria esistenza. Raymond le ha raccomandato di non lavorare mai da sola di notte, ma un’emergenza lo costringe quasi immediatamente a cambiare programma. Rebecca si ritrova così davanti a diversi cadaveri da preparare e a una scoperta poco rassicurante: qualcosa di demoniaco abita l’obitorio e potrebbe scegliere proprio lei come prossimo contenitore.

La parte più riuscita dell’adattamento è anche quella apparentemente meno cinematografica. Nel videogame, l’orrore nasceva dalla collisione tra la ripetitività quasi rassicurante del lavoro e la consapevolezza che qualcosa potesse andare storto in qualsiasi momento. Kipp recupera bene almeno metà di questa equazione. Le procedure di imbalsamazione hanno una fisicità sgradevole e affascinante, sostenuta da effetti pratici convincenti e da una cura per i dettagli che rende credibile il mestiere di Rebecca.

Anche la River Fields Mortuary è un ottimo spazio horror. L’acciaio freddo, le piastrelle consumate, il legno invecchiato e soprattutto le porte sempre aperte costruiscono un ambiente nel quale Rebecca sembra costantemente esposta. La fotografia di Kevin Duggin lavora su neri profondi e improvvise intrusioni cromatiche, mentre le creature realizzate con un uso consistente di effetti fisici conservano qualcosa di concreto e spiacevolmente tangibile. Il Mimic, in particolare, dimostra quanto poco sarebbe necessario per trasformare l’obitorio in una trappola memorabile.

È proprio qui, però, che emerge il limite principale del film. The Mortuary Assistant possiede praticamente tutti gli ingredienti necessari per terrorizzare, ma raramente concede loro il tempo di farlo. Apparizioni, corpi posseduti e immagini disturbanti si accumulano senza che Kipp riesca a costruire una vera progressione della paura. Il montaggio interrompe troppo rapidamente alcune intuizioni e lo spazio dell’obitorio, inizialmente così promettente, finisce per perdere geografia e capacità di generare suspense.

La conseguenza è curiosa: l’eccezionale diventa presto normale. Quando ogni stanza può contenere un’altra manifestazione demoniaca, l’ennesima presenza nell’ombra smette di sorprendere. Il film avrebbe avuto bisogno di maggiori variazioni di ritmo e tono, oppure di abbracciare fino in fondo una dimensione più brutale e ludica. Rimane invece quasi costantemente immerso nella stessa oscurità emotiva e visiva.

A evitare che Rebecca venga inghiottita completamente dal meccanismo è soprattutto Willa Holland. L’attrice restituisce bene il progressivo disorientamento della protagonista, soprattutto quando il film confonde realtà, allucinazione e manipolazione demoniaca. La sua vulnerabilità non deriva soltanto da ciò che si nasconde nell’obitorio: Rebecca porta con sé dipendenza, lutto e senso di colpa, elementi che il film utilizza per collegare possessione e perdita di controllo.

È un’idea coerente, ma sviluppata con troppa insistenza. La sceneggiatura di Clarke e Tracee Beebe finisce per spiegare ciò che avrebbe potuto suggerire, appesantendo soprattutto l’ultima parte con mitologia ed esposizione. Paul Sparks si ritrova spesso incaricato di verbalizzare regole e retroscena proprio quando la tensione dovrebbe raggiungere il punto massimo. Più il film racconta come funziona il proprio male, meno quel male appare minaccioso.

Il paradosso di The Mortuary Assistant sta quindi nella sua evidente attenzione verso il materiale originale. Ambientazioni, rituali, creature e mitologia dimostrano la volontà di riconsegnare ai giocatori elementi riconoscibili. Ma il videogame funzionava perché costringeva il giocatore a continuare a svolgere compiti ordinari mentre qualcosa poteva manifestarsi alle sue spalle. Il cinema elimina inevitabilmente quell’interattività e il film non trova un equivalente abbastanza efficace per sostituirla.

Restano una protagonista credibile, un’ambientazione ideale e un comparto pratico decisamente più interessante di molta produzione horror contemporanea. Non sono elementi trascurabili, e rendono ancora più evidente l’occasione mancata. The Mortuary Assistant sa perfettamente come rendere convincente il lavoro con i morti; è quando quei morti cominciano a muoversi che perde progressivamente la presa. Un horror ambientato durante un turno di notte in un obitorio posseduto non dovrebbe avere difficoltà a tenere svegli. Qui, invece, il vero demone da sconfiggere finisce per essere la monotonia.

Nei cinema dal 2 settembre.

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