Titolo originale: Django Unchained , uscita: 25-12-2012. Budget: $100,000,000. Regista: Quentin Tarantino.
Django Unchained sembra finire due volte: Tarantino lo fece apposta per evitare una trappola
14/09/2026 news di Marco Tedesco
La cattura di Django dopo la morte di Schultz può sembrare una deviazione inutile. In realtà serve a risolvere uno dei problemi più delicati dell'intero film

Django Unchained sembra avere due finali. Ed è probabilmente una delle decisioni narrative più discusse del western di Quentin Tarantino.
Dopo quasi due ore e mezza, Django e il dottor King Schultz arrivano infatti vicinissimi al loro obiettivo: Broomhilda è stata comprata da Calvin Candie e può finalmente lasciare Candyland. Poi Schultz manda tutto all’aria. Uccide Candie, viene immediatamente ammazzato, Django scatena una sanguinosa sparatoria, viene catturato e finisce nuovamente in catene.
A quel punto il film riparte quasi da zero. Django deve liberarsi ancora una volta, tornare a Candyland, salvare nuovamente Broomhilda ed eliminare ciò che resta della famiglia Candie.
Perché aggiungere quasi mezz’ora a un film che dura già 165 minuti? Perché senza quel secondo finale, secondo Tarantino, Django Unchained avrebbe rischiato di raccontare una storia molto diversa da quella che voleva raccontare.
Schultz sembra il classico “salvatore bianco”
Per buona parte del film il dottor Schultz interpretato da Christoph Waltz occupa una posizione potenzialmente problematica. È lui a liberare Django, insegnargli il mestiere del cacciatore di taglie, dargli armi e denaro e accompagnarlo nella ricerca della moglie.
In un mondo popolato quasi esclusivamente da bianchi apertamente razzisti, Schultz è inoltre il personaggio con cui lo spettatore contemporaneo può identificarsi più facilmente: detesta la schiavitù, riconosce immediatamente l’umanità di Django e rimane sconvolto dalla brutalità di Candyland.
Il rischio era evidente: trasformare Django nell’eroe nominale di una storia nella quale, però, la sua liberazione dipende in ultima analisi dall’intervento dell’uomo bianco illuminato.
Tarantino conosceva perfettamente l’obiezione. Parlando del film spiegò che Schultz non doveva essere il “white savior”, ma il mentore tipico del western: il pistolero esperto che insegna al giovane protagonista ciò che gli serve prima che quest’ultimo prosegua da solo.
La stretta di mano distrugge il ruolo di Schultz
Il punto di rottura arriva quando Candie pretende che Schultz gli stringa la mano. Il piano, nonostante tutto, ha funzionato: Broomhilda è stata acquistata per 12.000 dollari e potrebbe andarsene con Django.
A Schultz basterebbe sopportare un’ultima umiliazione.
Non ci riesce.
Dopo aver assistito agli orrori della piantagione, estrae la Derringer nascosta nella manica e uccide Candie. Subito dopo guarda Django e si scusa: non ha saputo resistere.
È un gesto moralmente comprensibile e cinematograficamente liberatorio, ma anche terribilmente egoista. Schultz sacrifica la propria vita, ma soprattutto rimette in pericolo Django e Broomhilda per soddisfare il bisogno personale di non concedere a Candie quella vittoria simbolica.
Ed è proprio qui che il film ribalta il possibile “salvatore bianco”: l’ultimo gesto del mentore non salva Django. Quasi lo condanna.
Perché Django deve essere catturato una seconda volta
Django riesce inizialmente a reagire e trasforma Candyland in un bagno di sangue, ma quando Broomhilda viene minacciata è costretto ad arrendersi. Viene catturato e venduto alla LeQuint Dickey Mining Company, destinato a trascorrere il resto della vita ai lavori forzati.
È una deviazione apparentemente frustrante, ma narrativamente decisiva.
Se Django fosse riuscito a uscire immediatamente da Candyland dopo la morte di Schultz, la sua vittoria sarebbe rimasta in gran parte il risultato del percorso preparato dal mentore. Tarantino volle invece che Django perdesse tutto ciò che Schultz poteva ancora offrirgli e dimostrasse di non averne più bisogno.
Durante il trasferimento alla miniera non arriva nessuno a salvarlo. Django usa ciò che ha imparato: inventa una storia, manipola i suoi carcerieri, li convince a liberarlo e, appena gli consegnano una pistola, ribalta completamente la situazione.
È la prima liberazione che conquista interamente da solo.
Il secondo finale è quello in cui Django diventa davvero l’eroe
Tarantino fu sorprendentemente esplicito su questo punto. Disse che Django doveva ottenere la vittoria finale senza Schultz, altrimenti il film sarebbe stato una frode. All’inizio Django è effettivamente il suo aiutante; l’intera storia serve invece a mostrare come diventi progressivamente l’eroe.
Ecco perché deve tornare a Candyland.
Questa volta non c’è un uomo bianco che gli fornisca un piano, negozi la libertà di Broomhilda o decida quando sparare. Django recupera i documenti che attestano la libertà della moglie, elimina gli ultimi uomini di Candie, affronta Stephen e fa saltare in aria la casa padronale.
Persino il rapporto con Schultz cambia simbolicamente: Django recupera dal cadavere del mentore i documenti di Broomhilda e gli dice addio. Non rinnega ciò che Schultz gli ha insegnato: semplicemente non dipende più da lui.
È la struttura classica della storia dell’eroe nascosta dentro uno spaghetti western sulla schiavitù: il maestro deve scomparire perché l’allievo possa dimostrare di essere diventato qualcosa di più.
Per questo gli ultimi trenta minuti di Django Unchained possono sembrare ridondanti soltanto se guardiamo alla trama. Django viene catturato, si libera e torna nello stesso luogo in cui era appena stato.
Ma narrativamente non è lo stesso uomo.
La prima volta era arrivato a Candyland seguendo Schultz. La seconda ci torna da solo. Ed è soltanto allora che Django è davvero “unchained”.
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