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Cinema italiano: vediamo davvero sempre gli stessi attori? I numeri di 10 anni di Venezia danno una risposta

14/09/2026 news di Stella Delmattino

Abbiamo guardato ai 45 film italiani passati dal Concorso della Mostra dal 2017 al 2026: alcuni nomi tornano con sorprendente frequenza, soprattutto tra gli uomini. Ma c'è un altro dato: avere una star nel cast non garantisce affatto il successo al botteghino

«Nei film italiani ci sono sempre le stesse facce». È una delle critiche più ricorrenti rivolte al nostro cinema. Pierfrancesco Favino, Toni Servillo, Elio Germano, Valerio Mastandrea, Luca Marinelli, Alessandro Borghi: cambiano storie e registi, ma per una parte del pubblico la sensazione è che davanti alla macchina da presa tornino continuamente gli stessi volti.

È davvero così?

Per provare a rispondere senza affidarsi alle impressioni abbiamo preso un campione preciso: le ultime dieci edizioni della Mostra del Cinema di Venezia, dal 2017 al 2026, limitandoci ai film italiani selezionati nel Concorso principale.

Il risultato è interessante perché smentisce la versione più semplicistica del luogo comune, ma ne conferma una parte più profonda.

45 film italiani in dieci anni: il campione

Nelle dieci edizioni considerate sono entrati in Concorso 45 film italiani, comprendendo le coproduzioni presentate come italiane dalla selezione: 4 nel 2017, 3 nel 2018, 3 nel 2019, 4 nel 2020, 5 nel 2021, 5 nel 2022, 6 nel 2023 e 5 all’anno nel 2024, 2025 e 2026.

È importante chiarire cosa significa questo numero. Non stiamo analizzando l’intera produzione nazionale e quindi i risultati non possono essere automaticamente estesi a ogni commedia, film indipendente o produzione commerciale uscita in Italia. Venezia rappresenta però qualcosa di altrettanto interessante: la vetrina nella quale l’industria italiana presenta ogni anno una parte consistente del proprio cinema di maggior prestigio e ambizione internazionale.

Ed è proprio qui che alcune facce ricompaiono parecchio.

Toni Servillo è il caso più evidente

Negli ultimi anni Toni Servillo è diventato quasi l’emblema del fenomeno. Nel 2021 è presente contemporaneamente in Qui rido io di Mario Martone e È stata la mano di Dio di Paolo Sorrentino. Nel 2023 torna con Adagio di Stefano Sollima, nel 2024 è in Iddu di Fabio Grassadonia e Antonio Piazza e nel 2025 Sorrentino lo sceglie nuovamente come protagonista di La Grazia.

In quattro edizioni nell’arco di cinque anni, quindi, Servillo compare in cinque film italiani in Concorso.

Pierfrancesco Favino è protagonista di Padrenostro nel 2020 e nel 2023 realizza addirittura una doppietta: apre Venezia con Comandante di Edoardo De Angelis ed è contemporaneamente nel cast di Adagio.

Elio Germano compare invece in America Latina nel 2021, Il signore delle formiche nel 2022 e Iddu nel 2024.

la grazia film servilloCi sono poi interpreti che ritornano con minore frequenza ma contribuiscono alla stessa impressione: Valerio Mastandrea, Luca Marinelli, Alessandro Borghi, Pietro Castellitto e altri nomi ormai stabilmente associati al cinema italiano d’autore.

Dire che «sono sempre gli stessi», tuttavia, sarebbe matematicamente sbagliato. Quarantacinque film hanno portato al Lido moltissimi interpreti differenti. Il dato interessante è un altro: quando una produzione italiana importante cerca un protagonista maschile già consacrato, la scelta tende a ricadere ripetutamente all’interno di un gruppo piuttosto ristretto.

E il fenomeno sembra soprattutto maschile

Guardando alle attrici, la concentrazione appare molto meno evidente.

Nel decennio troviamo Micaela Ramazzotti, Serena Rossi, Alba Rohrwacher, Valeria Golino, Sara Serraiocco, Benedetta Porcaroli, Barbara Ronchi, Federica Rosellini, Margherita Mazzucco, Valentina Bellè, Jasmine Trinca, Anna Ferzetti e molte altre. Esistono naturalmente ricorrenze, ma è molto più difficile individuare un equivalente femminile della sequenza Servillo-Favino-Germano.

Alba Rohrwacher rappresenta l’eccezione più evidente, ma anche il suo caso richiede una distinzione: negli ultimi anni è comparsa frequentemente a Venezia anche attraverso film e produzioni straniere. La sua presenza non racconta quindi soltanto una concentrazione interna al sistema italiano, ma anche l’affermazione internazionale di un’attrice richiesta dal cinema d’autore europeo.

C’è poi un dato sui premi che rende la differenza ancora più curiosa. Nel periodo considerato gli interpreti italiani uomini hanno conquistato la Coppa Volpi: Luca Marinelli per Martin Eden nel 2019 e Pierfrancesco Favino per Padrenostro nel 2020. Nel campione non troviamo invece una corrispondente vittoria italiana nella categoria femminile.

Il sistema sembra quindi avere costruito con maggiore nettezza un piccolo gruppo di protagonisti maschili “da grande film italiano”: riconoscibili dal pubblico, apprezzati dalla critica e immediatamente spendibili all’interno di una produzione prestigiosa.

Ma c’è una domanda più importante: le facce note fanno incassare?

Fin qui potremmo trovare una spiegazione industriale piuttosto semplice. Fare cinema costa, e affidare un progetto a un interprete riconoscibile riduce almeno apparentemente il rischio: facilita la promozione, attira attenzione mediatica, rende il progetto identificabile e può aiutare nei rapporti con distributori, broadcaster e mercati internazionali.

Ma una cosa è essere bankable per l’industria. Un’altra è convincere realmente gli spettatori a comprare un biglietto.

E osservando la successiva carriera commerciale dei film veneziani, non emerge affatto una regola secondo cui più nomi celebri equivalgano automaticamente a più pubblico.

Il 2023 offre un confronto particolarmente istruttivo.

Adagio di Stefano Sollima mette insieme nello stesso film Pierfrancesco Favino, Toni Servillo e Valerio Mastandrea: difficilmente si potrebbe immaginare un concentrato più forte di attori italiani affermati. Eppure il film si ferma intorno a 1,1 milioni di euro al box office italiano.

Nella stessa Venezia, Matteo Garrone presenta Io Capitano facendo praticamente l’opposto: affida il film a Seydou Sarr e Moustapha Fall, due giovani interpreti senegalesi sconosciuti al grande pubblico italiano.

Il film conquista il Leone d’Argento per la regia, Sarr vince il Premio Marcello Mastroianni, il passaparola cresce e Io Capitano prosegue la propria corsa fino alla candidatura all’Oscar come miglior film internazionale. In Italia supera i 5 milioni di euro.

Non significa che l’assenza di star abbia provocato il successo: sarebbe confondere correlazione e causalità. Dimostra però una cosa più semplice e verificabile: una star italiana affermata non è una condizione necessaria per trasformare un film d’autore in un successo commerciale.

Vermiglio: quando è il film a creare i volti

Il fenomeno si ripete, in forma diversa, l’anno successivo.

Campo di battaglia di Gianni Amelio arriva a Venezia con Alessandro Borghi, uno degli attori italiani più riconoscibili della sua generazione, e conclude la propria corsa italiana intorno a 1,25 milioni di euro.

Pierfrancesco Favino in Il traditore (2019) filmVermiglio di Maura Delpero sceglie invece un cast composto in larga parte da volti assai meno conosciuti dal pubblico generalista: Martina Scrinzi, Giuseppe De Domenico, Roberta Rovelli, Rachele Potrich, Anna Thaler, accanto a Tommaso Ragno.

Parte in appena 25 cinema. Poi arriva il Leone d’Argento – Gran Premio della Giuria, cresce il passaparola, la distribuzione si allarga a oltre 200 sale e il film raggiunge circa 2,7 milioni di euro.

Anche qui non possiamo dedurre che gli sconosciuti facciano incassare più delle star. Possiamo però osservare che il pubblico è perfettamente disposto a seguire un film senza una faccia famosa quando attorno a quel film si crea un evento.

E no, le star non sono diventate inutili

Sarebbe però troppo comodo scegliere soltanto gli esempi che confermano questa tesi.

Il signore delle formiche, con Luigi Lo Cascio ed Elio Germano, nel 2022 ha avuto una discreta risposta per un’opera d’autore impegnativa, arrivando anche temporaneamente in testa al box office e chiudendo l’anno intorno a 1,68 milioni di euro.

E soprattutto c’è La Grazia. Nel 2025 Paolo Sorrentino torna ancora una volta a Toni Servillo. Quando il film arriva nelle sale italiane nel gennaio 2026, incassa circa 2,68 milioni di euro nei primi quattro giorni, la migliore apertura della carriera del regista, e supera successivamente i 5 milioni.

Una faccia conosciuta, quindi, può eccome accompagnare un successo.

Il punto è che non lo garantisce.

Il box office non assolve né condanna le “solite facce”

È probabilmente questa la conclusione più importante. Il campione veneziano non consente di sostenere seriamente né che i film con attori ricorrenti incassino sistematicamente di più, né che quelli con volti nuovi facciano sistematicamente meglio.

Gli incassi dipendono da troppe variabili: regista, genere, budget promozionale, distributore, numero di sale, periodo di uscita, premi, recensioni, passaparola. A questo si aggiunge la frattura della pandemia, che rende scorretto confrontare direttamente un risultato del 2018 con uno del 2020 o del 2021.

Ma proprio per questo cade una delle possibili giustificazioni più immediate alla ripetizione dei cast: i dati non mostrano che utilizzare continuamente un piccolo gruppo di interpreti prestigiosi sia commercialmente indispensabile.

Ci sono successi con Servillo e insuccessi con Servillo; film che funzionano con Germano e altri che rimangono confinati al pubblico d’autore; opere senza star capaci di crescere enormemente grazie a Venezia e al passaparola.

Il vero problema potrebbe essere chi viene dopo

E allora la domanda iniziale cambia.

Il cinema italiano non sembra avere pochi attori. Venezia ne mostra continuamente di nuovi.

È stata la mano di Dio, pur avendo Servillo, mette al centro il giovane Filippo Scotti e Venezia lo premia con il Marcello Mastroianni. Io Capitano fa

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