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Cinema italiano, come sta davvero? Gli ultimi 10 anni di Venezia raccontano una strana crisi

14/09/2026 news di William Maga

Registi e attori continuano a vincere, da Sorrentino e Guadagnino a Garrone, Delpero, Servillo e Scamarcio. Ma dal 2013 nessun film italiano conquista il premio più importante della Mostra

mostra cinema venezia 2026 red carpet

Cinque film italiani in Concorso, nessun premio. Il verdetto di Venezia 83 potrebbe suggerire una diagnosi brutale sullo stato di salute del nostro cinema. Ma basta allargare lo sguardo agli ultimi dieci anni della Mostra per scoprire una situazione molto più interessante: l’Italia continua a vincere, e anche parecchio. Semplicemente, non vince più il premio che conta di più.

L’ultimo Leone d’Oro italiano risale infatti al 2013, quando Gianfranco Rosi vinse con Sacro GRA. Da allora sono trascorse tredici edizioni senza che un nostro film sia riuscito a ripetersi. Eppure sarebbe sbagliato leggere questo digiuno come il sintomo di una cinematografia irrilevante.

L’Italia arriva vicinissima al Leone, ma non lo prende

Il dato più significativo emerge soprattutto tra il 2021 e il 2024. Per quattro edizioni consecutive un regista italiano conquista uno dei due Leoni d’Argento: Paolo Sorrentino ottiene il Gran Premio della Giuria con È stata la mano di Dio nel 2021; Luca Guadagnino vince per la regia di Bones and All nel 2022; Matteo Garrone per quella di Io Capitano nel 2023; Maura Delpero torna al Gran Premio della Giuria con Vermiglio nel 2024.

Non sono riconoscimenti marginali. Significa che per quattro anni di fila un’opera italiana, o firmata da un autore italiano nel caso della produzione internazionale di Guadagnino, è arrivata ai vertici del palmarès. Ma ogni volta il Leone d’Oro è finito altrove.

La fotografia che ne esce è quindi meno quella di una crisi qualitativa che di un soffitto difficile da sfondare: il cinema italiano viene riconosciuto come importante, ma raramente come il più importante della competizione.

nanni moretti venezia 83 red carpetGli attori stanno meglio dei film

C’è poi un secondo indicatore che complica ulteriormente la diagnosi. Le interpretazioni italiane continuano a essere premiate. Negli ultimi dieci anni Luca Marinelli ha vinto la Coppa Volpi per Martin Eden nel 2019, Pierfrancesco Favino per Padrenostro nel 2020 e Toni Servillo per La Grazia nel 2025.

Tre Coppe Volpi maschili in sette edizioni sono un risultato tutt’altro che trascurabile. Il dato speculare, però, è molto meno confortante: nello stesso decennio nessuna attrice italiana ha conquistato la Coppa Volpi. Nel 2017 vinse Charlotte Rampling per Hannah di Andrea Pallaoro, produzione anche italiana, ma l’interprete è britannica.

Scendendo a Orizzonti, il quadro torna invece vivace: Susanna Nicchiarelli vince con Nico, 1988 nel 2017, Pietro Castellitto la sceneggiatura per I predatori nel 2020, Vera Gemma il premio come attrice nel 2022; nel 2023 arrivano riconoscimenti per Una sterminata domenica ed Enrico Maria Artale, mentre nel 2025 Benedetta Porcaroli e Giacomo Covi conquistano entrambi i premi interpretativi. Nel 2026 è infine Riccardo Scamarcio a essere proclamato miglior attore di Orizzonti per I figli della scimmia.

Il problema non sembra essere il talento

È proprio questa continuità a rendere significativo lo zero del 2026. Nanni Moretti, Andrea Pallaoro, Edoardo De Angelis, Paolo Strippoli e Marco Bechis erano cinque su 21 concorrenti: quasi un quarto del Concorso. Nessuno è entrato nel palmarès principale.

E il direttore Alberto Barbera, commentando il risultato, ha indicato un problema più sottile della semplice qualità: secondo lui la selezione italiana era tra le più forti degli ultimi anni, ma il nostro cinema appare meno capace di altre cinematografie di rinnovare temi e linguaggi e sembra accusare una distanza rispetto alle nuove tendenze internazionali.

Forse è qui che i risultati dell’ultimo decennio diventano realmente diagnostici. Venezia non racconta un cinema italiano senza autori, interpreti o opere importanti. Racconta semmai una cinematografia che produce eccellenze individuali con maggiore facilità di quanto riesca a produrre opere percepite come decisive.

Sorrentino, Guadagnino, Garrone e Delpero sono arrivati a un passo dal vertice. Marinelli, Favino e Servillo hanno dimostrato la forza della nostra scuola attoriale. Rosi, Maresco e Frammartino hanno trovato spazio nel palmarès con cinema radicalmente diverso. Orizzonti continua a intercettare autori e interpreti italiani.

Il paziente, insomma, è tutt’altro che morto. Ma il dato più difficile da ignorare resta quello iniziale: dal 2013 il miglior film di Venezia non parla italiano. E dopo tredici tentativi consecutivi falliti, non può più essere considerata soltanto una coincidenza.

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