Matrix ti dava la pillola rossa, Black Mirror nemmeno quella: il singolo episodio che batte il film con Keanu Reeves
16/08/2026 news di Andrea Palazzolo
Ecco come un singolo episodio di Black Mirror rappresenti il cyberpunk in modo più crudo di Matrix, tra mercificazione e controllo sociale.

Quando si parla di cyberpunk, la mente corre immediatamente a paesaggi urbani dominati da grattacieli, neon che squarciano la notte e una pioggia incessante che bagna strade affollate di cyborg e hacker. Matrix, con le sue sequenze in bullet time e la sua estetica verde-digitale, ha definito per un’intera generazione l’immaginario visivo del genere. Eppure, tra gli episodi di Black Mirror, ce n’è uno che cattura l’essenza del cyberpunk in modo forse ancora più crudo e disturbante, senza bisogno di spettacolari coreografie d’azione o effetti speciali mozzafiato.
Stiamo parlando di Quindici Milioni di Celebrità, il secondo episodio della prima stagione della serie antologica di Netflix. Un episodio che, pur non sfoggiando le ambientazioni tipiche del genere, riesce a incarnare perfettamente il concetto di high-tech, low-life che sta al cuore della narrativa cyberpunk. Ma cosa rende questo episodio così potente, al punto da essere considerato da molti uno dei migliori della serie e, secondo alcuni, tematicamente ancora più rilevante di Matrix stesso?
Black Mirror ha esplorato nel corso delle sue stagioni molteplici sfaccettature della fantascienza. Diversi episodi si possono catalogare come cyberpunk: White Christmas e San Junipero alzano ulteriormente l’asticella, esplorando temi che vanno dalla schiavitù digitale all’aldilà simulato. Ma Quindici Milioni di Celebrità si distingue per una ragione precisa: il suo approccio alla mercificazione dell’essere umano è più viscerale, più immediato, più spaventosamente vicino alla nostra realtà quotidiana rispetto a quello di Matrix.
Nel capolavoro delle Wachowski, l’umanità è ridotta a pile umane, batterie biologiche che alimentano le macchine mentre vivono inconsapevoli dentro una simulazione perfetta. È una forma di controllo industriale ed esternalizzato: i corpi vengono sfruttati, ma la coscienza rimane addormentata, ignara della propria condizione. C’è qualcosa di quasi “pulito” in questa rappresentazione, per quanto distopica. Gli umani sono vittime passive di un sistema che li ha ingannati.
Quindici Milioni di Celebrità racconta una storia diversa, più sottile e per questo più agghiacciante. Qui gli esseri umani non sono ingannati da una realtà artificiale. Sono partecipanti attivi e consapevoli della propria mercificazione. Il mondo dipinto dall’episodio è un sistema distopico dove la maggior parte delle persone è costretta a pedalare su cyclette per generare elettricità e guadagnare una valuta virtuale chiamata “merits”. Non ci sono megalopoli futuristiche illuminate al neon, non ci sono strade bagnate dalla pioggia acida. C’è solo un’infinita serie di celle identiche, schermi onnipresenti, lavoro ripetitivo e una competizione spietata per sfuggire a questa esistenza miserabile.
Il capitalismo e la commercializzazione hanno raggiunto un livello tale che, per le classi inferiori, il mondo si è trasformato in un labirinto senza fine fatto di lavoro, distrazione e concorrenza. Ogni momento della vita è mediato da schermi, ogni interazione è monetizzata, ogni tentativo di sfuggire al sistema passa attraverso spettacoli televisivi che promettono la salvezza ma che in realtà non fanno altro che perpetuare la macchina.
Il protagonista dell’episodio, interpretato da un giovanissimo Daniel Kaluuya (poi diventato famoso con Scappa – Get Out), viene inizialmente presentato come una sorta di prescelto, non diversamente da Neo in Matrix. Qualcuno che sembra avere la capacità di vedere oltre l’inganno, di riconoscere l’assurdità del sistema. E come Neo, tenta di ribellarsi.
Ma qui arriva la differenza cruciale, il punto in cui Quindici Milioni di Celebrità si rivela ancora più spietato del film delle Wachowski. In Matrix, a Neo viene offerta una scelta: la pillola blu o la pillola rossa. Illusione confortevole o verità dolorosa. È una scelta binaria, certo, ma è comunque una scelta. E Neo, prendendo la pillola rossa, riesce effettivamente a uscire dal sistema, a combatterlo dall’esterno.
Nel mondo di Quindici Milioni di Celebrità, non esiste la pillola rossa. Non esiste un’uscita. Quando il protagonista, in un atto disperato di ribellione, sale sul palco di un talent show e tiene un frammento di vetro puntato alla propria gola denunciando l’insensatezza e la crudeltà del sistema, cosa succede? La sua rivolta viene immediatamente riconvertita, riconfezionata e venduta come contenuto di intrattenimento. La sua rabbia autentica diventa uno show regolare, un prodotto da consumare. Invece di abbattere il sistema, lo alimenta.
È qui che l’episodio tocca una delle verità più scomode del capitalismo contemporaneo, qualcosa che il filosofo e teorico Mark Fisher aveva ben presente: il capitale ha la capacità di sussumere ogni critica al suo interno. Anche coloro che criticano il sistema finiscono, inevitabilmente, per rafforzarlo. La controcultura diventa merce. La protesta diventa brand. La ribellione diventa contenuto.
Quando il confine tra vita e performance digitale si fa sempre più sottile, in cui la critica al sistema viene istantaneamente assorbita e venduta come merce, l’episodio sembra più profetico che mai. Non aveva bisogno di prevedere tecnologie futuristiche: ha semplicemente guardato il presente con lucidità spietata e ha chiesto e se questo fosse solo l’inizio?
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