Voto: 5/10 Titolo originale: Ricky Gervais Alley Cats , uscita: 07-08-2026. Stagioni: 1.
Alley Cats, recensione: Ricky Gervais porta su Netflix dei gatti sboccati, ma graffia poco
09/08/2026 recensione serie tv Ricky Gervais Alley Cats di Marco Tedesco
Sei brevi episodi animati tra umorismo scorretto, nichilismo e sentimentalismo: Ricky Gervais ritrova tutti i suoi temi, ma raramente riesce a trasformarli in qualcosa di memorabile

Un gruppo di gatti randagi passa le giornate cercando cibo, insultandosi e discutendo di sesso, morte e assurdità quotidiane. Poi nella loro vita compare una gattina smarrita e, dietro la scorza cinica, comincia inevitabilmente ad affiorare qualcosa di più tenero. Alley Cats sembra costruito su misura per Ricky Gervais: animali antropomorfi, libertà assoluta di linguaggio e un piccolo microcosmo attraverso cui osservare la stupidità e la precarietà dell’esistenza.
Disponibile su Netflix dal 7 agosto, il debutto animato del creatore di The Office contiene infatti quasi tutti gli elementi che hanno caratterizzato la fase più recente della sua carriera. Il problema è che li combina senza trovare un equilibrio convincente. Alley Cats oscilla continuamente tra provocazione e sentimentalismo, ma raramente riesce a essere davvero divertente o commovente.
Gervais scrive e dirige tutti i sei episodi, lunghi meno di venti minuti, oltre a prestare la voce a Gus, grosso gatto arancione e leader informale di una piccola comunità di randagi. Con lui ci sono Fang (Andrew Brooke), sempre pronto a combattere; Puke (David Earl), disgustoso praticamente per vocazione; Olive (Diane Morgan), eccentrica e svampita; e Ponce (Tom Basden), gatto domestico privilegiato che continua a frequentare il gruppo nonostante venga sistematicamente deriso.
La loro routine cambia quando incontrano Kitten (Jo Hartley), una gattina che ha perso la propria famiglia. Gus promette di aiutarla a tornare a casa e la ricerca diventa il tenue filo narrativo della stagione. La trama, però, interessa relativamente alla serie, che preferisce seguire i personaggi mentre vagano per la città, cercano qualcosa da mangiare e soprattutto parlano.
È proprio nei dialoghi che si riconosce maggiormente Gervais. Le interpretazioni vocali sono state registrate in gruppo e la scelta restituisce agli scambi una spontaneità efficace. I protagonisti sembrano amici di vecchia data intenti a provocarsi e demolirsi reciprocamente davanti all’ennesima birra.
Il limite è che la naturalezza della conversazione non coincide necessariamente con una buona comicità. Molte sequenze procedono attraverso battute sessuali, insulti, minacce improbabili e provocazioni che sembrano cercare una reazione più che costruire una vera battuta. Il linguaggio esplicito diventa così troppo spesso il punto d’arrivo della gag anziché uno strumento per renderla più efficace.
E oggi l’idea di animali sboccati non possiede più una particolare forza trasgressiva. Dopo decenni di animazione per adulti, da Fritz the Cat a BoJack Horseman, mettere una parolaccia in bocca a un gatto non basta a rendere una serie provocatoria.
Alley Cats cambia registro quando ricorda allo spettatore quanto sia precaria l’esistenza dei suoi protagonisti. Questi gatti possono essere investiti, abbandonati, morire di fame o semplicemente scomparire da un giorno all’altro. Loro stessi si considerano, con brutale lucidità, potenziale «carne da asfalto».
Kitten diventa lo strumento attraverso cui emergono le domande più esistenziali. La piccola non comprende la morte e Gus cerca di rassicurarla spiegandole che qualcosa di noi continua a vivere nei ricordi di chi resta. Dietro i randagi tornano quindi immediatamente i temi cari al Gervais di After Life: lutto, paura della perdita, bisogno degli affetti e ricerca di un significato in un universo indifferente.
È un contrasto potenzialmente interessante. Il problema è che i personaggi rimangono troppo schematici per sostenere il peso di queste improvvise svolte emotive. Nel giro di pochi minuti si può passare da una battuta volutamente disgustosa a una riflessione sulla mortalità, senza che la sceneggiatura costruisca davvero il percorso necessario per arrivarci.
È qui che emerge il limite principale della serie. Il Gervais provocatore e quello sentimentalista sembrano ormai diventati una formula: prima distruggere qualsiasi solennità attraverso il sarcasmo, poi cercare improvvisamente una sincerità emotiva quasi disarmante.
Qualche scintilla rimane. Tom Basden rende Ponce uno dei personaggi più riusciti proprio grazie alla sua compostezza in mezzo al caos, mentre David Earl spinge Puke verso livelli di disgusto talmente esasperati da diventare occasionalmente surreali. Anche il rapporto tra Gus e Kitten trova alcuni momenti genuinamente teneri quando rinuncia alle grandi dichiarazioni e si limita ai piccoli gesti.
L’animazione di Blink Industries è pulita e colorata, ma piuttosto convenzionale. Finisce così per essere soprattutto il contenitore di conversazioni che, con poche modifiche, potrebbero appartenere a un podcast o a una sitcom.
Alley Cats non convince non perché sia volgare, offensivo o cinico, ma perché raramente riesce a fare qualcosa di nuovo con queste caratteristiche. Persino sei episodi brevissimi finiscono per trascinarsi quando la conversazione prende il posto della storia e la provocazione quello della battuta.
Resta un buon cast vocale, qualche intuizione e un nucleo emotivo riconoscibile. Ma ogni volta che Alley Cats sembra pronto a scavare nella solitudine e nella vulnerabilità dei suoi randagi, preferisce rifugiarsi nell’ennesimo insulto; quando invece vuole commuovere, pretende spesso dallo spettatore emozioni che non ha avuto il tempo di costruire.
Alley Cats vorrebbe graffiare e subito dopo fare le fusa. Alla fine, però, lascia soprattutto la sensazione di un Ricky Gervais fin troppo comodo dentro meccanismi che un tempo sembravano molto più pericolosi.
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