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Diario da Venezia 75 | Giorno 4: Il porno di Orson Welles

02/09/2018 recensione film di Giovanni Mottola

Tra pozzanghere e allagamenti in sala stampa, vi raccontiamo del documentario They’ll love when I’m dead e di The Ballad of Buster Scruggs dei fratelli Coen

Per qualche strana ragione, a distanza di ventiquattr’ore si sono riproposti quei temi che avevamo trattato nell’ultimo pezzo e sui quali torniamo dunque con quello odierno.

Avevamo segnalato i problemi della città di Venezia e la sofferenza particolare in cui viene a trovarsi a causa del fenomeno dell’acqua alta. Ebbene, le piogge di ieri hanno dato anche qui al Lido la dimostrazione di quanto questo possa essere vero, a causa dell’allagamento del Palazzo del Casino e della necessità di evacuare temporaneamente l’ufficio accrediti posto al piano interrato del medesimo. Non solo: anche in Sala Grande si è verificato un imprevisto, proprio nel momento di maggiore afflusso, cioè in occasione della proiezione ufficiale di A star is born alla presenza dei due divi Lady Gaga e Bradley Cooper. Un fulmine ha infatti fatto saltare per circa mezz’ora l’impianto elettrico che consente la proiezione del film; gli spettatori e gli attori hanno dovuto pazientemente attendere che il guasto fosse risolto ed è già andata loro bene che almeno l’impianto d’illuminazione abbia continuato a funzionare, altrimenti in sala si sarebbe certamente diffuso il panico.

Poi avevamo parlato di un Buster, inteso come Keaton, e oggi ne è arrivato un altro, cioè il personaggio che fornisce il nome e il protagonista del primo episodio del film dei fratelli Joel ed Ethan Coen, prodotto da Netflix e presentato in Concorso: The Ballad of Buster Scruggs (La ballata di Buster Scruggs). Più che di un lungometraggio unico si tratta di sei cortometraggi di una ventina di minuti circa ciascuno – che nulla hanno in comune tra loro se non l’ambientazione nel vecchio West – la cui struttura sembra ispirata, secondo quanto dichiarato dagli stessi registi, ai film a episodi molto in voga nel cinema italiano degli anni Sessanta. Il collegamento tra i due Buster sembrerà forzato, ma non lo è del tutto, perché l’episodio di Buster Scruggs è costruito come parodia e contiene alcune gag che richiamano quel misto di doti di buffoneria e acrobazia delle quali era maestro il grande Keaton. Non è il caso di soffermarsi sulle descrizioni dei singoli sei episodi; meglio sintetizzarne ciascuno con un aggettivo, pur sapendo che Gustave Flaubert sosteneva che ve n’è uno solo che si attaglia perfettamente ad un concetto e non è facile trovare quello giusto. Il primo, come detto, è farsesco; il secondo parodistico; il terzo cinico; il quarto stiracchiato (anche se Flaubert questo lo boccerebbe); il quinto struggente; il sesto logorroico. Astutamente i Coen hanno utilizzato questa struttura per raccontare in breve storie tra le quali nessuna avrebbe avuto un respiro abbastanza ampio da occupare, da sola, le oltre due ore del film. In questo modo la visione risulta leggera e gradevole, anche se l’eterogeneità dei generi rischia di spiazzare il pubblico che apprezza più l’uno oppure l’altro. Certamente questo film non è indicato per chi ama il western classico, quello dei due John, Ford e Wayne. Quest’ultimo, che in L’uomo che uccise Liberty Valance riuscì a far passare per damerino smidollato persino il grande James Steward, si rivolterebbe infatti nella tomba se vedesse di quali figurine di mezza tacca i Coen hanno riempito il loro western. Nessuno degli episodi è memorabile, dunque nel complesso questo lavoro è ben lontano dai loro più riusciti.

Da ultimo, avevamo scritto della realizzazione postuma dell’ultimo film di Orson Welles, The other side of the wind, e oggi è stato proposto un documentario di Morgan Neville sulla lavorazione del medesimo, con sconfinamenti sulla personalità strabordante del suo autore, dal titolo They’ll love when I’m dead (Mi ameranno quando sarò morto). Il titolo deriva da una frase pronunciata dallo stesso Welles, che come tutti quelli troppo bravi sapeva di ritrovarsi isolato, per via di un carattere impossibile dovuto all’incapacità di gestire il suo stesso talento e delle invidie di tutti i mediocri, che tra loro fanno sempre massa e dunque finirono per emarginarlo. Quando si trattò di realizzare quest’ultimo film, che finanziò si tasca sua perché nessuno lo aiutò, trovò al suo fianco soltanto la compagna Oja Kodar, il giovane Peter Bogdanovich, l’amico John Huston e qualche collaboratore con il quale formare una troupe ridotta ai minimi termini. Il cameraman Gary Grever racconta che Welles si comportava da padre padrone e pretendeva che egli fosse sempre a sua disposizione. Al punto che, quando gli venne commissionato di girare un film porno, Welles, che si trovò ad aver bisogno di lui mentre si stava dedicando al montaggio, si presentò a casa sua e montò egli stesso una parte di quelle scene in modo da terminare più velocemente. Purtroppo il documentario non soddisfa la curiosità di sapere qual è il porno al quale Welles prestò in parte la sua opera. Un altro aneddoto curioso riguarda il fatto che Welles decise di girare gl’interni del suo film nella villa di fianco a quella che Michelangelo Antonioni fece esplodere in Zabriskie Point. Egli affermò espressamente, con intento sarcastico, di voler andare oltre Antonioni e infatti nel film si vede un vecchio regista, interpretato da John Huston che sta girando alcune scene tipiche di un certo cinema europeo d’atmosfera, di cui Antonioni era uno degli emblemi e che Welles intendeva irridere. Avrebbe voluto interpretare lui stesso il ruolo di quel regista, che considerava una bellissima parte, e dichiarò di essersi un po’ pentito di averla affidata a Huston, che però reputava l’unico che l’avrebbe saputa fare meglio di lui. Erano davvero molto amici, sebbene a sentire il figlio di Huston, Danny, fossero completamente diversi, perlomeno nell’opinione sul cinema. Suo padre infatti lo considerava una cosa piuttosto volgare e non gli dava importanza; Welles invece era un perfezionista e curava ogni inquadratura fino nei minimi dettagli. Dopo la morte di Orson Welles, Huston si recò a casa di Henry Jaglom, regista di Qualcuno da amare, l’ultimo film dove Welles compariva come attore. Desiderava infatti vedere il materiale inedito su Orson da questi conservato. Tra le varie riprese che poté visionare, Huston ne trovò una in cui rideva a crepapelle e in quel momento non riuscì a trattenere le lacrime. Così diversi, così amici.

Di seguito il trailer italiano di The other side of the wind:

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