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Dopo Quicksilver, Aaron Taylor-Johnson è diventato il protagonista del cinecomic più brutale: ma qualcosa è andato storto

17/09/2026 news di Andrea Palazzolo

Il cinecomic con Aaron Taylor-Johnson è il film Marvel più violento di sempre, ma soffre di troppi personaggi e contraddizioni narrative.

Aaron Taylor Johnson in Kraven Il Cacciatore

Aaron Taylor-Johnson non è nuovo ai film Marvel. Nel 2015 ha interpretato Quicksilver in Avengers: Age of Ultron, ma Kraven – Il cacciatore rappresenta la sua prima occasione di guidare da protagonista un cinecomic. E mentre l’attore britannico consegna una performance convincente e carismatica, l’ultimo capitolo dello Spider-Man Universe di Sony non riesce mai a realizzare il suo potenziale, rimanendo intrappolato in contraddizioni narrative che ne minano le fondamenta.

La violenza di Kraven – Il cacciatore è qualcosa di inedito per un film Marvel. Il rating R conquistato dalla pellicola non è un semplice espediente marketing: stiamo parlando di alcune delle uccisioni più brutali e sanguinose mai viste in un cinecomic, superando persino la saga di Deadpool. Ma c’è una differenza sostanziale: mentre nei film del mercenario chiacchierone la violenza viene costantemente bilanciata dall’ironia e dall’umorismo dissacrante, Kraven abbraccia completamente la brutalità del suo protagonista con risultati estremamente cruenti.

Un’altra scelta ambiziosa è stata quella di costruire un film Marvel completamente standalone, rinunciando a qualsiasi connessione con gli altri capitoli del franchise Sony. In un’epoca in cui ogni cinecomic sembra obbligato a includere scene che fungono da trailer per il prossimo film in arrivo, Kraven – Il cacciatore prova a esistere come opera autonoma. Un intento lodevole che, però, avrebbe richiesto una sceneggiatura più solida e uno sviluppo dei personaggi molto più approfondito per reggere il peso di questa ambizione.

Il vero tallone d’Achille del film risiede nell’eccessiva proliferazione di personaggi. Per una pellicola che dovrebbe essere la storia delle origini di un singolo antieroe, Kraven – Il cacciatore è sorprendentemente popolato di figure tratte dai fumetti Marvel. C’è ovviamente Sergei Kravinoff, interpretato da Taylor-Johnson, e suo fratello minore Dmitri Smerdyakov, interpretato da Fred Hechinger. Entrambi temono e rispettano il padre Nikolai Kravinoff, boss criminale incarnato da Russell Crowe.

Le sequenze d’azione sono indubbiamente ben coreografate e godibili da un punto di vista puramente spettacolare, ma emerge netta l’impressione che l’intera storia sia stata costruita attorno a ciò che i registi ritenevano potessero essere scene d’azione interessanti. La narrazione esiste in funzione di preparare questi momenti, invece che l’azione svilupparsi al servizio della storia e dei personaggi. Non c’è nulla di intrinsecamente sbagliato nelle grandi sequenze action dei cinecomic, ma è evidente che Kraven – Il cacciatore aspira a essere un film di personaggio con i piedi per terra, e questo diventa impossibile quando include scene d’azione che non servono l’arco narrativo.

Il risultato finale è un film superoistico mal eseguito, con pochissima personalità oltre al carisma innegabile di Aaron Taylor-Johnson. Nivola sorprende piacevolmente come Rhino, portando un’energia inaspettata al personaggio, e Abbott costruisce una minaccia silenziosa credibile nel ruolo del Foreigner. Ma nemmeno loro, insieme al protagonista, riescono a distogliere l’attenzione dalla superficialità della storia e dei personaggi, conseguenza diretta della volontà dei filmmaker di avere contemporaneamente grandi scene d’azione da blockbuster e un dramma caratteriale profondo.

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