Titolo originale: Digger , uscita: 28-09-2026. Budget: $180,000,000. Regista: Alejandro G. Iñárritu.
Come mai Digger con Tom Cruise è uno dei più grandi flop dell’anno? La risposta non è così semplice
07/10/2026 news di Stella Delmattino
Il film di Alejandro G. Iñárritu sta pagando un'accoglienza molto più complicata del previsto. Ma ridurre tutto alla sua eccentricità o alla difficoltà di venderlo al grande pubblico rischia di ignorare la parte più interessante del problema

Una delle cose più interessanti di Digger (la recensione) è forse la difficoltà stessa di capire a quale pubblico stia parlando. È un film troppo eccentrico, costoso e formalmente irregolare per funzionare facilmente come intrattenimento generalista, ma allo stesso tempo troppo esplicito e aggressivo nella propria satira per trovare automaticamente rifugio presso un pubblico cinefilo. In questo senso, il suo insuccesso non sembra soltanto il risultato di una campagna promozionale complicata: è quasi inscritto nella natura di un film che rifiuta continuamente di diventare ciò che ci si aspetterebbe da una produzione di queste dimensioni.
Iñárritu costruisce infatti una satira che non sembra avere particolare interesse per la sottigliezza. Il capitalismo, l’industria petrolifera, il disastro ambientale, il populismo, l’ipocrisia individuale e collettiva vengono affrontati frontalmente, attraverso personaggi e situazioni deliberatamente esasperati. Anche Digger Rockwell è meno un individuo realistico che la concentrazione grottesca di una serie di contraddizioni: un miliardario responsabile della devastazione che denuncia, non senza qualche ragione, l’ipocrisia di una società pronta a condannare il petrolio senza rinunciare a nulla di ciò che esso rende possibile.
È facile vedere perché un approccio simile possa risultare didascalico. Digger sottolinea, ripete, alza continuamente il volume e raramente concede allo spettatore il piacere di arrivare autonomamente alle proprie conclusioni. Ma c’è forse una distinzione da fare tra un film che non ha nulla da dire e un film che dice ciò che pensa in maniera fin troppo evidente. Il problema di Digger appartiene molto più alla seconda categoria.
Ciò che rende la sua posizione particolarmente scomoda è che il bersaglio non rimane confinato ai miliardari, alle corporation o a qualche antagonista facilmente identificabile. Progressivamente, la satira ingloba anche chi guarda. Non esiste una divisione rassicurante tra responsabili e innocenti, perché tutti partecipiamo, in proporzioni evidentemente diverse, allo stesso sistema di consumo che il film mette alla berlina. Persino la capacità dell’arte di produrre un cambiamento viene trattata con un cinismo che contraddice una delle convinzioni più rassicuranti del cinema contemporaneo: l’idea che raccontare il problema rappresenti già una forma significativa di intervento.
È forse qui che Digger diventa più interessante di quanto suggerisca la sua satira a tratti grossolana. Iñárritu non sembra credere davvero che basti prendere coscienza delle nostre contraddizioni per superarle. Possiamo riconoscerle, riderne e persino indignarci, per poi continuare esattamente come prima. Il cinema stesso entra così nella contraddizione: un’enorme produzione realizzata per denunciare gli eccessi di una società che rende possibile proprio un’enorme produzione.
Questo pessimismo può facilmente essere scambiato per nichilismo, e non sempre il film riesce a trasformarlo in qualcosa di più articolato. Ma è anche ciò che lo separa da molte satire contemporanee nelle quali, dopo avere mostrato quanto il sistema sia compromesso, rimane comunque uno spazio per la redenzione individuale o per qualche forma di speranza collettiva. Digger sembra molto meno disposto a concederlo.
Il problema, allora, non è necessariamente che il film non abbia nulla da dire, ma che ciò che dice sia poco piacevole da ascoltare e venga espresso con una tale insistenza da rendere difficile ignorarlo. Naturalmente questo non trasforma automaticamente la mancanza di misura in una virtù: una satira può essere condivisibile e al tempo stesso ripetitiva, eccessiva o poco efficace. Ma giudicare Digger soltanto sulla raffinatezza del suo messaggio rischia di perdere una parte della provocazione.
Forse è anche qui che si trova una delle possibili spiegazioni del suo fallimento. Digger non offre al pubblico una comoda via d’accesso, ma non offre nemmeno al pubblico cinefilo la soddisfazione di un messaggio da decifrare o una conclusione capace di riscattare ciò che è venuto prima. Continua a scavare anche quando ha già trovato ciò che cercava, e questo rimane probabilmente il suo limite maggiore. Ma forse scava così ostinatamente proprio perché non crede che trovare il problema significhi averlo risolto.
© Riproduzione riservata




