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Voto: 6/10 Titolo originale: It Ends , uscita: 21-08-2026. Budget: $80,000. Regista: Alexander Ullom.

It Ends, recensione: quattro amici su una strada senza fine, ma l’horror di Alexander Ullom ha un problema

27/10/2026 recensione film di William Maga

Un viaggio notturno si trasforma in un incubo senza uscita nell'esordio di Alexander Ullom, tra suggestioni alla Ai confini della realtà, inquietudini generazionali e una premessa che finisce per esaurire le proprie possibilità

it ends film loop 2025

Esiste qualcosa di più angosciante di un viaggio che non conduce da nessuna parte? It Ends, esordio alla regia di Alexander Ullom, prende questa domanda alla lettera, trasformando un’innocua uscita notturna tra amici in un incubo senza via d’uscita. Con quattro interpreti, un’automobile e una strada circondata da boschi, il regista costruisce un horror concettuale che guarda ad Ai confini della realtà, ma soprattutto alle inquietudini di una generazione chiamata a diventare adulta senza sapere quale futuro la attenda.

Presentato al SXSW nel 2025 e distribuito nei cinema americani da Neon nell’agosto 2026, It Ends possiede un’idea di partenza tanto semplice quanto efficace. Eppure, proprio la radicalità della premessa finisce per metterne alla prova la tenuta narrativa.

James (Phinehas Yoon), Day (Akira Jackson), Fisher (Noah Toth) e Tyler (Mitchell Cole) sono quattro amici che si ritrovano per trascorrere una serata insieme. A bordo della Jeep di Tyler, chiacchierano, si prendono in giro e discutono di ipotesi assurde. Poi qualcosa cambia: una svolta mancata, indicazioni che non corrispondono più alla realtà, un tratto di strada che sembra ripetersi all’infinito. Quando si fermano, alcune figure disperate emergono dagli alberi e si precipitano verso l’automobile. L’unica soluzione è ripartire. Ma la strada continua senza condurre mai da nessuna parte, mentre le normali necessità fisiche sembrano perdere significato.

Il principale punto di forza di It Ends è il modo in cui trasforma uno spazio ordinario in una prigione metafisica. La strada dovrebbe collegare una partenza a un arrivo. Privata della destinazione, diventa invece un ambiente chiuso, nonostante la sua apparente apertura.

L’automobile è contemporaneamente rifugio e carcere. I protagonisti possono continuare a muoversi, ma non avanzano realmente. Possono osservare il mondo attraverso i finestrini, ma non abitarlo. Ullom sfrutta questa contraddizione attraverso le riprese ravvicinate nell’abitacolo e il ripetersi degli alberi oltre il parabrezza.

La fotografia di Evan Draper e Jazleana Jones rende instabile la percezione del paesaggio. Di notte, il bosco appare minaccioso; di giorno, la stessa vegetazione assume un aspetto quasi rassicurante, senza che il pericolo diminuisca. La normalità delle immagini diventa parte dell’orrore: non c’è un universo mostruoso da esplorare, soltanto il nostro mondo trasformato in un meccanismo incomprensibile.

È un approccio vicino all’horror degli spazi liminali, nel quale il terrore nasce meno dalla presenza di una creatura che dalla perdita dei punti di riferimento. Come nei racconti migliori di Ai confini della realtà, l’anomalia è interessante soprattutto per ciò che rivela delle persone intrappolate al suo interno.

La scelta di protagonisti poco più che ventenni non è casuale. James, Day, Fisher e Tyler si trovano in una fase in cui l’amicizia deve confrontarsi con prospettive differenti. Alcuni hanno studiato e immaginano una carriera; altri hanno già sperimentato le delusioni dell’età adulta.

it ends film horror spazi liminaliLa strada interminabile diventa una rappresentazione della loro condizione. Il futuro dovrebbe essere davanti a loro, pieno di possibilità, ma improvvisamente non esiste più alcuna meta riconoscibile. La libertà di scegliere si rovescia nell’impossibilità di cambiare situazione.

Ullom sviluppa questa intuizione attraverso i comportamenti dei personaggi. C’è chi cerca ossessivamente una spiegazione, chi si aggrappa alla routine e chi tenta di adattarsi. La domanda centrale smette gradualmente di essere come uscire dalla strada e diventa come continuare a vivere quando non si intravede più un domani.

Il film possiede così una sensibilità generazionale: l’incertezza sul futuro viene trasformata in una condizione materiale, una vita che procede e consuma tempo senza garantire alcuna direzione.

È proprio qui, però, che It Ends incontra la sua difficoltà maggiore. Una volta stabilite le regole dell’incubo, la narrazione comincia a riprodurre la stessa immobilità che vorrebbe rappresentare. Le discussioni si susseguono, emergono confessioni e tensioni, ma non sempre questi sviluppi modificano significativamente i rapporti tra i protagonisti.

La ripetizione è coerente con il tema, ma la coerenza non basta a renderla coinvolgente. Un film può raccontare la monotonia senza diventare monotono; per riuscirci, però, deve trovare nella psicologia dei personaggi una complessità capace di compensare l’assenza di movimento.

Ullom ci riesce a tratti, soprattutto quando la convivenza forzata porta alla luce differenze che l’amicizia aveva contenuto. Altrove, i protagonisti rimangono troppo legati alle rispettive funzioni: quello che vuole capire, quello che si adatta, quello che teme di perdere il futuro. Le interpretazioni sono credibili, ma la scrittura non offre loro abbastanza profondità.

Ne risente anche la componente orrorifica. Le figure che infestano il bosco sono inizialmente efficaci, ma perdono centralità mentre il film si concentra sulla riflessione esistenziale. Il passaggio dall’horror al dramma filosofico è legittimo; meno convincente è la difficoltà nel trovare un nuovo motore narrativo altrettanto potente.

It Ends è un esordio promettente, sostenuto da una buona intuizione visiva e da una regia capace di ottenere molto con pochissimi mezzi. Alexander Ullom sa costruire inquietudine attraverso lo spazio, il suono e l’alterazione di ciò che consideriamo normale.

Il limite non sta nel rifiuto di fornire spiegazioni: un horror dell’assurdo non deve necessariamente chiarire l’origine della propria anomalia. Il problema è che, una volta trasformata la strada in una metafora dell’incertezza esistenziale, il film fatica a svilupparla oltre la formulazione iniziale.

Rimane una riflessione interessante sulla paura di crescere e sulla difficoltà di attribuire un senso al proprio percorso. Ma anche un paradosso cinematografico: un film che trova un’immagine efficace per raccontare la paralisi e finisce, almeno in parte, per restarne prigioniero.

Nei cinema italiani dal 28 ottobre.

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