J.J. Abrams cambiò il destino di Maggie in Fuga da New York: Adrienne Barbeau ci racconta Carpenter e Romero
27/10/2026 news di Alessandro Gamma
Nella nostra intervista esclusiva al Sitges 2026, l'attrice ripercorre i suoi film cult, da Fog a Creepshow, svelando retroscena inediti e ricordando il lavoro con John Carpenter, George A. Romero e gli altri protagonisti del cinema horror anni '80

Per gli appassionati di cinema horror, Adrienne Barbeau è una presenza indimenticabile. La sua voce guida gli abitanti di Antonio Bay attraverso la nebbia soprannaturale di Fog, mentre in 1997: Fuga da New York affianca Harry Dean Stanton nella Manhattan postapocalittica immaginata da John Carpenter. E poi c’è la sua irresistibile Billie in Creepshow, uno dei personaggi più memorabili dell’antologia di George A. Romero.
Ma prima di diventare un’icona del cinema di genere, Barbeau aveva già conquistato Broadway con Grease, ottenendo una candidatura ai Tony Awards, e il pubblico televisivo americano con la sitcom Maude. L’abbiamo incontrata al Sitges Film Festival 2026, dove ha ripercorso la propria carriera attraverso ricordi personali, aneddoti dai set e incontri con alcuni dei grandi protagonisti del cinema degli anni Ottanta. Dal ruolo decisivo di un giovanissimo J.J. Abrams nel destino del suo personaggio in Fuga da New York alla sua iniziale diffidenza verso Romero, fino al rapporto con Carpenter e all’amicizia con Tom Atkins.
Cominciamo da Fog. Com’è nato il tuo coinvolgimento nel film e che ricordi conservi di quell’esperienza?
Ci siamo divertiti moltissimo a realizzarlo. Avevo conosciuto John Carpenter durante un film per la televisione che aveva diretto, Someone’s Watching Me!, quindi inizialmente lo conoscevo come regista.
Tra il 1978 e il 1979 lavoravo a una sitcom televisiva chiamata Maude, con Bea Arthur, che forse conoscete per Cuori senza età. All’epoca, negli Stati Uniti, se eri protagonista di una serie televisiva era praticamente impossibile ottenere un provino per il cinema. I produttori pensavano che nessuno avrebbe pagato un biglietto per vederti al cinema quando poteva guardarti gratuitamente in televisione ogni martedì sera.
John mi offrì il ruolo in The Fog. Suppongo che l’avesse scritto pensando a me, anche se dovrei chiederglielo. Lessi la sceneggiatura e pensai: «Ma è soltanto una storia dell’orrore! Una storia di fantasmi! Che cos’è questa roba? Non ha nemmeno un particolare significato sociale!».
Eppure accettai, e quel film ha influenzato tutto il resto della mia carriera.
È un film straordinario. E Stevie Wayne, con la sua stazione radio e il faro, è uno dei personaggi femminili più affascinanti del cinema horror degli anni Ottanta. Anche le ambientazioni sono fondamentali: sembrano quasi un altro personaggio del film. Dove avete girato?
Eravamo tutti amici. John aveva già lavorato con gran parte della troupe e tendeva a richiamare sempre le stesse persone. Era come una famiglia.
Giravamo in una zona meravigliosa degli Stati Uniti, vicino a San Francisco. Sono d’accordo con te: credo che l’ambientazione sia importante quanto qualsiasi altro personaggio del film.
Il faro si trova a Point Reyes National Seashore, nella zona in cui sbarcò Sir Francis Drake. Ci sono Drake’s Bay, Drake’s Beach e tutti quei luoghi. È relativamente vicino a San Francisco, ma per arrivarci ci vuole parecchio tempo, perché bisogna attraversare zone boscose.
Il faro non è cambiato affatto. È gestito dal National Park Service e si può ancora visitare, quando le condizioni del vento lo permettono.
Durante le riprese ci furono diversi giorni in cui non potemmo lavorare perché il vento era troppo forte. E i poveri operatori dovevano percorrere tutti quei gradini per raggiungere il faro, trasportando le macchine da presa! Io non riuscivo a farlo con i miei stivali con il tacco.
Le cittadine che vedete nel film sono Point Reyes e Inverness. La casa di Stevie si trova a Inverness. Point Reyes è rimasta praticamente identica. Dopo aver terminato il film, John e io comprammo anche una casa da quelle parti. Purtroppo, anni dopo venne distrutta da un incendio doloso. Ma rimane una delle zone più belle del paese.
Parliamo di un altro film di Carpenter, 1997: Fuga da New York. Maggie è un personaggio iconico e la sua reazione alla morte di Brain, interpretato da Harry Dean Stanton, rende quella scena particolarmente emozionante. Che ricordi hai del film e del tuo personaggio?
Posso raccontarti una storia proprio su quella scena. Quando girammo il film, la sequenza terminava con Maggie che sparava contro il Duca. Continuava a sparargli e lì finiva tutto.
John montò il film e organizzò una proiezione per alcuni dirigenti dello studio. Tra loro c’era il padre di J.J. Abrams, che portò con sé anche il figlio. J.J. all’epoca era soltanto un adolescente.
Al termine della proiezione John chiese dei commenti. Il padre di J.J. fece un suggerimento, credo riguardasse l’inizio del film. J.J. ne era terribilmente imbarazzato, ma in seguito scoprì che John aveva effettivamente seguito quel consiglio.
Poi anche J.J. alzò la mano e domandò: «Ma che cosa è successo a Maggie?».
Così tirammo fuori le automobili dal nostro garage, io indossai nuovamente il costume, mi sdraiai sul pavimento di cemento, mi misero del sangue intorno alla testa e girammo quell’ultima inquadratura in cui si vede Maggie morta.
Quindi, se non fosse stato per J.J. Abrams, forse avrei potuto interpretare Maggie anche in un sequel!
In quel film lavoravi con attori straordinari, tra cui Harry Dean Stanton. Era una personalità davvero particolare. Che rapporto avevi con lui?
Adoravo Harry Dean. In realtà adoravo tutti quegli attori, soprattutto Donald Pleasence, che riusciva a farmi ridere così tanto da costringerci a interrompere le riprese e ricominciare.
Di Harry Dean ricordo soprattutto che gli piaceva improvvisare. Ogni tanto voleva cambiare qualche parola dei dialoghi, ma John non era molto disposto ad accettarlo. Gli diceva di attenersi alla sceneggiatura. Sono sicura che Harry sia comunque riuscito a inserire qualche battuta sua, ma era meraviglioso lavorare con lui.
E anche Ernest Borgnine era fantastico. In quel periodo stava preparando uno spettacolo teatrale da solo, un monologo di circa novanta minuti, e aveva una quantità enorme di battute da memorizzare. Era molto preoccupato e trascorreva gran parte del tempo libero nella hall dell’albergo, continuando a ripassare il copione.
Le riprese non furono facili, soprattutto per gli uomini del cast. Io entravo e uscivo dal set, mentre loro lavoravano molto più intensamente.
Girammo a St. Louis, nel Missouri, che all’epoca aveva davvero quell’aspetto. Anche il ponte che vedete nel film era stato abbandonato. Fu una lavorazione impegnativa.
Com’era John Carpenter come regista? Era particolarmente esigente?
No, affatto. Io l’ho conosciuto prima come regista e soltanto successivamente ci siamo sposati.
Ricordo un’unica occasione in cui abbiamo avuto una piccola divergenza sul set di The Fog. Era la scena successiva a quella in cui il pezzo di legno portato dal mare prende fuoco e Stevie lo spegne con un estintore.
John mi disse: «Bene, siediti e cominciamo». E io risposi: «Sedermi? John, non credo proprio che Stevie si siederebbe in una situazione del genere. È molto agitata!». Lui disse semplicemente: «Va bene, allora rimani in piedi e cominciamo». È praticamente l’unica indicazione di regia che ricordi di aver ricevuto da lui!
Non lo definirei mai un regista esigente. Sapeva esattamente quello che voleva e ce lo comunicava, oppure ci lasciava fare il nostro lavoro. Credo che si fidasse molto degli attori. Era anche una persona molto tranquilla e con un grande senso dell’umorismo. Sul set ci si divertiva.
È curioso, perché oggi molti lo immaginano come un uomo un po’ burbero …
Be’, forse lo è diventato invecchiando! Adesso è molto più anziano e posso capire perché qualcuno possa pensarlo. Ma all’epoca non era affatto così.
Passiamo a Creepshow (1982), e in particolare a The Crate. Il tuo personaggio, Billie, è davvero sopra le righe. Come hai affrontato un ruolo del genere?
Innanzitutto, nella vita reale io non bevo nemmeno! Non mi è mai piaciuto l’alcol, fin da quando avevo sette anni e mia nonna ci dava del whisky armeno quando avevamo il raffreddore.
In realtà, inizialmente non volevo fare quel film. Ricevetti la sceneggiatura e non sapevo praticamente nulla di George Romero. Non conoscevo nemmeno quel tipo di fumetti horror a cui il film si ispirava.
Leggevo la sceneggiatura e pensavo: «Oh no, che schifo! Tutti quegli scarafaggi! Non lo farò mai!».
John, naturalmente, mi diceva: «Stai scherzando? Vuoi davvero rifiutare l’occasione di lavorare con George Romero, il maestro dell’horror?».
Mi fece guardare La notte dei morti viventi. Io non sono un’appassionata di horror, quindi la mia reazione fu piuttosto tiepida.
Però Tom Atkins era già stato scritturato per interpretare il padre nelle sequenze che collegano gli episodi. Tommy è un mio carissimo amico, così lo chiamai e gli chiesi: «Davvero farai questo film?».
Lui rispose: «Non hai capito! Sarà divertentissimo! Sarà molto stilizzato! Devi assolutamente farlo!». Così accettai.
Ricordo che il primo giorno di prove dissi a George: «Ascolta, io interpreterò il personaggio nel modo che ritengo giusto. Ma se pensi che non funzioni, devi mandarmi a casa e trovare qualcun’altra, perché non mi sento affatto nel mio elemento». Alla fine mi divertii moltissimo.
E devo molto a George. Fino a quel momento avevo imparato, soprattutto da John, a recitare in maniera contenuta. «Fai meno, fai meno, mantieni tutto piccolo», mi diceva. Era il modo di lavorare per il cinema.
George, invece, mi incoraggiava: «No, puoi esagerare! Puoi andare ancora oltre!». E fu un’esperienza davvero liberatoria.
In The Crate recitavi accanto a Hal Holbrook, un attore che ho sempre ammirato. Il suo personaggio sembra un uomo tranquillo, quasi innocuo, mentre Billie è il suo esatto contrario. Com’era lavorare con lui?
Hal era meraviglioso. Non avevamo mai recitato insieme prima di allora. Forse ci eravamo incontrati a qualche proiezione, ma non avevamo condiviso un set.
Ricordo che arrivò alle prove indossando i suoi stivali da cowboy e una cintura western. Lo guardai e pensai: «Accidenti, va bene, facciamolo!».
Anche Fritz Weaver era fantastico. Erano entrambi attori straordinari.
E com’è stato girare la scena in cui Billie viene divorata dalla creatura che si nasconde nella cassa?
Ancora oggi mi chiedono se fosse spaventoso e come fosse fatto quel mostro.
Prima di tutto, per me non era affatto spaventoso. E poi non ricordo nemmeno se fosse interamente animatronico. Ho scoperto successivamente che, a un certo punto, dentro il costume c’era anche un attore, non soltanto un effetto realizzato da Tom Savini.
Ma credo che ciò che rende efficace Billie, almeno dal punto di vista dell’interpretazione, sia il fatto che cercai davvero di comprenderla. Non puoi presentarti sul set e limitarti a interpretare una stronza. Scusa il linguaggio, ma è così. Non puoi limitarti a essere arrabbiata e a trattare male tuo marito senza chiederti perché quel personaggio si comporti in quel modo.
La sua vita l’aveva profondamente delusa. Aveva sposato un uomo che credeva le avrebbe permesso di diventare una sorta di regina dell’ambiente accademico. Lui era professore in una grande università e lei immaginava che, grazie a quel matrimonio, sarebbe stata riconosciuta e rispettata.
Ma le cose non erano andate così. Forse aveva cominciato a bere per questo, oppure beveva già prima. Non lo so. Ma dovevo comprendere che suo marito rappresentava una delusione enorme per lei. Era questo il punto di partenza del personaggio.
George Romero deve aver apprezzato molto la tua interpretazione, perché ti ha voluta anche in Due occhi diabolici (Two Evil Eyes, 1990), dove interpreti nuovamente una donna decisamente negativa.
Non ricordo praticamente nulla di quel ruolo! Davvero, dovrei rivedere il film. È quello in cui uccido mio marito, giusto?
Sì, per impossessarti della sua eredità. Una storia piuttosto classica. Ecco, quello che ricordo non riguarda nemmeno la storia.
Avevo con me mio figlio Cody, che all’epoca doveva avere quattro o sei anni, non ricordo esattamente quanti. Non avevo una babysitter, quindi lo portavo sul set.
Ricordo soprattutto che chiedevo a qualche assistente di produzione di giocare con lui, magari con i Lego, mentre io andavo a girare le scene. È praticamente l’unico ricordo che ho di quel film!
Hai nominato Tom Atkins, un altro attore che adoro. È diventato una vera icona del cinema horror ed è ancora in ottima forma. Che cosa puoi raccontarci di lui?
Voglio un bene immenso a Tommy. E sono convinta che, se lo invitassero a Sitges e io gli raccontassi quanto mi sono trovata bene qui, verrebbe volentieri. Non lavora molto come attore ormai e ha qualche problema di udito, ma è una persona meravigliosa.
Il mio aneddoto preferito su Tom Atkins, però, non riguarda una sua interpretazione. Risale alla prima volta che vidi Halloween.
John aveva organizzato una proiezione del film e io non avevo praticamente mai visto un horror prima di allora.
Quella sera ero stata ospite di The Tonight Show di Johnny Carson, a Los Angeles. Durante la trasmissione avevo appena annunciato che John e io ci saremmo sposati: ci eravamo fidanzati ufficialmente.
Appena terminato il programma, corsi alla proiezione di Halloween.
C’erano Tommy, sua moglie di allora Garn Stephens, che avrebbe poi recitato in Halloween III, e un altro nostro amico. Garn era una delle mie amiche più care: avevamo lavorato insieme a Broadway, così come l’altro amico presente quella sera, nella produzione teatrale di Grease.
Guardammo il film tutti insieme. John era seduto accanto a me e, durante la proiezione, continuavo a spaventarmi e ad aggrapparmi a lui. Quando il film finì, probabilmente era pieno di lividi! Alla fine Tommy si sporse verso di noi e disse: «Non credo che dovremmo permetterle di sposarlo!».
Ecco, questo è il Tom Atkins che conosco. Un attore straordinario e una persona fantastica.
Vorrei concludere tornando alle tue origini artistiche. Non tutti sanno che hai iniziato a Broadway, lavorando in spettacoli come Il violinista sul tetto e Grease. Come sei arrivata dal teatro al cinema e alla televisione?
Ho cominciato con il teatro amatoriale, in California.
Poi, quando avevo diciotto anni, sono andata all’estero per esibirmi davanti ai militari americani. Facevo commedie musicali e spettacoli di intrattenimento per le forze armate. Per circa tre mesi ho viaggiato in Corea del Sud, anche lungo la zona demilitarizzata, e in diverse parti del Sud-est asiatico.
Successivamente mi sono trasferita a New York e ho ottenuto il mio primo ruolo a Broadway, interpretando una delle figlie nel musical Il violinista sul tetto. Poi sono stata scelta per la produzione originale di Grease, dove interpretavo Rizzo.
Rizzo! Quindi cantavi anche There Are Worse Things I Could Do.
Esatto! E molti, molti anni dopo, quando ho scritto la mia autobiografia, ho utilizzato proprio quel titolo: There Are Worse Things I Could Do.
Grazie a Grease ricevetti una candidatura ai Tony Awards. Non vinsi, ma essere nominata fu già una cosa straordinaria.
Norman Lear venne a vedere lo spettacolo e, successivamente, mi chiesero di fare un provino per interpretare la nuora del personaggio di Bea Arthur in Maude. Fu il mio primo lavoro televisivo. Così tornai a Los Angeles, dove ero cresciuta, e cominciai a lavorare moltissimo in televisione: serie, miniserie e ogni genere di produzione. Poi arrivò John Carpenter e, con lui, The Fog. E da quel film ebbe inizio tutto il resto.
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