Voto: 4.5/10 Titolo originale: Klara and the Sun , uscita: 21-10-2026. Regista: Taika Waititi.
Klara e il Sole, recensione: Jenna Ortega non basta a salvare la fantascienza sentimentale di Taika Waititi
21/10/2026 recensione film Klara e il sole di Gioia Majuna
L'adattamento del romanzo di Kazuo Ishiguro trasforma una riflessione sull'identità, l'amore e l'intelligenza artificiale in una favola zuccherosa, nella quale l'umorismo del regista finisce per soffocare proprio le emozioni che vorrebbe suscitare

Esiste una differenza sostanziale tra raccontare una macchina che impara a comprendere gli esseri umani e raccontare una macchina che insegna agli esseri umani a essere migliori. La prima prospettiva, sulla quale Kazuo Ishiguro aveva costruito il suo romanzo del 2021, apre interrogativi sulla coscienza, sull’identità e sui limiti della conoscenza. La seconda rischia di ridurre quelle stesse domande a una rassicurante celebrazione dell’amore e dell’empatia. Klara e il Sole di Taika Waititi sceglie prevalentemente questa seconda strada, trasformando una delle premesse più interessanti della fantascienza contemporanea in una favola sentimentale tanto insistita quanto superficiale.
In un futuro segnato da una terza guerra mondiale e dalla scomparsa di Internet, gli adolescenti possono acquistare degli Amici Artificiali, androidi progettati per offrire compagnia e sostegno emotivo. Klara (Jenna Ortega) è un modello ormai superato, alimentato dall’energia solare e dotato di una curiosità quasi infantile verso il mondo. Quando Josie (Mia Tharia), una ragazza brillante ma gravemente malata, la sceglie come compagna, Klara entra in una famiglia segnata dalla perdita e dalle aspettative di una madre, Chrissy (Amy Adams), incapace di accettare la vulnerabilità della figlia.
Il problema fondamentale dell’adattamento non risiede tanto nelle modifiche apportate al romanzo, quanto nell’incapacità di conservarne la particolare prospettiva sul mondo. Ishiguro costruiva la propria riflessione attraverso una coscienza artificiale che osserva sentimenti e contraddizioni umane senza possedere necessariamente gli strumenti per interpretarli. Era proprio questa distanza a generare ambiguità: il lettore comprendeva qualcosa che Klara non poteva comprendere, mentre la sua ingenuità metteva in discussione le certezze degli esseri umani.
Waititi, invece, trasforma quella limitazione conoscitiva in una caratteristica prevalentemente comica e tenera. Klara inciampa, sorride, assume posture bizzarre e interpreta letteralmente ciò che la circonda. La sua devozione al Sole, al quale attribuisce poteri quasi divini, diventa il motore di una narrazione che insiste sull’innocenza della protagonista senza interrogarsi abbastanza sulle implicazioni di quella fede.
Jenna Ortega affronta il ruolo con un impegno evidente, lavorando sulla rigidità dei movimenti e sull’entusiasmo programmato del personaggio. Ma la sua interpretazione rimane imprigionata in una caratterizzazione monocorde, nella quale la meraviglia prende sistematicamente il posto dell’ambiguità.
Le premesse avrebbero consentito un’esplorazione incisiva del rapporto tra tecnologia e disuguaglianza sociale. Josie è stata sottoposta al cosiddetto lifting, una procedura di potenziamento genetico che promette capacità intellettive superiori, ma comporta rischi devastanti per la salute. In questa società, perfino il futuro dei figli diventa un investimento tecnologico, e l’amore genitoriale rischia di confondersi con il desiderio di perfezione.
È forse l’elemento più promettente del film: Chrissy vuole offrire alla figlia ogni possibilità, ma proprio questa aspirazione contribuisce a comprometterne l’esistenza. Il personaggio di Amy Adams dovrebbe incarnare il conflitto tra amore, colpa e incapacità di accettare la perdita. Eppure, le sue motivazioni rimangono abbozzate, mentre il dolore familiare viene evocato più che approfondito.
Allo stesso modo, la scomparsa di Internet, gli androidi commercializzati come beni di consumo e la distinzione tra adolescenti potenziati e non potenziati costituiscono frammenti di un universo fantascientifico privo di una struttura coerente. Le idee si accumulano senza svilupparsi in un sistema di significati, lasciando la sensazione di attraversare situazioni potenzialmente interessanti ma narrativamente scollegate.
A compromettere ulteriormente l’insieme interviene la cifra stilistica di Waititi. L’ironia eccentrica, le gag fisiche e i continui alleggerimenti comici interrompono la costruzione emotiva, producendo un’oscillazione tonale che il film non riesce a governare.
Il problema non è l’incompatibilità tra commedia e tragedia, una combinazione che il regista aveva saputo gestire altrove. È piuttosto l’assenza di un rapporto significativo tra il registro comico e i temi affrontati. Le battute raramente illuminano le contraddizioni dei personaggi; più spesso ne neutralizzano la complessità.
Anche visivamente Klara e il Sole privilegia un’estetica levigata, dominata da tonalità pastello, bagliori solari ed effetti digitali che traducono la percezione artificiale della protagonista in un repertorio prevedibile. La soggettività di Klara, che avrebbe potuto organizzare l’intera rappresentazione, si riduce frequentemente a un espediente decorativo.
Il limite emerge soprattutto quando la vicenda introduce la possibilità di utilizzare Klara per rispondere al trauma della perdita. È qui che la storia potrebbe interrogare davvero l’identità personale: che cosa rende qualcuno insostituibile? Una coscienza può essere riprodotta? Amare una persona significa riconoscerne l’unicità oppure tentare disperatamente di conservarne una versione?
Invece di approfondire queste contraddizioni, il film tende a ricondurle a un messaggio consolatorio. Anche lo scienziato Capaldi, interpretato da Steve Buscemi, rimane funzionale a una svolta narrativa priva del necessario peso filosofico.
Il paradosso di Klara e il Sole è voler celebrare ciò che rende insostituibile l’esperienza umana attraverso una narrazione che ne semplifica sistematicamente la complessità. Nel tentativo di rendere accessibile la malinconia di Ishiguro, Waititi ne smarrisce l’ambivalenza, sostituendo all’inquietudine della domanda una risposta sentimentale già confezionata. Rimane una fantascienza che parla continuamente di sentimenti, senza riuscire a esplorarli davvero.
Nei cinema dal 22 ottobre.
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