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«Oggi verrei cacciato da Hollywood»: il regista di Commando e Classe 1984 ci racconta cosa è cambiato

26/10/2026 news di Alessandro Gamma

Nella nostra intervista esclusiva al Sitges Film Festival 2026, Mark L. Lester ripercorre gli eccessi del cinema anni ’80, le sue distopie diventate profetiche e spiega perché oggi Hollywood ha paura di provocare e correre rischi

Regista di alcuni dei film più provocatori e rappresentativi del cinema di genere degli anni Ottanta, Mark L. Lester ha costruito una filmografia in cui violenza, critica sociale e spettacolo si intrecciano continuamente. Da Classe 1984 a Classe 1999, passando per Fenomeni paranormali incontrollabili (Firestarter) e Commando, il cineasta americano ha raccontato società sull’orlo del collasso, istituzioni incapaci di esercitare la propria autorità e individui costretti a reagire con la forza.

Lo abbiamo incontrato al Sitges Film Festival 2026 per un’intervista esclusiva a Il Cineocchio, nella quale ha ripercorso le esperienze personali all’origine dei suoi film, le influenze di Stanley Kubrick e Sergej Ėjzenštejn, il cinema d’azione degli anni Ottanta e il carattere oggi sorprendentemente profetico delle sue distopie. Senza risparmiare critiche a Hollywood, Lester ha inoltre riflettuto su un’industria cinematografica che, a suo giudizio, ha progressivamente rinunciato al rischio, alla provocazione e alla libertà espressiva.

In Class of 1984 (1982) raccontavi una società in cui le istituzioni avevano sostanzialmente perso il controllo e la violenza era diventata l’unica forma di autorità. Rivedendo oggi il film, pensi che l’aspetto più inquietante sia la brutalità degli studenti oppure il fatto che anche gli adulti finiscano per diventare altrettanto violenti? Era un’ambiguità morale che volevi esplorare consapevolmente?

Era un film molto politico. L’idea era che la società non fosse abbastanza forte da controllare quei ragazzi, perché il sistema era diventato estremamente permissivo.

Quando iniziai a documentarmi, scoprii situazioni molto concrete. Nel film c’è una scena in cui l’insegnante va dalla polizia per denunciare quello che sta succedendo e gli agenti gli rispondono che non possono fare nulla, che non possono nemmeno espellere quei ragazzi dalla scuola. Quel dialogo rifletteva esattamente la realtà.

Avevo vissuto qualcosa di simile personalmente, anche se in misura minore. Quando frequentavo il liceo, una banda di studenti mi terrorizzava. Andai dal vicepreside e gli dissi che quei ragazzi mi perseguitavano. Mi rispose semplicemente di reagire, di affrontarli e combattere. Questo era l’atteggiamento delle autorità.

Così presi tutte queste esperienze e ciò che vedevo accadere nella società, le inserii nel film e le proiettai nel futuro.

In quel periodo stava emergendo il movimento punk in Inghilterra, c’erano i Sex Pistols, e decisi di utilizzare quell’immaginario per caratterizzare la banda. Pensai di realizzare una sorta di incrocio tra Arancia meccanica e Il seme della violenza (Blackboard Jungle).

mark lester sitges 2026Ero profondamente influenzato da entrambi. Il seme della violenza era un film degli anni Cinquanta in cui un insegnante arriva in una scuola e viene terrorizzato dagli studenti. C’è persino una scena in cui distruggono la sua collezione di dischi. Nel mio film distruggono la collezione di animali del professore.

Ripresi quella struttura, ma amplificai enormemente la brutalità e l’azione. Non mi preoccupavo della censura: pensavo semplicemente a come rendere le situazioni sempre più estreme.

Una cosa che mi colpisce è proprio il continuo spostamento del punto di vista. I ragazzi sono ribelli, violenti, ma anche gli adulti finiscono per comportarsi in maniera terribile, quando invece dovrebbero rappresentare l’autorità e mantenere il controllo. Eppure, più che una distopia, oggi il film sembra quasi una previsione di ciò che sarebbe successo nelle scuole americane.

È successo molto peggio di quanto avessi mai immaginato.

Quando realizzai il film non c’era ancora stata Columbine, non esisteva quella realtà delle sparatorie di massa nelle scuole. Oggi ci sono controlli per individuare le armi, metal detector, agenti di polizia all’interno degli istituti.

All’epoca qualcuno diceva che non si sarebbe mai arrivati a controllare gli studenti per verificare se portassero armi a scuola. Poi hanno cominciato a farlo davvero.

È interessante perché nella nuova serie Carrie di Mike Flanagan c’è una scena in cui la protagonista, cresciuta completamente isolata dal mondo, va a scuola e si trova coinvolta in un’esercitazione per preparare gli studenti a una possibile sparatoria. Ne rimane terrorizzata perché non riesce nemmeno a concepire che una cosa del genere possa accadere. Gli altri, invece, la considerano una pratica normale. Summer H. Howell, che è canadese, mi raccontava che in Canada queste esercitazioni non fanno parte della quotidianità scolastica …

Esatto. Le scuole sono diventate luoghi pericolosi. Classe 1984 è stato uno dei film più profetici che abbia mai realizzato.

E anche il seguito, Classe 1999, è ancora più profetico, perché lì ci sono i robot.

Oggi abbiamo improvvisamente l’intelligenza artificiale e i robot. Finiremo per utilizzare l’IA per controllare i ragazzi. Quel film potrebbe davvero diventare realtà.

Passiamo a Commando (1985). L’azione è esagerata, quasi fumettistica, eppure la geografia degli scontri è sempre chiarissima. Oggi molti film utilizzano montaggi rapidissimi ed effetti digitali per creare intensità. Pensi che si sia perso qualcosa nel modo di costruire le sequenze d’azione? Che cosa rende una scena davvero cinematografica anziché semplicemente spettacolare?

Credo che debba esserci qualcosa che potrebbe accadere realmente. E soprattutto deve esserci un’emozione.

Prendi lo scontro finale di Commando. La tensione aumenta progressivamente: per un momento sembra prevalere il cattivo, poi reagisce il protagonista, quindi il cattivo torna in vantaggio. C’è un coinvolgimento emotivo costruito all’interno del combattimento.

Oggi molta azione diventa semplicemente assurda. È come quando in Fast & Furious un’automobile arriva praticamente sulla Luna. Non ha più alcun legame con la realtà.

In Commando, invece, cercavamo di mantenere l’azione ancorata a qualcosa di fisicamente possibile. Per esempio, puoi davvero saltare da un aereo e atterrare su una ruota: l’ho fatto personalmente in aeroporto. Queste cose si possono fare. Noi realizzavamo davvero moltissime delle azioni che si vedono.

È forse anche il motivo per cui Tom Cruise continua a impressionare il pubblico: esegue personalmente molte delle sue acrobazie e mostra che certe imprese sono fisicamente possibili. Anche guardare i dietro le quinte diventa parte dello spettacolo.

Esattamente. È questo che rende tutto divertente.

Anche Arnold Schwarzenegger eseguì personalmente molte delle sue acrobazie in Commando.

Naturalmente, qualche trucco dovevamo utilizzarlo. Quando Arnold solleva e lancia una cabina telefonica, per esempio, ne costruimmo una in legno di balsa, molto più leggera di quella vera.

Questa è la magia del cinema.

Arnold Schwarzenegger in Commando (1985)In Fenomeni paranormali incontrollabili (Firestarter, 1984), Charlie è una bambina dotata di poteri straordinari e potenzialmente distruttivi, ma la vera minaccia è l’agenzia governativa che cerca di controllarla e sfruttarla. Volevi rovesciare consapevolmente la formula tradizionale del cinema di mostri, trasformando la creatura apparentemente pericolosa nella vittima e le autorità nei veri mostri?

Sì, esattamente. Era proprio questo il concetto alla base del film.

La CIA aveva condotto un esperimento e stava cercando di nascondere ciò che aveva fatto. Charlie non è mai stata un mostro: è una vittima innocente, nata con quei poteri.

È un personaggio che suscita molta empatia. I cattivi vogliono controllare e utilizzare il suo potere, mentre i genitori cercano di impedirle di usarlo.

Pensi che questo aspetto del romanzo di Stephen King sia diventato ancora più attuale oggi?

Sì, assolutamente. Pensiamo agli esperimenti sugli esseri umani e all’intelligenza artificiale. La storia diventerà ancora più attuale quando cominceranno a inserire cervelli artificiali negli esseri umani.

Tra Classe 1984 e Classe 1999 c’è un’evoluzione interessante. Nel primo film la società teme una generazione di giovani che non riesce più a controllare. Nel secondo, la soluzione diventa ancora più terrificante: sostituire l’autorità umana con macchine programmate per mantenere l’ordine. Consideri i due film come le facce della stessa visione distopica? E, con l’intelligenza artificiale sempre più presente nella nostra vita quotidiana, pensi che Class of 1999 abbia acquisito un nuovo significato?

È un altro film profetico. Ciò che raccontavo allora oggi diventa possibile.

Adesso possiamo immaginare insegnanti androidi. Robot che sembrano esseri umani e che insegnano nelle scuole. E se provi a fare loro qualcosa, ti uccidono!

È una prospettiva che potrebbe diventare reale.

Non ti sorprende vedere che situazioni immaginate più di trent’anni fa oggi sembrano così vicine?

In realtà, già all’epoca partivo da fatti concreti che leggevo sui giornali o che avevo vissuto personalmente.

Una volta una banda criminale mi rapinò in casa, a Los Angeles. Andai alla polizia e mi spiegarono che le gang si erano praticamente spartite la città: determinati gruppi controllavano certi quartieri e soltanto loro potevano commettere rapine in quelle zone.

Mi dissero che esisteva addirittura una mappa dei territori controllati dalle diverse bande. Ed è una situazione che continua a esistere.

Presi quell’idea e la trasferii nel futuro. All’inizio di Class of 1999 si vede che le gang hanno diviso la città in territori e che bisogna attraversare le loro zone per spostarsi.

Poi mi venne un’altra idea: trasformare proprio quelle bande nei protagonisti positivi della storia. Sono criminali, certo, ma esiste qualcosa di ancora peggiore di loro.

Quindi non sei esattamente un ottimista: tendi a immaginare sempre gli sviluppi peggiori della società.

Esattamente!

Perry King in Classe 1984 (1982)Molti tuoi film rappresentano la violenza come qualcosa di distruttivo e profondamente inquietante, ma allo stesso tempo la mettono in scena in maniera incredibilmente spettacolare e divertente. Non vedi una contraddizione tra queste due dimensioni?

No, perché quando studiavo cinema mi interessava molto Sergej Ėjzenštejn, il regista russo. Diceva che, anche quando si realizzano film politici, bisogna renderli divertenti.

Ho sempre pensato la stessa cosa. Chi andrebbe a vedere un film politico se fosse soltanto noioso? Bisogna trasformarlo in qualcosa di spettacolare, quasi in un cartone animato pop.

Pensavo di diventare una specie di Andy Warhol del cinema: realizzare film come quelli di Warhol, ma più grandi, più vicini ai cartoni animati, e allo stesso tempo profondamente politici. Non credo che qualcuno abbia più fatto qualcosa del genere.

Recentemente Variety ha pubblicato un articolo in cui si diceva che nessuno realizza più film come quelli di Mark L. Lester. E credo che sia vero.

Ripenso a quella serie di film che ho diretto e non vedo più nulla di simile. Non ho mai visto altri film come quelli.

Forse è cambiata la società, e con essa il modo di fare cinema …

Negli Stati Uniti oggi non potresti più realizzare film del genere, perché esiste una forma di censura. Se un progetto è controverso, nessuno vuole finanziarlo.

Pensa a Classe 1984: c’è una ragazza completamente nuda, una studentessa che si prostituisce. Se inserissi oggi una scena del genere in un film, verrei cacciato da Hollywood.

Non puoi più mostrare certe cose, non puoi più parlare apertamente di determinati aspetti della realtà. Tutti hanno paura di offendere qualcuno e di essere cancellati. Nessuno vuole più correre rischi.

Ed è per questo che molti film contemporanei non mi interessano: manca il coraggio di provocare.

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