Voto: 6.5/10 Titolo originale: Wicker , uscita: 21-10-2026. Regista: Eleanor Wilson.
Wicker, recensione: Olivia Colman si innamora di un uomo di vimini e scatena uno scandalo nel villaggio
22/10/2026 recensione film Wicker di Sabrina Crivelli
Il film con Olivia Colman, Alexander Skarsgård, Peter Dinklage ed Elizabeth Debicki è una fiaba romantica, grottesca e irriverente che ribalta le convenzioni del matrimonio e mette alla berlina l'ipocrisia dei benpensanti

L’amore può nascere nei luoghi più impensabili e, spesso, sono proprio le coppie meno convenzionali, formate da individui eccentrici e fuori dagli schemi, a trovare un’intesa più profonda. Liberi dalle convenzioni sociali e dalle aspettative altrui, lontani dalle relazioni di facciata e dai modelli imposti, questi individui vivono il proprio sentimento secondo regole che appartengono soltanto a loro, dando vita a legami tanto insoliti quanto autentici. Ma fino a che punto può spingersi questa unicità? E, soprattutto, cosa si è disposti a fare pur di trovare la propria anima gemella?
Wicker, diretto da Alex Huston Fischer ed Eleanor Wilson e presentato come film di chiusura al Festival di Sitges 2026, esplora questa idea con umorismo, irriverenza e una buona dose di romanticismo decisamente fuori dagli schemi. Tratta dal racconto The Wicker Husband di Ursula Wills-Jones, la storia ruota attorno a una donna senza nome, conosciuta da tutti semplicemente come Fisherwoman (Olivia Colman), la pescivendola. Ormai avanti con gli anni, vive sola in una modesta casa di legno ai margini di un villaggio, circondato dalla natura. Emarginata dalla comunità, entra in contatto con i suoi abitanti soltanto quando, ogni mattina, si reca al mercato per vendere il pesce appena pescato.
I compaesani la guardano dall’alto in basso, la deridono per il suo aspetto trasandato e l’odore di pesce che si porta addosso, oppure la compatiscono per la sua condizione di donna sola e senza marito. Lei, però, affronta ogni umiliazione con un umorismo pungente e una fierezza che sembrano renderla immune al giudizio altrui. Eppure, dietro quella scorza di ostentata indipendenza, anche Fisherwoman sente il peso della solitudine e il desiderio di avere qualcuno accanto con cui condividere la propria vita.
Dopo aver partecipato a un matrimonio, un po’ per scherzo, un po’ per irriverenza e forse anche per disperazione, la pescivendola decide di rivolgersi al cestaio del villaggio (Peter Dinklage) con una richiesta a dir poco insolita: fabbricarle un marito interamente fatto di vimini. L’artigiano si prende un mese di tempo, ma alla fine mantiene la promessa. E quella che inizialmente sembrava una bizzarra provocazione si trasforma ben presto in un’appassionata storia d’amore. Il suo nuovo consorte non sarà certo di carne e ossa, ma, come la donna scopre rapidamente, non gli manca affatto il calore di un uomo in carne e ossa. Anzi, si rivela più dolce, sensibile e passionale di tutti i mariti del villaggio messi insieme.
Naturalmente, una coppia tanto fuori dagli schemi non tarda a suscitare scompiglio tra i benpensanti del villaggio. Ma dietro le risate, le maldicenze e il disprezzo ostentato si nasconde una buona dose di invidia. Gli uomini, pur deridendo il marito di vimini, non possono fare a meno di confrontarsi con lui, mentre le loro mogli cominciano a guardarlo con un interesse decisamente poco innocente.
Dietro il tono leggero e scanzonato, Wicker cela una critica sociale amara e raffinata. Come nelle migliori fiabe nere, da Il racconto dei racconti di Matteo Garrone a Edward mani di forbice di Tim Burton, l’atmosfera incantata, i personaggi eccentrici e le situazioni surreali nascondono una riflessione ben più profonda sulla società e sulle sue contraddizioni. Il fantastico diventa così uno strumento per mettere a nudo pregiudizi, conformismo e ipocrisie, mostrando quanto spesso ciò che viene considerato normale sia in realtà più assurdo di ciò che appare mostruoso. In particolare, il film gioca con i ruoli tradizionali della coppia e le convenzioni della vita coniugale, ribaltando ironicamente le aspettative: l’unico marito che sembra davvero capace di rendere felice la propria moglie è quello che, paradossalmente, non è nemmeno un uomo.
Anche le donne più rispettate e apparentemente realizzate, però, vivono prigioniere delle proprie piccole gabbie dorate. È il caso della moglie del sarto (Elizabeth Debicki), una donna intelligente, elegante e raffinata, considerata un modello di rispettabilità e buon gusto dagli abitanti del villaggio. Dietro quell’immagine impeccabile si nasconde tuttavia una profonda insoddisfazione: vorrebbe viaggiare, conoscere il mondo e contribuire all’attività del marito, ma le convenzioni sociali la relegano al ruolo di moglie devota, senza lasciarle spazio per coltivare le proprie ambizioni.
La frustrazione finisce così per trasformarsi in amarezza, invidia e maldicenza, che la donna riversa soprattutto contro la pescivendola, colpevole di vivere proprio quella libertà sentimentale che a lei è negata.
Il contrasto tra i due matrimoni è particolarmente significativo: da una parte un’unione socialmente rispettabile, ma fondata su un rapporto di potere profondamente squilibrato; dall’altra una relazione considerata aberrante, eppure costruita sul rispetto reciproco, sulla complicità e su un’armonia sconosciuta alle coppie del villaggio. Anche le altre donne, intrappolate in ruoli soffocanti dai quali non riescono a emanciparsi, finiscono per sfogare la propria infelicità attraverso pettegolezzi e piccole crudeltà, contribuendo a perpetuare le stesse convenzioni che le opprimono. L’umorismo nero è infatti in Wicker lo strumento di una riflessione femminista sagace e irriverente, capace di denunciare le contraddizioni di una società patriarcale senza ricorrere alla retorica o all’insistenza ideologica che appesantiscono altri film animati da intenzioni analoghe.
Ma la critica sociale di Wicker non si ferma qui, anzi si arricchisce di sfumature sempre più paradossali. Gli abitanti del villaggio costituiscono un variopinto campionario di meschinità umane, ciascuno con le proprie debolezze, vanità e frustrazioni, ridicolizzati nelle loro contraddizioni ma al tempo stesso capaci di suscitare una certa compassione per la loro piccolezza. Ne emerge un grottesco carnevale umano che richiama le affollate composizioni di Hieronymus Bosch e Pieter Bruegel il Vecchio, popolate da figure deformate nei gesti e nei comportamenti, intrappolate nelle proprie miserie morali.
Non è un caso che i personaggi siano identificati quasi esclusivamente attraverso il mestiere o la posizione che occupano nella comunità, anziché con un nome proprio. La loro identità individuale viene assorbita dalla funzione sociale che svolgono, come se ciascuno fosse condannato a recitare per sempre la parte assegnatagli all’interno di una struttura gerarchica rigida e soffocante. Ancora una volta, soltanto la pescivendola e il suo improbabile marito riescono davvero a sottrarsi a questo meccanismo: proprio la loro eccentricità e la posizione marginale che occupano rispetto alla comunità consentono loro di costruire un’esistenza libera dalle convenzioni che imprigionano tutti gli altri.
Wicker è, in fondo, un’intelligente ribellione alle regole imposte, in amore come nella vita, un sovvertimento carnevalesco e magico delle convenzioni sociali, che prende forma attraverso un immaginario cinematografico tanto bizzarro quanto affascinante. Una riflessione che trova la propria ambientazione ideale in una società medievale d’invenzione, ma che parla direttamente anche a noi contemporanei, tutt’altro che immuni dal vizio di giudicare chi è diverso, conformarci alle aspettative altrui e vivere secondo regole che non abbiamo scelto. Perché, a ben vedere, il mondo dei benpensanti di Wicker non è poi così distante dal nostro.
© Riproduzione riservata




