Home » Cinema » Horror & Thriller » Clayface, recensione: il nuovo horror DC punta sul body horror più estremo, ma dimentica cosa rende tragico un mostro

Voto: 4.5/10 Titolo originale: Clayface , uscita: 19-10-2026. Budget: $40,000,000. Regista: James Watkins.

Clayface, recensione: il nuovo horror DC punta sul body horror più estremo, ma dimentica cosa rende tragico un mostro

21/10/2026 recensione film di William Maga

James Watkins trasforma uno storico nemico di Batman nel protagonista di un film che prova a puntare su mutilazioni, carne che si scioglie e vendetta. Tom Rhys Harries convince, ma l'ambizione di Mike Flanagan si perde in una storia troppo convenzionale

Tom Rhys Harries in Clayface (2026)

Un attore che perde il proprio volto e, nel tentativo di recuperarlo, finisce per perdere anche la propria identità. Clayface parte da una premessa perfetta per il body horror, trasformando uno storico antagonista di Batman nel protagonista di una tragedia sulla bellezza, il successo e la dissoluzione dell’io. James Watkins, regista di Eden Lake e Speak No Evil, abbraccia la componente più raccapricciante del personaggio, ma il risultato è un film sorprendentemente povero, tanto nella scrittura quanto nella realizzazione visiva.

Terzo lungometraggio del nuovo universo DC, nasce da un progetto di Mike Flanagan, con una sceneggiatura firmata insieme a Hossein Amini. L’intenzione di realizzare un horror autonomo, vietato ai minori di 14 anni, è apprezzabile. Il problema è che Clayface sembra continuamente inseguire film migliori, senza riuscire a sviluppare una propria identità.

Matt Hagen (Tom Rhys Harries) è un giovane attore appena candidato all’Oscar. Tornato a Gotham City, trascorre una notte con la compagna del gangster Markos Szabo (David Dencik), che per vendetta gli devasta il viso. Abbandonato dall’industria cinematografica e tradito dalle persone più vicine, Matt si affida alla dottoressa Caitlyn Corr (Naomi Ackie), che sperimenta nanocellule capaci di rigenerare i tessuti. Il trattamento funziona, ma trasforma progressivamente il suo corpo in una materia instabile, permettendogli di assumere qualsiasi sembianza.

Il riferimento più evidente è Darkman (1990) di Sam Raimi. Anche lì un uomo sfigurato ricorre a una tecnologia sperimentale per ricostruire il proprio volto, acquisisce la capacità di impersonare altre persone e intraprende una sanguinosa vendetta contro i responsabili della sua rovina. La somiglianza è talmente marcata da coinvolgere non soltanto la premessa, ma l’intera progressione narrativa.

La differenza è che Raimi trasformava questa vicenda in una tragedia espressionista, attraversata da un’energia visiva delirante e dalla progressiva perdita di umanità del protagonista. Watkins ne riprende sostanzialmente la struttura, privandola però dell’inventiva registica e dell’intensità emotiva che rendevano memorabile l’originale.

Tom Rhys Harries in Clayface (2026) filmAltrettanto ingombrante è il confronto con La mosca di David Cronenberg, dove la decomposizione del corpo coincideva con quella dell’identità e della relazione amorosa. Clayface ne recupera le trasformazioni disgustose, ma raramente il loro significato tragico. E se The Substance utilizzava l’orrore fisico per sviluppare una satira feroce sull’industria della bellezza, qui la critica alla superficialità di Hollywood rimane appena abbozzata.

Il film funziona soprattutto quando si concentra sulla materia organica. La pelle si scioglie, i tessuti si deformano e il volto di Matt diventa una superficie incontrollabile. Una sequenza ambientata nel bagno di un aereo, durante la quale il protagonista tenta di riaprire con delle forbici le palpebre saldate, è effettivamente disturbante.

Ma queste parentesi non compensano una messa in scena sorprendentemente sciatta. La fotografia piatta, l’illuminazione spesso anonima e una composizione delle inquadrature priva di personalità conferiscono al film un’estetica da soap opera o da produzione televisiva di seconda fascia, in netto contrasto con le ambizioni cinematografiche del progetto.

Ancora più deludente è Gotham City. Gli ambienti appaiono spogli, le scenografie poco elaborate e gli esterni privi di un’identità riconoscibile. Rispetto alle architetture gotiche di Tim Burton, alla metropoli opprimente di The Batman o alla città criminale di The Penguin, questa Gotham sembra un insieme di location qualsiasi, incapaci di evocare un universo autonomo. Il budget contenuto non giustifica completamente una simile povertà visiva: proprio il cinema horror indipendente ha dimostrato quanto atmosfera e inventiva possano compensare risorse limitate.

La debolezza della scrittura si riflette anche sulle interpretazioni. Harries riesce inizialmente a comunicare la vulnerabilità di Matt, mentre Ackie conferisce una certa umanità alla dottoressa Corr. Ma il resto del cast appare spesso prigioniero di personaggi stereotipati, tra gangster caricaturali, figure secondarie inconsistenti e interpretazioni poco convincenti.

Persino i due protagonisti finiscono per risentire dell’incertezza narrativa. La relazione tra Matt e Caitlyn oscilla tra compassione, attrazione e melodramma senza acquisire credibilità, mentre la trasformazione psicologica del giovane attore procede per brusche accelerazioni. Non è mai chiaro se la sua violenza derivi dalla tecnologia, dalla vendetta o da una mostruosità già presente: un’ambiguità che sembra nascere più dall’indecisione della sceneggiatura che da una precisa intenzione drammatica.

La seconda metà abbandona quasi completamente le riflessioni sull’identità e sulla manipolazione del corpo per seguire una convenzionale successione di omicidi. Anche le capacità metamorfiche di Matt, potenzialmente affascinanti, obbediscono a regole vaghe e diventano semplici espedienti per far avanzare la trama.

Alla fine, Clayface possiede il sangue e le deformazioni di un autentico body horror, ma non la forza visiva né la complessità psicologica dei film a cui si ispira. Dove Raimi costruiva un mostro tragico e Cronenberg trasformava la carne in una riflessione sull’identità, Watkins si accontenta di un thriller di vendetta prevedibile, confezionato con una sorprendente povertà estetica. Il suo protagonista può assumere qualsiasi volto; il film, invece, non riesce a trovarne uno proprio.

Nei cinema dal 22 ottobre.

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